Da Inception a Mulholland Drive: due modi diversi di concepire il sogno

Un viaggio alla scoperta dell'incredbile quanto misterioso mondo dei sogni attraverso l'analisi di due film particolari: Inception e Mulholland Drive.

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Il mondo onirico, da sempre, rappresenta un qualcosa di inesplorato e a tratti misterioso, capace di ispirare e incuriosire fin dagli albori dell'umanità un numero smodato di artisti, filosofi e scienziati per la sua natura criptica e a tratti ineffabile.
I complessi processi che avvengono nella nostra mente quando dormiamo sono tutt'oggi studiati con attenzione, dato che ci sono ancora molti aspetti che necessitano di un ulteriore approfondimento scientifico rispetto a quello che abbiamo scoperto finora, in grado di dar vita a tutta una serie di dibattiti sulle aree del cervello dove hanno materialmente origine i sogni e il loro effettivo scopo.
Anche il cinema, nel corso dei decenni, ha dimostrato un certo interesse verso ciò che riguarda il mondo onirico, tentando di approfondire in chiave pseudo realistica e/o fantasiosa l'insondabile universo dei sogni.
Due film in particolare, cioè Inception e Mulholland Drive, rappresentano forse una sorta di "riassunto" sul modo in cui funziona il nostro subconscio, perché capaci, seppur in modi concettualmente agli antipodi, di fornire allo spettatore una spiegazione abbastanza esaustiva sui processi che avvengono nella nostra mente quando dormiamo.

I sogni sembrano reali finché ci siamo dentro, non ti pare?

Inception, film del 2010 diretto da Christopher Nolan, ci porta all'interno di una società futuribile in cui, attraverso delle particolari attrezzature, è possibile entrare nei sogni delle persone per svolgere le attività più disparate.
Il protagonista Dom Cobb, interpretato da Leonardo DiCaprio, è un estrattore professionista incaricato da clienti sempre diversi di estrapolare dalle potenziali vittime numerosi segreti, spesso indispensabili per far crollare in borsa multinazionali dal potere quasi illimitato.
In questo scenario fantascientifico, legato anche a una forte componente thriller, Nolan costruisce un "heist movie" in piena regola, in cui però la missione principale del team coinvolto non risiede in un furto quanto in un innesto.
Il regista punta sul topos letterario dell'ultima missione, dell'ultimo colpo, dell'ultima sfida per imbastire l'incipit della sua trama; il protagonista si ritrova così ad affrontare un incarico considerato impossibile dalla collettività, dato che l'innesto di un'idea in un qualsiasi soggetto senziente è ritenuta una pratica virtualmente irrealizzabile.
Con questo semplice espediente, il film assume una valenza a tratti epica, ammantata anche da un'aura di tragicità intrinseca; Cobb, infatti, è afflitto da un gravoso passato che non riesce a dimenticare ma da cui vuole redimersi a tutti i costi.
La ricerca della squadra per effettuare l'innesto diventa il pretesto per fornire allo spettatore tutte le informazioni utili per comprendere al meglio la struttura dei sogni, dato che ogni membro del team possiede un'abilità innata specifica in grado di renderlo indispensabile alla riuscita del colpo.

Nolan decide di imbastire il suo universo narrativo cercando di sviscerare a fondo il concetto di "sogno lucido" ampliandolo poi con tutta una serie di sovrastrutture da lui create; arriviamo così al sogno condiviso, una vera e propria dimensione onirica parallela a quella reale, in cui i vari personaggi protagonisti si ritrovano a vivere nello stesso luogo fittizio.
Il regista sceglie di donare al sogno una struttura solida, precisa e codificata; il mondo onirico assume così una valenza non più puramente astratta ma concreta e tangibile, perché governato da tutta una serie di leggi che bisogna rispettare nel modo più rigoroso possibile per non far crollare ogni cosa.
Anche l'uscita dal sonno indotto ha delle precise regole da seguire: grazie al "calcio", una sorta di scossone e/o spinta improvvisa che avviene nel mondo reale, è infatti possibile risvegliarsi immediatamente.
Lo spettatore si ritrova quindi immerso in un sogno che assume l'aspetto di un perfetto marchingegno a orologeria strutturato a compartimenti stagni, in cui il tempo si modifica e si dilata via via che si procede all'interno del subconscio della vittima.

Nolan ci tiene spasmodicamente a spiegare la struttura con cui i sogni condivisi vengono creati, giocando poi con un sistema simile a quello delle matrioske dove tutti gli strati del sogno risultano collegati insieme e dove ogni azione effettuata in uno dei livelli più superficiali ha delle conseguenze anche in quelli successivi.
In questa concezione dei sogni a tratti asettica, metodica e priva (almeno in apparenza) di irregolarità, il regista ha comunque inserito alcune variabili in grado di scardinare le certezze dello spettatore.
Dalle numerose questioni legate alla figura di Mal, la moglie del protagonista, fino al finale aperto, si capisce come anche la più perfetta e solida delle strutture in realtà può nascondere uno o più punti deboli.
In questo caso il totem, un oggetto speciale che tutti i personaggi utilizzano per comprendere se stanno ancora sognando, diventa uno dei pilastri su cui l'intero film si sorregge.
La trottola, l'oggetto utilizzato dal protagonista nei momenti di maggior dubbio (simile per certi versi al test di realtà dei sogni lucidi), è così in grado di guidare lo spettatore attraverso le varie fasi del sogno ma, allo stesso tempo, di farlo riflettere continuamente sul fatto che forse quello che viene recepito come reale dai protagonisti in fin dei conti non lo è affatto.
Le ambiguità di fondo della pellicola, fin dalla sua uscita al centro di numerose teorie alternative sul finale (e non solo), possono forse essere considerate come un valore aggiunto e non come un handicap, in grado, seppur attraverso qualche concetto forse confusionario, di spiegare in modo originale la struttura del nostro subconscio, focalizzandosi anche su tutta quella (probabilmente immensa) zona oscura del nostro cervello che, almeno fino a oggi, nessuno è riuscito a esplorare nella sua totalità.

Ho fatto un sogno che riguarda questo posto

David Lynch, regista visionario che recentemente è tornato a far parlare di sé grazie alla terza stagione della serie cult Twin Peaks, nel 2001 ha realizzato uno dei suoi massimi capolavori: Mulholland Drive.
Il film, nato dall'unione di un episodio pilota TV girato dal regista (ma scartato da numerosi network) e vario materiale inedito pensato apposta per realizzare un lungometraggio, racconta la storia di Rita, una giovane e bellissima donna colta da amnesia dopo un incidente in auto.
Nonostante Lynch sia famoso per il suo stile estremamente visionario e a tratti indecifrabile, la pellicola, almeno in un primo momento, prosegue seguendo uno sviluppo narrativo tutto sommato lineare, fornendo allo spettatore numerosi punti fermi per seguire senza problemi la trama.

L'opera poi, facendo anche leva sulla figura di Betty (l'altra protagonista del film), inizia via via ad assumere sempre più i contorni di un thriller psicologico dalla forte impronta onirica, avvicinandosi in alcuni punti anche a influenze di stampo horror.
Mulholland Drive, al contrario di Inception, non si prende la briga di spiegare nei dettagli la struttura con cui vengono composti o creati i sogni, tralasciando tutta una serie di informazioni tecniche che è lo stesso spettatore a dover ricostruire pian piano, osservando attentamente le varie sfumature contenutistiche presenti all'interno del film.
David Lynch, pur non spiegando mai il significato delle sue opere (lasciando così a chiunque la possibilità di interpretarle secondo i propri gusti), in realtà in Mulholland Drive, pur addentrandosi nei meandri dell'inconscio e dei sogni in modo caotico e a tratti spiazzante, riesce a descrivere in modo superlativo il funzionamento del nostro subconscio.
Se infatti la pellicola può essere compresa tranquillamente alla prima visione (facendo ovviamente molta attenzione a tutti i particolari presenti nelle varie scene), è solo rivedendola una seconda e/o terza volta che è possibile entrare realmente nel mondo metafisico creato dal regista.
Le numerose chiavi di lettura presenti nell'opera e i profondi sottotesti insiti dalla prima all'ultima inquadratura, all'apparenza inutili e/o insignificanti, di colpo in realtà iniziano ad acquisire un significato ben preciso.

I vari simbolismi all'interno del film, così come gli strani e inquietanti personaggi che appaiono e scompaiono per tutta la durata della pellicola, assumono il ruolo di una vera e propria guida per lo spettatore (così come i totem per Inception), in grado alla fine di farci comprendere la cura maniacale riposta dal regista nel descrivere i meccanismi inconsci che il nostro cervello mette in moto per farci affrontare le nostre paure più profonde.
Seppur quindi il film possa sembrare in apparenza senza senso, in realtà nasconde una logica cristallina; questo però non toglie che nell'opera sia anche presente un lato prettamente sovrannaturale, capace di mischiarsi con la realtà e l'inconscio in modo da creare un mix realmente unico e difficilmente replicabile.
La particolarità di Mulholland Drive è riuscire a descrivere numerosi aspetti dell'animo umano focalizzandosi su temi universali come l'amore, l'amicizia e l'odio, provando però ad analizzarli attraverso un punto di vista differente, trattando il sogno non come un qualcosa di astratto ma come un'entità dotata di coscienza, di libero arbitrio e sentimenti.
Nell'opera di Lynch le regole esistono solo per essere infrante, dato che la realtà si sovrappone al sogno e viceversa, in un susseguirsi di eventi e situazioni dalla forte impronta emotiva; la pellicola, in modo a tratti sorprendente ma anche paradossale, riesce così a raccontare una storia perfettamente lineare ma al tempo stesso confusionaria, destabilizzante e schizofrenica.

Sogno o son desto?

I due film in questione rappresentano due modi diversi di concepire il sogno, con Inception impegnato a decostruire, spacchettare e rimontare l'universo onirico procedendo in modo rigoroso/metodico, e con Mulholland Drive intento invece a travalicare i confini dell'ignoto sovvertendo qualsiasi regola conosciuta.
Queste opere, seppur diametralmente opposte sia nei contenuti che dal punto di vista stilistico, hanno in comune il mettere in discussione il concetto stesso di realtà oggettiva; sia in Inception che in Mulholland Drive, infatti, a un certo punto lo spettatore viene indotto a trovarsi in una sorta di limbo in cui il confine tra realtà e sogno diventa così labile da risultare a tratti invisibile.
Opere di questo tipo sono anche molto importanti per farci comprendere al meglio l'incredibile complessità dei processi che avvengono nel nostro cervello mentre dormiamo, in grado, spesso, di trasportarci all'interno di veri e propri spazi inesplorati in cui ogni cosa, anche la più impensabile, per un attimo diventa possibile.
Cari onironauti di tutto il mondo, non resta che augurarvi... sogni d'oro.

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