Da Jason Bourne al secondo Sin City: il troppo che stroppia

Hollywood ama alla follia puntare su un enorme numero di brand consolidati (spesso anche datati) preferendoli a potenziali nuove IP. Perché?

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Ogniqualvolta ci troviamo a fruire di un'opera d'intrattenimento inedita, siamo portati a fare un piccolo sforzo mentale per assorbire in breve tempo quante più informazioni possibili legate a quello che stiamo vedendo.
Il piccolo grande sforzo (in realtà inconscio) che facciamo ogniqualvolta ci ritroviamo davanti a un'opera che non conosciamo ci porta a fare molta attenzione a quello che avviene su schermo, proprio perché non sappiamo nulla del mondo di riferimento.
Guardare invece un'opera di cui conosciamo già gli elementi fondativi ci porta in qualche modo a essere rassicurati da quello che avviene di fronte ai nostri occhi (e in un certo senso a lasciarci trasportare passivamente dalla narrazione), quasi come se il rivedere personaggi o luoghi a noi cari riuscisse in qualche modo a risvegliare in noi un forte senso di nostalgia fine a se stesso.
Hollywood, ormai da moltissimi anni, sembra proprio aver intrapreso questo percorso, sforzandosi di produrre ogni anno un quantitativo davvero elevato di remake, sequel, prequel e reboot di opere di successo puntando molto di più sul vecchio che sul nuovo. In questo articolo proveremo ad analizzare nel dettaglio il fenomeno analizzando vari film appartenenti al triste filone del more of the same.

Innovare è bene, mantenere è meglio

Nulla è in grado di generare profitto quanto un brand estremamente famoso e codificato; Hollywood l'ha capito da moltissimo tempo ed è proprio quello che si impegna a fare da almeno vent'anni (sottolineiamo "almeno").
Vista ovviamente anche l'inclinazione del grande pubblico ad accogliere in modo estremamente positivo ed entusiasta qualsiasi nuovo trailer legato a un brand famoso (quasi come se un po' tutti avessimo perso il nostro spirito critico), il mondo dell'intrattenimento si è semplicemente adattato di conseguenza, optando non tanto per creare nuove storie e nuovi mondi, quanto invece per riproporre le stesse identiche cose a distanza di cinque, dieci o trent'anni di distanza.
Uno degli esempi recenti più lampanti di questo trend è sicuramente Terminator: Destino Oscuro; l'opera, pur risultando di fatto gradevole, non fa altro che ripresentare gli stessi identici macrotemi già visti fin dagli anni '80, tentando di puntare su una struttura classica capace sì di strizzare l'occhio agli appassionati, senza però aggiungere nulla di nuovo alla formula rodata dei viaggi nel tempo e degli inseguimenti a rotta di collo.

Il problema principale è infatti legato alla potenza intrinseca dei brand più famosi, capaci di conquistare un numero talmente alto di appassionati da rendere impossibile il non sfruttamento di un determinato franchise.
Gli stessi adattamenti live action dei classici Disney non possono che entrare di prepotenza in questo filone, arrivando in alcuni casi ad assumere quasi i connotati dei film shot-for-shot come nel caso de Il Re Leone diretto da Jon Favreau.

I numerosi autori coinvolti in operazioni di questo tipo dovrebbero infatti impegnarsi per prendersi qualche rischio in più (magari fallendo miseramente come nel caso di Terminator: Salvation) ma comunque cercando sempre di trovare strade nuove anziché ripercorrere stancamente un percorso già battutto da altri parecchi anni (o decenni) prima.
Allo stesso modo, lo stesso George Lucas, creando Star Wars: Episodio I - La Minaccia Fantasma, ha comunque provato a innovare e svecchiare la sua saga più famosa, tramite un'operazione molto (ma molto) più coraggiosa di quella effettuata da J.J. Abrams con Episodio VII, nient'altro che una revisione moderna del primo storico capitolo della saga, Una nuova speranza.

Tentare di innovare un brand storico è infatti un'operazione estremamente rischiosa ed è proprio per questo che sempre meno autori sono disposti a farlo, dato che ricalcare formule già rodate (e che il grande pubblico non fa altro che continuare ad apprezzare e mitizzare) risulta, a oggi, la via più sicura per guadagnare. Ma è proprio questo modus operandi ad aver dato vita - soprattutto negli ultimi quindici anni - a un numero davvero elevato di sequel poco riusciti o semplicemente sotto tono, come nel caso dell'ultimo film dedicato a Jason Bourne o del sequel di Sin City, uscito a quasi dieci anni di distanza dal primo capitolo.

Agenti segreti e donne fatali

La saga di Jason Bourne, in cui vediamo l'omonimo agente protagonista lottare con ogni mezzo a sua disposizione per scoprire i segreti legati al suo oscuro passato, è riuscita a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel cuore degli appassionati delle spy story a sfondo action.
L'ultimo capitolo della saga, Jason Bourne, diretto da Paul Greengrass e arrivato nelle sale nel 2016, pur vantando un ritmo di tutto rispetto, risulta come un semplice add on alla saga principale (che in realtà si era chiusa perfettamente con il terzo capitolo The Bourne Ultimatum).

Il tornare di nuovo sul personaggio, oltretutto focalizzandosi per l'ennesima volta sul suo passato, risulta un espediente capace di portare in breve tempo l'intero film sui binari della prevedibilità.
La stessa sequenza in cui vediamo morire un personaggio chiave non può che rimandare a una delle sequenze iniziali del secondo film, capace ancora una volta di rimarcare la poca voglia di puntare su fattori quali l'innovazione e lo svecchiamento.

L'ultimo capitolo di Bourne sembra quasi una sorta di collage dei momenti più iconici della saga, creato apposta per dare ai fan quello che si aspettano, senza però riuscire in alcun modo a raccontare una storia originale e/o un minimo imprevedibile.
Lo stesso Sin City - Una donna per cui uccidere, pur non essendo sicuramente un brutto film, non fa altro che riproporre quanto visto nel primo capitolo (sia a livello tecnico che narrativo) andando a ripescare anche numerosi personaggi iconici del primo episodio - talvolta snaturandoli in modo insensato.

Purtroppo il film, rimandato per troppi anni e uscito fuori tempo massimo, appare come un semplice more of the same di quanto visto in precedenza, puntando oltretutto su alcuni episodi creati appositamente per il cinema (particolare davvero strano dato che il primo Sin City funzionava proprio per essere una trasposizione fedele delle avventure cartacee dei personaggi creati da Frank Miller).

Ma la lista di film appartenenti a questo filone è in realtà virtualmente illimitata, proprio per la propensione costante di Hollywood nel puntare quasi solo ed esclusivamente su brand già ampiamente conosciuti dal grande pubblico.
Anche El Camino, il sequel di Breaking Bad fortemente voluto dal creatore della serie Vince Gilligan, risulta a tratti un prodotto fine a se stesso che, seppur ben confezionato, non fa altro che riproporre la stessa identica situazione vista già alla fine della serie.
Vista comunque la tendenza del pubblico generalista a mitizzare eccessivamente i brand famosi a prescindere, probabilmente continueremo a vedere per ancora molto tempo film simili fra loro, nuovi nel formato ma estremamente datati nei contenuti. Così va Hollywood...

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