Da Edward mani di forbice a Jack Skeletron: la poetica di Tim Burton

Esploriamo la tematica dell'eterno emarginato legata a molte opere di Tim Burton, come visto in Edward mani di forbice o Nightmare Before Christmas.

speciale Da Edward mani di forbice a Jack Skeletron: la poetica di Tim Burton
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Tim Burton, soprattutto tra la fine degli anni '80 e '90, ha saputo dare alla luce svariati capolavori cinematografici. È da sempre stato classificato come un autore dalla forte impronta gotica, una cifra stilistica che, in special modo durante la prima metà della sua carriera, ha caratterizzato numerosi suoi lavori, attraverso la ricerca di determinate istanze dark capaci di porsi in netta contrapposizione con quelle più solari di matrice, ad esempio, disneyana.
Ed è proprio concentrandoci su questa particolare impostazione stilistica che proveremo a sviscerare nel dettaglio una tra le tematiche forse più riconoscibili dell'autore, cioè quella relativa alla figura dell'outsider che, partendo dai corti Vincent e Frankenweenie è stata via via utilizzata anche successivamente, come ad esempio nei casi riguardanti Edward mani di forbice e Nightmare Before Christmas.

Freaks e outsiders

Fin dal suo ingresso giovanissimo in Disney, Tim Burton non ha mai visto di buon occhio le atmosfere solari e talvolta esageratamente colorate tipiche di una tra le industrie più importanti dell'intrattenimento mondiale, particolare che lo ha portato (con il passare degli anni) anche a dichiarare apertamente di aver odiato lavorare a opere ammantate di uno stile grafico esageratamente allegro e scanzonato.
Durante gli anni, il creativo ha quindi deciso di portare avanti la sua personale visione artistica, talvolta andando anche contro alla policy della stessa azienda per cui lavorava.
Il seminale Vincent, corto in cui il protagonista bambino/alter ego di Tim Burton mitizza a tratti la figura dell'attore Vincent Price, diviene a tutti gli effetti una sorta di breve summa dell'idea legata al culto del diverso, dell'emarginato, dello strano.
Lo stesso Frankenweenie, uscito due anni dopo, torna nuovamente a ricalcare questo particolare aspetto, puntando con ancora più forza sul contrasto tra apparenza e sostanza, mettendoci di fronte a tutta una serie di istanze contenutistiche spesso presenti nelle opere di Burton, tra cui l'intolleranza verso il diverso e l'ottusità dei presunti benpensanti, spesso artefici di alcuni snodi di trama fondamentali capaci di mettere gli stessi protagonisti di fronte alla crudeltà del mondo.

Dopo lo straordinario successo ottenuto da Batman (peraltro anch'esso fortemente ammantato dalla personale visione dell'autore), Burton porta in sala Edward mani di forbice, un vero e proprio manifesto contenutistico capace di farci comprendere la specifica visione del creativo.
Ancora una volta riversa in Edward tutti i propri dubbi e le proprie incertezze, facendolo diventare nuovamente metafora/alter ego di se stesso così come della sua difficile infanzia e adolescenza, visto che l'autore, soprattutto da giovane, ha sempre avuto grandi problemi a relazionarsi con il prossimo.
L'opera, che vede al centro della scena una creatura simile a un novello mostro di Frankenstein, il cui inventore non è però riuscito a completarlo del tutto, decide di focalizzarsi fin da subito sul concetto di accettazione (quanto di allontanamento) riguardante l'ignoto.
Edward, una volta a contatto con gli abitanti della ridente cittadina dove risiede Peggy Boggs (scopritrice del protagonista all'interno della villa), risulta da subito come una sorta di virus, non solo dal lato comportamentale ma anche dal punto di vista puramente estetico.
Edward infatti, dall'aspetto leggermente inquietante e vestito di nero, è un vero e proprio pesce fuor d'acqua all'interno di una dimensione in realtà estremamente colorata e in apparenza perfetta.
Ed è così che, proprio per far fronte alla sua presunta discrepanza con l'ambiente che lo circonda, il protagonista prova a farsi accettare in tutti i modi dalla comunità, riuscendo in un primo momento a integrarsi provando al tempo stesso a fare i conti anche con l'amore provato per Kim Boggs (interpretata da una giovanissima Winona Ryder).

Ma quella perfezione senza macchie apparenti si rivela deleteria per lo stesso Edward che, proprio integrandosi sempre di più all'interno di quella società così diversa dal suo mondo d'origine, ne diviene in parte vittima, non per colpa sua ma per tutta una serie di malintesi, così come per la cattiva fede di alcuni membri della comunità.
Il suo essere incompreso dalla società che lo circonda spinge nuovamente Edward ad affrontare dubbi e paure, particolare che lo porterà a comprendere, nonostante il suo buon cuore, che forse non è quello il posto più adatto a lui.
Il poetico quanto malinconico finale, capace di racchiudere perfettamente la summa stilistica e concettuale burtoniana, risulta particolarmente adatto per comprenderne la profondità di fondo, non per forza legata a un accomodante lieto fine.

Chi mai capirà quanto io mi sento giù?

Altro personaggio degno di nota, capace di incarnare a piene mani la malinconia esistenziale burtoniana, è senza ombra di dubbio Jack Skeletron, lo sfaccettato protagonista di Nightmare Before Christmas, il capolavoro ideato da Tim Burton e diretto da Henry Selick realizzato con la tecnica della stop motion.
Seppur durante tutto il film d'animazione la tematica dell'outsider sia preponderante, è sicuramente con la canzone Re del blu, re del mai che lo spettatore viene fatto davvero partecipe dell'infelicità del protagonista, capace di incarnare quanto di più alto (e di più basso) possa in realtà esistere nel mondo di Halloween.
Jack, nonostante sia infatti il re della sua cittadina, stimato e apprezzato da tutti, non riesce a ritenersi pienamente soddisfatto per via della sua routine giornaliera in cui si sente disperatamente intrappolato e dove ogni anno si ripresenta uguale all'altro, senza la possibilità di evadere da quella che a tutti gli effetti sembra essere una vera e propria prigione esistenziale.
Traslando quindi la tematica dell'emarginato in un contesto leggermente diverso rispetto a quanto visto in Edward, ritroviamo in realtà tutte le istanze più sentite dell'autore.

Jack, incapace di far comprendere il proprio malumore a chiunque gli sia vicino - non è infatti in grado di aprirsi completamente agli altri mostrando solo la sua facciata più forte e sicura - si fa fondamentalmente corrompere dal suo stesso desiderio di ribellione.
Va così a sovvertire lo spirito del Natale (che in realtà neanche lui riesce a comprendere davvero) dando in questo modo il via a un effetto domino che alla fine non potrà far altro che travolgerlo come un'implacabile valanga.
Dall'enorme batosta ricevuta, il protagonista riuscirà comunque a riprendersi facendo così tesoro dei propri sbagli nel tentativo di rimediare ai suoi errori.

Il profondo senso di inadeguatezza provato da molti dei protagonisti delle opere di Tim Burton ha comunque permesso al regista di mettere in luce in maniera profonda la propria interiorità.
L'autore è riuscito al tempo stesso a toccare tutta una serie di corde emozionali in grado di far breccia anche su numerosissimi spettatori capaci, talvolta, di riconoscersi in taluni personaggi tanto profondi caratterialmente quanto intrisi di una vena di poetica malinconia.

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