David di Donatello 2020: commentiamo le candidature

Da Il Traditore a Pinocchio passando per Suspiria e 5 è il Numero Perfetto: breve analisi delle nomination al premio più importante del cinema italiano.

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A nove giorni esatti di distanza dalla cerimonia di premiazione degli Academy Awards 2020, meglio noti come Oscar, l'Accademia del Cinema Italiano ha presentato le cinquine di candidati ai prestigiosi David di Donatello, che è il riconoscimento nazionale più importante alla settimana arte prodotta e girata nel nostro Paese. A trionfare lo scorso anno in ben nove categorie è stato il ritratto fiabesco e brutale dell'anima dei più deboli e della prepotenza dei forti rintracciato nel Dogman di Matteo Garrone, che era anche il film che guidava le nomination. Quest'anno è invece l'applaudito Il Traditore di Marco Bellocchio a essere in cima alla classifica dei titoli con più candidature, per l'esattezza diciotto, seguito a pari merito da Il Primo Re di Matteo Rovere e Pinocchio di Garrone (entrambi 15), da Martin Eden di Pietro Marcello (11) e infine da 5 è il numero perfetto di Igort (9) e Suspiria di Luca Guadagnino (6).

Un'edizione - la sessantaquattresima - che ha un parterre di candidati davvero ricco di qualità e molto valido soprattutto guardando ai vari generi in gioco, che passano dal crime drama al fantasy, guardano al thriller noir e un action di tipo viscerale fino ad abbracciare di buon grado l'horror.

Cosa va, cosa non va

Se ben guardiamo le cinquine principali di candidati, quelle che vanno da Miglior Film a Miglior Fotografia, notiamo la presenza di molti dei titoli che più di tutti hanno avuto un impatto molto importante sul grande pubblico. Più che per Il Traditore di Bellocchio, che merita ogni nomination ed è un film che affronta degnamente la storia del pentito Buscetta, diretto con mano stoica da Bellocchio e interpretato da uno straordinario Pierfrancesco Favino, a rallegrarci sono in particolar modo le candidature de Il Primo Re di Rovere, de La Paranza dei Bambini di Claudio Giovannesi e di 5 è il numero perfetto. Diciamo anche che sono questi i tre principali film di genere che ci hanno più sorpreso - in un modo o nell'altro - nel corso del 2019, chi per una visione produttiva internazionale e molto ambiziosa, chi per una riscrittura in chiave adolescenziale del crime in salsa partenopea e chi invece per aver finalmente riportato il cinecomic al cinema declinandolo in salsa noir anni '70. Tutto guardando al nostro territorio, qualcuno addentrandosi nella storia della formazione pre-romanica del nostro Paese e altri raccontando chi una Napoli antica e chi moderna o mostrando i meravigliosi scorci di una Puglia sempre splendida.

Giuste le nomination come Miglior Registi a Bellocchio, Giovannesi e Rovere e ancor più sacrosanto il riconoscimento della bravura da esordiente di Igort, così come quella già rodata in tv ma esplosa al cinema di Marco D'Amore con il suo L'Immortale (soppiantato nelle altre categorie da La Paranza dei Bambini).

A dispiacere di più è forse la troppa rilevanza data al Pinocchio di Garrone nella categoria Miglior Film, dove poteva benissimo essere sostituito dal ben più interessante e coraggioso 5 è il numero perfetto, che pur avendo diverse pecche nell'impianto narrativo (e infatti non ha ricevuto la candidatura a Miglior Sceneggiatura Non Originale come Pinocchio) è un titolo profondamente consapevole del suo impianto registico, delle sue derivazioni e del genere che manipola con estrema competenza.

Quello di Garrone è invece un adattamento cinematografico (l'ennesimo) di una storia stra-nota e stra-abusata, dove a funzionare perfettamente è l'intero comparto artistico, dalle scenografie ai costumi, fino ad arrivare alla fotografia di Nicolaj Bruel. Ma anche Roberto Benigni come Geppetto è una delle eccezionalità di un film in realtà non così sorprendente, sicuramente non come il precedente Dogman.

Duole infine constatare la poca importanza concessa allo stratificato lavoro di riadattamento operato da Guadagnino con il Suspiria di Dario Argento, completamente mutato sotto le mani di uno degli autori più complessi e conturbanti del panorama cinematografico italiano e internazionale. Dispiace non vederlo almeno nella cinquina dei migliori registi, che meritava senza eccezioni anche solo per la calibrazione concettuale tra simbolismo e messa in scena che gioca un ruolo fondamentale lungo l'intero corso del film. A Suspiria vengono infatti riconosciuti meriti giusti come scenografia, effetti pratici e trucco, ma non la guida essenziale di Guadagnino, da cui scaturisce l'intera visione e trasformazione di uno dei cult più conosciuti e amati di Argento.