Valerian

Clive Owen: la carriera dell'attore britannico nel cast di Valerian

Attore di razza, è passato da Shakespeare al cinema d'autore di Spike Lee e Alfonso Cuaron. Ora lo vedremo in Valerian di Luc Besson.

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A guardarlo bene, solo superficialmente, Clive Owen sembrerebbe uno di quei soggetti che si mettono a fare la guardia fuori dai locali, per l'aria severa e il fisico da vigilante. Ecco si, Clive Owen dà l'idea di essere un uomo protettivo, il capo del branco, altissimo, con una prospettiva sul mondo quasi avvantaggiata, eppure l'animo sensibile - quello coltivato durante l'adolescenza e gli studi alla Royal Academy of Dramatic Art (il suo compagno di classe era Ralph Fiennes) - ha sempre prevalso sull'aspetto rude e si è rivelato film dopo film, interpretazione dopo interpretazione, al servizio del pubblico e dell'arte. Fin dai primi passi mossi sul palcoscenico, come nella migliore tradizione drammatica britannica, recitando le opere immortali di Shakespeare e innamorandosi della sua attuale compagna di vita (l'attrice Sarah-Jane Fenton sposata nel 1995), Clive Owen dimostra che il corpo imponente è soltanto un mezzo per raggiungere la perfezione, e non un ostacolo: è affascinante, di bell'aspetto, ma anche paranoico, passionale, viscerale, sfumature che esibisce ogni volta sullo schermo in ogni personaggio che gli viene affidato. E la carriera al cinema, cominciata grazie alla benedizione di un certo Robert Altman con Gosford Park (film corale in costume con Maggie Smith, Michael Gambon e Kristin Scott Thomas), diventa l'adeguata consacrazione di un interprete straordinario che mancava da tempo.

Da Shakespeare al cinema d'autore

Dal 2001 in poi è tutto un susseguirsi di ruoli importanti, rimbalzando da un genere all'altro con la medesima efficacia: nel 2004 viene scelto da Antoine Fuqua per vestire l'armatura di Re Artù nel blockbuster prodotto da Jerry Bruckheimer King Arthur, versione aggiornata edella leggenda bretone dove il taciturno protagonista è affiancato da una giovanissima Keira Knightley e nello stesso anno recita nell'ultimo film di Mike Nichols Closer, adattamento dell'omonima piece teatrale grazie a cui vince un Golden Globe e un Bafta come Miglior Attore Non Protagonista. Il suo Larry violento e animalesco lo proietta in una nuova dimensione, ad Hollywood si parla di lui, i giornali lo definiscono "uno degli uomini più sexy del pianeta", l'attenzione mediatica è vivace. "Senza dubbio Closer mi ha aperto diverse porte, e mi sento fortunato perché ho avuto l'opportunità di recitare Dan a teatro e Larry al cinema. Quello che c'è intorno, le chiacchiere, il rumore, è una distrazione dal lavoro. E il lavoro è l'unica cosa che conta per me."

Testa bassa e petto in fuori, Clive Owen si getta subito in un'altra sfida: nel 2005 Frank Miller e Robert Rodriguez rivoluzionano il concetto di trasposizione di un testo fumettistico realizzando il primo dei due Sin City, pellicola a episodi tratta dall'omonima opera in bianco e nero di Miller. Completamente girato in digitale, metteva gli attori di fronte ad un green screen con un risultato finale davvero suggestivo e fedele all'originale cartaceo; qui Owen è Dwight McCarthy nella sezione Un'abbuffata di morte (con lo zampino in regia di Quentin Tarantino), personaggio dal passato turbolento e dal presente altrettanto instabile che si erge a protettore femminile e vendicatore spietato. Ennesima dimostrazione di un talento sopraffino applicato ad una forma di intrattenimento popolare, anzi pop, che non lascia indifferenti. Lo sanno bene i grandi autori contemporanei, come Spike Lee che gli consegna uno dei villain più interessanti e intriganti mai visti in Inside Man (2005), e Alfonso Cuaron, che a Owen affida il ruolo dell'ex attivista politico Theolonius Faron nella pellicola distopica I figli degli uomini. Eroe itinerante in una società al collasso, l'attore offre una delle performance più sentite e sensibili della sua carriera.

Dopo la serie The Knick arriva il blockbuster di Luc Besson Valerian

Se passiamo velocemente in rassegna tutti i titoli della sua filmografia, Elizabeth: The Golden Age, The International, Duplicity, Doppio Gioco, Blood Ties - La legge del sangue, si arriva diretti al 2014, anno cruciale che sancisce lo stato di grazia di un interprete che può fare di tutto. New York, 1900, sotto un cielo plumbeo e per le strade sudicie di fango si aggira la figura di John Thackery, chirurgo brillante e cocainomane protagonista assoluto della serie The Knick creata da Jack Amiel e Michael Begler, diretta nientemeno che da Steven Soderbergh. Inutile raccomandarne la visione, perché dovrebbe bastare il nome di Clive Owen associato al profilo di Thackery, un po' demone e un po' macellaio, traghettatore di cadaveri e luminare della medicina, vera chicca delle ultime stagioni televisive. Ed ora, ad aspettarlo c'è Valerian e la città dei mille pianeti, blockbuster di fantascienza di Luc Besson dove vestirà i panni del Comandante Arun Filitt al fianco di Dane DeHaan, Cara Delevingne e Ethan Hawke.

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