Da Alan Moore a Frank Miller: le ispirazioni fumettistiche di Joker

Pur ispirandosi palesemente al cinema di Scorsese e al noir d'autore, il Joker di Todd Phillips ha richiami decisi a grandi capolavori del fumetto.

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Dopo la prima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia 76, si è molto discusso sulla natura da cinecomic o no del Joker di Todd Phillips, con lo stesso regista che inizialmente prendeva le distanza dalla categoria (o sotto-categoria che dir si voglia). In buona sostanza, diceva di "non essersi ispirato a nessun fumetto", motivo che a detta sua ne giustificava la non appartenenza al grande nucleo dei cinecomic. Nel corso delle varie interviste, però, proprio Phillips è tornato sui suoi passi per ammettere di essersi effettivamente ispirato a diversi albi della DC Comics, ovviamente quelli dedicati in qualche modo al Clown Criminale o più generalmente vicini alla sensibilità ricercata per il film, dunque matura, viscerale, diretta.

Ora che il titolo con Joaquin Phoenix è finalmente nelle sale, è palese che oltre all'ispirazione del cinema poliziesco o noir anni '70, alle opere di Martin Scorsese e alle sonorità degli anni '50, il regista abbia attinto a piene mani proprio dai fumetti, per giunta da quelli più famosi, modificandone struttura e contenuti a seconda dell'esigenza artistica richiesta. Vediamo insieme quali.

Un confronto inevitabile

Quando ci si confronta con le origini del Joker, ci si confronta con Alan Moore. Questo sin dal 1988 quando insieme a Brian Bolland, e guardando alla matrice narrativa e stilistica di alcuni vecchi albi della Detective Comics, il controverso e brillante autore pubblicava per la DC quell'opus magnum di The Killing Joke, considerata ancora oggi una delle migliori storie della vita editoriale di Batman.
Partendo infatti dalla concezione primaria del personaggio di Joker (pensato per non avere un passato chiaro, delle coordinate emotive o familiari precise e per rappresentare e personificare carnalmente la follia che lacera il mondo), Moore ha seguito l'esempio di Sheldon Moloff e George Roussos, che ne L'uomo sotto il cappuccio rosso decisero di tracciare alla fine degli anni '50 qualche linea del passato del Clown. Solo questi due albi, finora, hanno cercato di addentarsi nell'intimità sentimentale e umana del Joker, per giunta con un Moore direttamente ispirato dai colleghi e dal loro lavoro, conturbato dall'idea di dare struttura e sostanza a una delle possibili storie d'origini del villain. E lì c'è tutto: la carriera da cabarettista fallito, il passaggio al lato sbagliato della vita, quello criminale, le sostanze chimiche che gli deturpano l'aspetto e la psiche fragile.

Se pensate dunque che il Joker di Joaquin Phoenix somigli terribilmente a quello di Heath Ledger è perché in entrambi i casi la musa eccezionale e primaria è stata proprio l'opera di Alan Moore, sia nell'estetica che nella psicologia. Certo, il Joker del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan è un adoratore del caos, un anarchico insurrezionalista che vuole solo vedere il mondo dato alle fiamme, ma dietro alla costruzione del suo carattere c'è uno studio complesso che guarda anche al passato del personaggio (le storie che racconta, soprattutto).

In questo senso, il componimento di Ledger e Nolan è più simile agli "indizi" di Moloff e Roussos, mentre quello del Joker di Phillips e Phoenix si ispira direttamente alla volontà indagatrice e riflessiva di Moore e Bolland, addentrandosi nell'esplorazione della trasformazione e della catarsi del protagonista. E i punti di contatto sono molti, anche se modificati.
Arthur Fleck non è ad esempio un ex-perito chimico divenuto cabarettista fallito ma un uomo che cerca di sopravvivere come pagliaccio con il desiderio di sfondare nel mondo della stand-up comedy. Non è la chimica a rovinargli il volto e a distruggerne la psiche ma è la società, la sua mancanza di empatia, l'alienazione civile.

Resta però intatto il discorso relativo alla tensione verso la risata, alla sovversione del proprio status degradante e indegno attraverso la psicologia dell'azione inversa: privati di gioia e risate, provano a loro volta a darne, conoscendo il male che alberga nel cuore degli uomini, nei meandri di una nazione corrotta.
Tirando avanti finché arriva una "giornata particolarmente brutta" a mutarli definitivamente in mostri. Arthur lo dice più volte: "È stata una brutta giornata", "Sono state due settimane difficili", proprio come il Joker di Moore spiega a Batman: "Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle".
[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

Media

The Killing Joke non è comunque la sola ispirazione di Todd Phillips, che come spiegavamo ha attinto alle run più famose della DC. Proprio come fatto da Tim Burton prima e da Nolan poi, il regista ha volto lo sguardo verso Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, che oltre a raccontare di un Giustiziere di Gotham più anziano, stanco e violento di quello mostrato in precedenza (sovvertendo di fatto insieme a Watchmen di Moore le regole di destrutturazione della figura del supereroe), dà spazio anche al Joker, che assistendo al ritorno di Batman si risveglia dal suo torpore e decide di organizzare un'accoglienza scoppiettante. Dal fumetto e dalla visione di Miller, sostanzialmente, Phillips pesca due cose: l'amore per la narrazione attraverso i media (giornali, televisioni, radio) e la strage in diretta televisiva in un programma in cui Joker è ospite.

Al netto di piccole anticipazioni nel corso del minutaggio, le due ispirazioni sono praticamente dichiarate alla fine del film, quando Arthur uccide Murray Franklin dopo essersi presentato al mondo come Joker e come omicida.

C'è addirittura un'inquadratura (con carrello all'indietro) che sembra uscita direttamente dalle tavole del fumetto di Miller e anche dal Watchmen già citato poco sopra, per l'esattezza quando viene tagliata la diretta su Arthur e ci si sposta in quella che sembra essere la cabina di regia del programma, con la diffusione della notizia nelle principali reti, commentata, riguardata e analizzata.

L'informazione passa dai media ed è filtrata dagli stessi, capaci di produrre tante news e tanti scoop quanti sono i simboli e gli emblemi che riescono a instillare persino involontariamente nella psiche degli spettatori, tramutando magari il bene in male e viceversa, in un gioco giornalistico contorto e confusionario. Il che è addirittura paradossale e persino ironico, pensando alla situazione creatasi intorno al film.

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