Dario Argento, il maestro del brivido del cinema italiano

Ripercorriamo la carriera e lo stile di un autore seminale, ispirato, che ha reso grande il cinema di genere nostrano all'estero.

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Nel circuito dei nuovi autori affermati, tra i più grandi estimatori di Dario Argento ci sono oggi registi del calibro di Nicolas Winding Refn (Drive, The Neon Demon) e Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome), quest'ultimo sopraggiunto a David Gordon Green come regista del remake - poi non così remake - del suo Suspiria, il film che ha portato ad Argento il vero successo internazionale nel 1977 e che gli è valso l'appellativo di Maestro del Brivido.
Sin dalla gioventù, Argento si dimostra in verità molto curioso nei confronti dell'artigianalità che si cela dietro la finzione positiva e ricercata dell'arte cinematografica, tanto che era solito trattenersi spesso e volentieri nello studio della madre (fotografa di moda) per ammirare la cura nascosta nel dettaglio di un set, restando in particolar modo ammaliato dagli studi della luce e dalle figure femminili, tutti elementi che infatti ritroviamo nelle sue opere.
Adolescente, dopo una lunga permanenza artistica a Parigi, sviluppa un amore incondizionato per un cinema profondamente espressionista, con vaghi richiami all'affezione per il vero della nouvelle vague (anche se non ne condivide la grande rinuncia ai mezzi tecnici).
Il genere, in particolar modo, sembra attecchire nell'anima creativa di Argento, che lavorando come critico cinematografico per Paese Sera difende ed elogia nelle sue animate recensioni, con importante enfasi per l'horror, il thriller e la fantascienza, rompendo con i pareri della critica ufficiale che lo considerava fin troppo avveniristico, curiosamente popolare, grottescamente povero.

Dalle parole ai fatti

Com'è stato per i grandi critici dei Cahiers du cinema, da Truffaut a Godard, anche il nostro Dario nazionale decide di passare dalle parole ai fatti, letteralmente, per dimostrare la grandezza e la validità artistica del cinema popolare, cominciando alla fine degli anni '60 a scrivere diverse sceneggiature di genere (ricordiamo La legione dei dannati e La stagione dei sensi) ma anche d'autore, collaborando alla stesura del soggetto del meraviglioso C'era una volta il West di Sergio Leone, lavorando al suo fianco e a quello di Bernardo Bertolucci.
L'esperienza condivisa con questi due grandi autori segna molto il suo stile di regia, ma è proprio durante lo sviluppo dello script del capolavoro western che Bertolucci consiglia ad Argento la lettura del romanzo La statua che urla di Fredric Brown, poi adattato sul grande schermo in quello che è il suo primo film dietro la macchina da presa, L'uccello dalle piume di cristallo.
Del progetto è autore totale, oltre alla regia cura infatti anche la sceneggiatura. Il trionfo, in questo caso, non si nasconde nella scrittura quanto nella tecnica, che guarda con un occhio al cinema espressionista e con l'altro a uno stile più moderno, quasi avveniristico.
In questo mix di generi che spazia dall'horror al giallo, passando per il noir, il regista lavora con soggettive e stacchi repentini tra vari piani, riproponendo nella messinscena quell'amore che ha sempre provato per il dettaglio, andando a inquadrare nel particolare gli occhi dei personaggi o vari oggetti di scena, rendendoli quasi protagonisti.
Emerge sin dal suo debutto registico anche la grande ossessione per la fotografia, intesa come ricerca spasmodica delle adeguate tonalità di luce, dell'inquadratura magari virtuosa e del contrasto cromatico studiato.
In generale, L'uccello dalle piume di cristallo presenta e cristallizza quasi completamente e immediatamente lo stile autoriale di Argento, questo almeno fino a Suspiria, dove la calata nel genere horror è totale e voluta rispetto agli inizi, con quella che è conosciuta come la Trilogia degli animali. Anche nei due film successivi, infatti, che sono Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio, il regista continua la sua opera di affermazione nei generi sempre attraverso l'utilizzo degli strumenti del giallo whodunit (investigazione sulla base di indizi), approfondendo - quando superficialmente, quando invece in modo maniacale - la tematica della psicopatia, a lui molto cara.

È però all'apice di questa trilogia che Argento allunga il passo verso la tensione pura, la suspense tipica del thriller che guarda anche al cinema del terrore, sperimentando nuove tecniche atte all'aumento della tensione emotiva. In 4 mosche di velluto grigio assistiamo così a un'affermazione totale dello stile del regista, che si adopera virtuosamente nella ricerca di attrezzatura per girare sequenze che arrivano anche a 36.000 fotogrammi per secondo (l'incidente finale). Prendendo poi spunto da C'era una volta nel West, pensando soprattutto al flashback, Argento struttura anche la sua personalissima "visione frammentata", quella della decapitazione, ovviamente immergendola nel gore.

La grandezza

Se 4 mosche di velluto grigio è un passo essenziale verso l'horror, il vero, grande e palese trionfo nel passaggio di generi è rappresentato da Profondo Rosso, che nella sua generalità è sì un thriller, ma nella messa in scena delle varie decapitazioni, degli omicidi e nella struttura della suspense tocca anche molto altro, seppur la critica dell'epoca lo bollò inizialmente come "un more of the same" dei titoli precedenti.
Il successo di pubblico fu invece clamoroso, rendendo Profondo Rosso il decimo miglior incasso del 1974. Forse perché davvero stanco di innovare nel giallo puro e nel thriller, dopo il film Argento decide di abbandonare quelle velleità e dedicare il suo estro all'horror, che come spiegavamo aveva già dimostrato di apprezzare.
Qui arriva la pura massimizzazione del suo talento stilistico con Suspiria, primo capitolo della Trilogia delle Tre Madri che sdogana completamente Dario Argento a livello mondiale.
La storia di stregoneria e ossessione ambientata nella fittizia Accademia di Danza di Friburgo è ancora oggi considerato uno dei massimi capolavori del genere, un classico imprescindibile, attestato della supremazia artistica di Argento, che poi nel tempo è sì scaduto nel trash popolare, ma che negli anni '70 ha portato avanti un percorso di innovazione personale e attestazione della validità qualitativa del genere semplicemente seminale, importante per il cinema mondiale e non solo italiano.
Suspiria non è poi solo il primo contenitore puramente orrorifico della creatività di Argento, ma rappresenta anche la massima espressione del suo interesse maniacale per i colori e la luce, qui ricercati come mai prima dal cineasta. Per stessa ammissione di Argento, a ispirare la fotografia del film, creata con lenti anamorfiche, luci ad arco e stoffe colorate, fu Biancaneve e i sette nani, con particolare riguardo per la cromatura tonale, citando come base di partenza il suo amato cinema espressionista, quello tedesco, per l'attenzione riservata al contrasto simbolismo/effetto visivo.

Anche l'artigianalità sperimentale alla Georges Méliès trova comunque posto in Suspiria, dato che molti degli effetti visivi sono stati applicati durante le riprese e non in post-produzione, con varie color correction o modellazione posticcia degli schemi di luce. Il risultato finale è ancora oggi magistrale e imitato da molti giovani autori, che però sfruttano anche l'innovazione tecnologica per dare modernità a una formula ormai datata.
Suspiria rappresenta dunque la totale affermazione di Argento, che da quel momento in poi procede su di un percorso evolutivo autoriale più scostante, privo di reali innovazioni ma fatto di riproposte stilistiche di ottima fattura (Phenomena, Opera), spesso non così rilevanti (Il fantasma dell'opera, Giallo, La terza madre). Questo però non deve in ogni caso sminuire la grandezza dell'Argento "che fu", autore d'Oro del cinema italiano, talento incommensurabile del genere.

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