Da La morte ti fa bella a The Neon Demon: il lato oscuro della bellezza

Com'è stato affrontato il tema della bellezza al cinema, soprattutto in rapporto ai suoi lati più oscuri? Scopriamolo insieme.

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Il tema della bellezza, fin dall'antichità, è stato spesso celebrato attraverso una serie di opere capaci di spaziare con disinvoltura da componimenti poetici a dipinti, da racconti brevi a interi libri, diventando parte integrante della nostra stessa società, fino a trasformarsi in un'ossessione per un numero sempre più alto di persone.
L'idea stessa di bellezza è così diventata quasi uno status sociale a cui ambire per forza, con un intero sistema massmediatico improntato nel lanciare precisi messaggi riguardo i canoni estetici a cui ispirarsi, basti pensare alla stessa industria hollywoodiana e al fenomeno del divismo.
Il cinema nel corso dei decenni ha saputo puntare il dito contro tutta una serie di storture legate alla voglia di essere perfetti a tutti i costi, alle volte attraverso la satira, così come facendo leva su numerosi altri espedienti e generi senza disdegnare neanche alcune contaminazioni con l'horror.
Qui di seguito proveremo ad analizzare nello specifico due film, La morte ti fa bella di Robert Zemeckis e il più recente The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, per capire come i due cineasti si sono approcciati al tema, cercando al tempo stesso di fare una panoramica a tutto tondo della questione.

Chi è la più bella del reame?

Il tema della bellezza è stato sviscerato spesso tramite personaggi femminili per lanciare determinati messaggi, ma la ricerca smodata verso il raggiungimento di uno status sociale inattaccabile e invidiato da tutti ha sicuramente una valenza universale, come testimoniato forse dalla figura più celebre in assoluto legata a questo aspetto, cioè Narciso, il personaggio mitologico talmente ammaliato dal proprio riflesso da rimanerne in qualche modo intrappolato.
La ricerca smodata della bellezza infatti, insieme al proprio desiderio personale di automiglioramento costante, va di pari passo con un altro elemento, cioè l'approvazione sociale che ne deriva o che si vuole ottenere a tutti i costi.
Spesso i personaggi ammaliati dalla propria bellezza (specialmente quando si decide di esplorarne i lati più oscuri) si ritrovano a confrontarsi con la stessa collettività di cui fanno parte, diventandone schiavi, perché incapaci di rapportarsi con il mondo se non attraverso il culto della propria immagine.
Culto che talvolta si avvicina quasi a un'adorazione di matrice semidivina, in cui il semplice corpo di carne e ossa assume una valenza a tratti mitica, quindi appunto irraggiungibile.
Non a caso, lo stesso folklore popolare ha spesso ritratto la figura della strega legata a doppio filo al tema della bellezza, poi sfruttato anche dal cinema, basti pensare al celebre lungometraggio d'animazione Biancaneve, in cui è Grimilde a domandare al proprio specchio chi sia la più bella del reame, covando da subito una profonda invidia nello scoprire che il prestigioso titolo non spetta più a lei.

La voglia di non invecchiare, di rimanere sempre giovani, attraenti e in forze (talvolta rubando ciò che non è nostro) passa anche attraverso numerose sfumature, come nella scena cult della clinica presente in Fuga da Los Angeles, in cui il protagonista si ritrova a confrontarsi con una moltitudine di individui ossessionati dalla chirurgia estetica, trasformatisi in veri e propri mostri proprio per la loro smania di perfezione, che li ha portati a non avere più il senso del limite, in una divertente (quanto feroce) lettura satirica della chirurgia estetica reale.

La morte ti fa bella è una divertente commedia dark con sfumature fantastiche. Al suo interno vediamo i personaggi di Madeline Ashton e Helen Sharp (rispettivamente un'attrice e una scrittrice interpretate da Meryl Streep e Goldie Hawn) entrare via via sempre più in conflitto per dimostrare a loro stesse di essere la donna più bella, in un continuo rincorrere l'idea di giovinezza eterna che nel film viene affrontato anche in maniera letterale, grazie alla clinica privata capitanata dall'affascinante e sinuosa Lisle von Rhoman.

In un crescendo di situazioni sempre più paradossali, in cui rimane invischiato lo stesso compagno di Helen, Ernest Menville (interpretato da Bruce Willis), vediamo il decadimento sia fisico (ma anche morale ed etico) dei vari personaggi, che arrivati a un certo punto non riescono più a scindere il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, così come tra naturale e mostruoso, ritrovandosi intrappolati nella ricerca di un qualcosa che non può essere raggiunto.
La voglia di primeggiare dei due personaggi femminili diviene così uno dei punti nevralgici dell'intera pellicola. Non esiteranno infatti a spingersi oltre ogni limite consentito, anche quello della morte naturale, pur di continuare ad apparire in perfetta forma fisica rielaborando in modo irriverente il tema della bellezza, grazie a una trama semplice ma efficace e a effetti speciali molto ben confezionati, soprattutto rispetto all'epoca dell'uscita in sala.

Demoni e neon

Con The Neon Demon, Nicolas Winding Refn ha tentato, riuscendoci anche in larga parte, a rielaborare un tema così sfaccettato e complesso in un'ottica a tratti surrealista e visionaria, unendo influenze stilistiche classiche e postmoderne senza soluzione di continuità per descrivere alcuni aspetti caratteristici della nostra società, su tutti l'idea di arrivismo legato al culto estetico della propria persona.
L'abilità del regista è stata quella di unire a un tema spesso abusato una parte sovrannaturale, trovando nella caratterizzazione dei personaggi forse la sua componente più riuscita.
Seppur infatti l'opera punti in maniera anche piuttosto didascalica su quanto possa essere deleterio il mondo della moda e il culto della personalità a esso collegato, la messa in scena psichedelica degli eventi rende l'intero viaggio della protagonista Jesse (Elle Fanning) molto interessante anche dal punto di vista visivo.
Il personaggio principale vive sulla propria pelle una - per quanto consapevole - discesa verso il baratro, giocando in maniera impeccabile tutte le sue carte per raggiungere i propri obiettivi, a cui si contrappongono altre tre giovani ragazze, Ruby, Gigi e Sarah, incapaci di arrivare alla stessa fama in così breve tempo.

Ad alcuni spettatori, la stessa struttura generale del racconto ricorderà quella di classici d'animazione come Cenerentola, di cui in realtà The Neon Demon potrebbe anche essere considerato quasi come una sorta di rivisitazione in chiave dark e matura.

Il concetto di giovinezza viene poi esasperato fino allo stremo durante l'opera, con vere e proprie frasi pronunciate dai personaggi che fanno presente quanto il mondo della moda, del glamour, del lusso e della bellezza viaggi alla velocità della luce, pronto a cibarsi ogni giorno di carne fresca senza esitare a sbarazzarsi di tutto ciò che non serve nel giro di pochi secondi.
Una sorta di cannibalismo concettuale ed emozionale che rimane fortemente ancorato all'intera poetica del film, capace proprio attraverso il suo riuscitissimo blocco finale di dare il meglio di sé.
L'opera descrive quanto possa essere meraviglioso (ma al tempo stesso distruttivo, a tratti perverso e orrorifico) decidere di sacrificare tutto per raggiungere il proprio sogno.
La particolarità del film di Refn risiede proprio qui, cioè nel riuscire attraverso il macrotema del lato oscuro della bellezza a volgere lo sguardo verso un orizzonte più ampio, arrivando così a parlare a un pubblico il più possibile trasversale, ritagliandosi un posto nel cinema d'autore e di nicchia per via dello sperimentalismo visivo (ma in alcuni frangenti anche narrativo) che in un modo o nell'altro saprà catturarci all'interno di una psichedelica, pericolosissima e attraente composizione artistica, fatta di neon, sogni utopici, bellezza e sangue.

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