Daniel Craig ha cambiato James Bond e non ce ne siamo accorti

L'attore inglese saluta con No Time To Die il ruolo che l'ha reso celebre. Ma quanto è cambiato James Bond grazie a lui?

Daniel Craig ha cambiato James Bond e non ce ne siamo accorti
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Ora che No Time To Die è in sala, per la gioia del grande pubblico che da tempo smaniava di rivedere il mitico James Bond in una nuova avventura, è giunto anche il momento di salutare Daniel Craig, che lascia il personaggio creato da Ian Fleming dopo ben 5 film. L'attore britannico era stato accolto con grande scetticismo, soprattutto per il fatto che arrivava dopo un divo come Pierce Brosnan, che aveva risollevato le sorti del franchise e connesso ancora una volta il personaggio al concetto di sensualità e seduzione classica.

Eppure, al netto di una serie che non è proseguita senza tentennamenti o passi falsi, bisogna riconoscere che con il suo viso freddo e la sua recitazione improntata alla tensione, Daniel Craig ha saputo rinnovare e mostrare lati nascosti di un personaggio di cui pensavamo di sapere già tutto.

Daniel Craig: un nuovo Bond per un nuovo secolo

Non si vuole certamente sminuire il lavoro fatto da Sam Mendes o Marc Foster, ma se Craig ha sfondato come 007 lo si deve sicuramente a Martin Campbell e al suo Casino Royale.

Tratto dall'omonimo romanzo di Ian Fleming, Casino Royale spiazzò pubblico e critica, (per approfondire: la nostra recensione di Casino Royale) e seppe reinventare il personaggio, connettendolo alle origini e assieme calandolo in un'atmosfera molto distante dall'adventure un po' fantasy a cui Brosnan aveva donato il proprio volto. Il James Bond di Daniel Craig è invece un uomo che vive nel confuso XXI secolo, è alle prese con una realtà globale incerta, dominata dalla rediviva SPECTRE. Attentati, massacri, sono tracce che Bond segue per arrivare al male, che in questo film ha il viso di Le Chiffre, mefistofelico banchiere appassionato di poker. La cosa interessante è che James Bond qui venne mostrato nella sua natura di neo 007, quindi di agente che da poco ha avuto la licenza di uccidere per conto dell'MI6 di sua Maestà. In poche parole, al contrario di quasi tutti gli altri film della saga, egli non è così saggio, distaccato o esperto, ma vive ancora di improvvisazione, è animato da una linea di ribellione che sovente lo mette in contrasto con M.

Bene o male per lui conta la cosa giusta da fare, non è detto che questa sia connessa per forza alle regole o agli ordini. Certo, è già successo in passato, basti pensare a Vendetta Personale, che abbiamo inserito nella nostra Top 10 sui film di James Bond, tuttavia qui era un modus operandi definito, un tratto delineato del suo carattere, non un'eccezione creata da una serie drammatica di eventi.

Il Bond di Craig è fatto di insofferenza e di infelicità, evidenziate anche nell'attesissimo capitolo finale (a tal proposito: la nostra recensione di No Time To Die) da una mancanza di affetti, dal dramma dell'impossibilità di avere una vita emotivamente normale. Si tratta di un problema che egli nasconde dietro begli abiti, il suo cipiglio apparentemente distaccato ma soprattutto l'amore per l'azione e la violenza, per un lavoro in cui vede la possibilità di essere libero, il cane sciolto che in fondo è sempre stato fin dall'infanzia.

Rinnegando il sentiero della seduzione

L'attore scozzese era stato un mix semplicemente perfetto di charme, virilità, fascino e stile, non a caso abbiamo ricordato Sean Connery come una leggendaria spia immortale. Roger Moore invece aveva portato grande autoironia, si era calato in una dimensione narrativa molto più fantasiosa e volendo anche più eterogenea.

Non aveva fatto mancare certamente la spietatezza o la decisione al suo personaggio, che però era rimasto più romantico ed empatico rispetto al suo predecessore. Lazenby non ebbe purtroppo il tempo di mostrare quelle che oggi appaiono qualità non da nulla per il ruolo, su tutte oltre che una fisicità fantastica anche una naturale eleganza. Timothy Dalton non fu mai apprezzato come probabilmente meritava, il suo era un James Bond incredibilmente viscerale, cupo, connesso a un mondo molto più violento e incontrollabile, a un cinema che cercava le emozioni forti e il sangue. Durò soltanto lo spazio di due film, prima di essere sostituito da Pierce Brosnan, che in sé pareva racchiudere il meglio delle qualità che erano appartenute ai suoi predecessori. La sua sfortuna fu che, a parte GoldenEye, fu costretto a impersonificare il più famoso agente segreto di sempre in film molto commerciali, connessi a sceneggiature alquanto demodé. Daniel Craig ha modificato una componente irrinunciabile secondo molti appassionati di 007: l'ironia. Il suo Bond è meno ironico, il suo mondo è violentissimo, abitato da uomini pericolosi, potenti e vendicativi, non ci si può fidare di nessuno e non esiste pietà. Di fatto, appare fortemente influenzato dalla furente efficienza e atletismo di un Jason Bourne.

Fra tutti i Bond è quello sentimentalmente più tormentato, più agitato e per questo forse anche più interessante da tanti punti di vista. Già in Casino Royale, il suo legame con la controparte femminile era ben distante dalla leggerezza e dal narcisismo con cui quasi tutti i film di Bond avevano descritto questo Dongiovanni impenitente.

La ricerca dell'anima gemella

Ovviamente quest'ultimo Bond è attratto dalle donne, tuttavia appare afflitto da sensi di colpa, non ama usarle e da questo punto di vista è molto distante dal fare giocherellone e un po' incosciente dei suoi predecessori. Il suo atteggiamento nei riguardi del mondo femminile è tormentato e conflittuale, connesso al dolore della perdita.

La storia con Vesper, nella sua tragicità, ce ne mostra la componente passionale e infelice, la natura di uomo che ambisce in fin dei conti ad avere una vita normale. In Quantum of Solace, la tanto attesa liason amorosa con Camille (Olga Kurylenko) non si realizzava appieno proprio per il fantasma della donna amata, morta alla fine del primo film a Venezia.

Egli in realtà da sempre ama e odia Vesper allo stesso tempo, per il sentimento che li legava ma anche perché lei in fin dei conti gli aveva preferito quello che poi si era rivelato semplicemente un traditore, un agente specializzato nel sedurre risorse.

Arrestarlo gli aveva permesso di abbandonare il fantasma di Vesper, di smettere di essere un superficiale seduttore. Allo stesso tempo, era anche il primo passo verso un percorso di cambiamento che nessun altro Bond aveva mai avuto in passato, fatto di incertezza e recriminazioni. Non era mai successo prima di avere un Bond così instabile sentimentalmente, che vedeva nelle donne al massimo il rifugio al dolore, a un senso di fallimento e di vuoto esistenziale. Alla fine era arrivata Madeleine Swann (Lea Seydoux) ad aiutarlo, una donna che non appartiene al suo mondo, se non per la sfortunata sorte di essere figlia di un ex membro della SPECTRE.

Questo lato sentimentalmente così turbolento, James Bond lo aveva conosciuto solo in pochissimi film, dove più che altro si concretizzava l'impossibilità di un legame duraturo: le sue controparti femminili o scomparivano subito dopo il finale, oppure venivano uccise dal villain di turno. Ecco che invece in No Time To Die assistiamo alla totale decostruzione del concetto di Bond-Girl, che cessa di essere una creatura accessoria alla narrazione; finalmente si muove in modo indipendente, ha in Ana de Armas il totem di un'emancipazione narrativa che si è fatta attendere anche troppo a lungo.

Uno 007 più umano e meno infallibile

James Bond è sempre stato un simbolo di virilità, di forza, un invincibile tuttologo sornione, capace però nel momento adatto di diventare anche un assassino implacabile.

La recitazione sovente sotto le righe di Daniel Craig ha spezzato anche questo pilastro, dal momento che già prima di Skyfall James Bond non era più l'invincibile maschio alfa a cui per decenni ci eravamo aggrappati come ideale. In Casino Royale si scopre molto meno infallibile rispetto al passato, anche al gioco delle carte, dove notoriamente Bond non perde mai, ma va incontro a una sconfitta dolorosa contro Le Chiffre. Quando lo batte nella rivincita, viene da questi catturato e sottoposto a una tortura tra le più creative che si siano mai viste, metafora dell'abbattimento del suo stesso potere sessuale e maschile. Il dialogo con Le Chiffre è un attacco veemente al narcisismo del maschio moderno, alla cultura dell'immagine e del corpo perfetto che in fondo anche Bond ha sempre inseguito, non certo solo per senso del dovere. In Skyfall ci viene dipinto come vulnerabile (qui la nostra recensione di Skyfall), reduce da una missione fallita, da un isolamento durante il quale si era lasciato andare a uno stile di vita autodistruttivo.
Bond con Craig dubita a mano a mano di tutto e di tutti, non si fida più di nessuno, persino di se stesso.

Di fatto soffre di ansia, depressione, ha problemi con l'alcool, ma soprattutto è afflitto da disturbi post-traumatici da stress, qualcosa che di solito il cinema ci ha mostrato nei reduci del Vietnam o della Guerra del Golfo. In Spectre, bene o male senza Madeline non ce la farebbe mai, (ve ne parlavamo nella nostra recensione di Spectre) non contro la metallica e affilata mente di Franz Oberhauser. Eppure, a ben pensarci, questa vulnerabilità, quest'uomo spezzato nel fisico e nella mente, che con M ha un rapporto via via sempre più madre-figlio, è perfettamente coerente con la nuova dimensione del maschio del XXI secolo, molto meno costretto all'interno di un'armatura che sovente ne ha nascosto sensibilità e personalità.

E ora, in questo No Time To Die imperfetto ma importante, nel saluto finale di Craig, possiamo però abbracciarne anche il passato, la scoperta di una sua vera identità, e quindi di un futuro più autodeterminato, meno "al servizio di sua Maestà" rispetto alla tradizione. Questo è stato il grande miracolo, il grande successo da parte di Daniel Craig: aver traghettato un personaggio creato negli anni '60 nel ventunesimo secolo, averci dato non un superuomo ma un uomo e basta.

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