Come si diventa un leader: la riflessione alla base de Il Discorso del Re

Nel 2011 usciva in sala Il Discorso del Re: tra ironia, costumi e politica, emergeva una profonda riflessione sulla leadership.

Come si diventa un leader: la riflessione alla base de Il Discorso del Re
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Difficile trovare un film superiore a Il Discorso del Re di Tom Hooper nel mostrarci un personaggio storico in un modo più intimo, umano e volendo anche incredibilmente fragile.
Ma del resto Giorgio VI, al secolo Albert Frederick Arthur George, secondogenito di Giorgio V, non è stato un Re come gli altri. Certo, La Pazzia di Re Giorgio di Nicholas Hytner è stato più dissacrante, violento e avvilente, mentre The Queen di Stephen Frears ci ha mostrato la crisi della monarchia. Ma nessuno dei due è stato in grado creare un'evoluzione del concetto di leader quanto quel Re così impreparato, indifeso e pieno di dubbi, che ha rappresentato una novità incredibile, nel pieno dell'era dei totalitarismi.
Sono già passati dieci anni dall'uscita in sala de Il Discorso del Re, eppure non ha perso neppure un po' del suo fascino e della sua attualità.

Un trono senza un vero pretendente

Inghilterra, 1925. Il Re Giorgio V è ormai da tempo afflitto da grossi problemi di salute. Il trono già aspetta il figlio Edoardo, mentre il secondogenito, Albert, è in fondo ben felice assieme alla moglie Elizabeth di lasciare gli oneri più importanti al fratello. Albert è afflitto da una terribile balbuzie, che sovente mette lui e la stessa famiglia reale in imbarazzo durante le manifestazioni pubbliche, tanto che egli infine rinuncia a presiedere.
Tuttavia, tale problematica lo pone fortemente a disagio anche in presenza del padre, verso il quale nutre, più che un profondo rispetto, un grande timore.
In suo soccorso verrà l'originale e anticonvenzionale logopedista Lionel Logue. Australiano, con una passione mai messa a frutto per il teatro, diventerà in breve non solo l'uomo che aiuterà il futuro Re ad adempiere ai suoi doveri in pubblico, ma soprattutto un amico, un taumaturgo per un uomo profondamente ferito e insicuro.

Sceneggiatura originale e intrigante quella di David Seidler, che assieme alla robusta regia di Hooper e alla fotografia di Danny Cohen fa de Il Discorso del Re un viaggio dentro la creazione del potere mai retorico o effimero, rendendo i corridoi della corte inglese una stretta prigione oscura, attorniata da una natura che annega nella nebbia, nella pioggia e nel fango.
Su tutto e tutti, dominava la fragilità di Albert, avvolta da una sottile armatura di paura, ostilità e rabbia, messa a nudo da questo strano australiano con la fissa per Shakespeare.

Una dinastia divisa da rancori e infelicità

The Crown ha approfondito miserie e drammi di Buckingham Palace, che del resto ha avuto dal cinema tributi non esattamente da niente. Tuttavia bisogna ammettere che Il Discorso del Re ha gettato una luce di incredibile e onesta umanità, nonché di desolante tristezza su quel dorato mondo che ha fatto e continua a fare la fortuna di tabloid e talk show.
Colin Firth, elegante eppure sempre a disagio, è stato l'immagine fatta e finita del peso, del dramma e della responsabilità che molto spesso il pubblico si dimentica vadano a braccetto con la corona.
Albert non vuole essere Re, ne è terrorizzato. Il padre (un grande Michael Gambon) troneggia con fare autoritario, deciso e insensibile, un leone spietato di fronte ai suoi occhi.
Il fratello Edoardo ha l'eleganza gelida e i modi imprevedibili di un bravissimo Guy Pearce, ha ereditato tutto il carisma del padre, ma neanche un'oncia del suo senso del dovere. Di simpatie nazi-fasciste, come noto manda tutto all'aria per sposare la divorziata Wallis Simpson.
Per quanto Il Discorso del Re esageri nel dipingere lui e la Simpson in modo sovente spregevole, ciò che è interessante è come l'iter renda assolutamente palpabile quanto nessuno in realtà quel trono lo voglia.
È una gabbia, una prigione che già Madonna in Edward e Wallis aveva ben rappresentato. Tuttavia rimane il rancore verso la "scandalosa" coppia, per aver costretto Albert e la sua famiglia ad abbracciare un'esistenza fatta di doveri, obblighi, attenzione mediatica e responsabilità incredibili.

Un balbuziente nell'era dei totalitarismi

Albert vive da sempre nella paura, nel non sentirsi all'altezza. La sua voce è lo specchio di una personalità che non si capacita di dover stare veramente lì. Per molti tratti, si avverte una mancanza di conoscenza e assieme una profonda invidia verso il mondo borghese a cui appartiene quello strano logopedista australiano.
Per rinfrancarsi, non sa fare di meglio che rivendicare le sue alte origini, disprezzare gli altri, autoconvincersi di essere in fondo sul trono per diritto divino. Eppure, nel farlo, non cessa di chiedere aiuto, di palesare la sua scarsissima autostima, quanto sia terrorizzato da quel microfono.

The Young Pope di Sorrentino ha parlato dell'assenza come presenza, qui invece abbiamo l'assenza del potere stesso per lunghi tratti, la creazione di una sua immagine, in un tempo in cui era la voce a determinare la forza di un leader.
Hitler e la sua oratoria urlata, Mussolini e il suo crescendo rossiniano: sono i totem del momento. Albert appartiene a un mondo che solo da poco si è aperto parlando al popolo, che ha di solito lasciato tale incombenza ai vari Primi Ministri.
La voce esce dal palazzo, viaggia sulle onde di quella radio che era l'unico vero media del momento. Re Giorgio VI vi si avvicina come a un serpente che lo può mordere, parla a una nazione scossa dall'essersi addormentata in pace e risvegliatasi in una nuova guerra.

Un film che parla dell'uomo

Si è detto che i migliori leader sono quelli che non vogliono esserlo. La vita e l'opera di Albert ne sono un esempio perfetto. Il Discorso del Re ci mostra la costruzione di un sovrano, di un simbolo. Churchill guiderà la nave nella tempesta, ma è Giorgio VI agli occhi della nazione a dargli tale potere. Edoardo è una scheggia impazzita, un leone ribelle, il padre era un'ombra possente, lui non sa chi è, non sa cosa fare.
Guidato in modo amorevole anche da una moglie sensibile e intelligente, Albert si mette a nudo di fronte a noi, ci parla dell'infanzia triste e sofferente, della tata che lo maltrattava, del fratellino morto di epilessia, del sogno di essere uno come gli altri e basta.
In un'epoca in cui chi comanda deve apparire infallibile (soprattutto quando ha torto), Albert invece sbaglia ogni volta che apre bocca, poi sempre meno, soprattutto quando rinnega il "bon ton", le buone maniere, quando diventa anche lui il figlio di un birraio che bestemmia ed esterna le proprie emozioni.
Essere un Re invece non gli dà questa libertà, ergo la corona è non mostrare la propria personalità, è arginarla, è leggere quel discorso alla radio rendendo la propria voce tutto ciò che il popolo sentirà di te.
Il Discorso del Re risulta ancora più prezioso oggi, in un mondo ormai circondato da chi parla di tutto senza sapere niente. Bisognerebbe invece imparare da Albert, l'uomo che fu Re per tutta la vita senza mai sentirsi veramente tale.

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