Clint Eastwood: i 90 anni di uno Straniero Senza Nome al cinema

Oggi, 31 maggio, Clint Eastwood compie novant'anni. E da cinquanta è il profeta dei ribelli, degli anticonformisti, degli individualisti.

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Quando nel 1971 uscì Brivido nella notte, il suo primo film, nessuno pensava che Clint Eastwood sarebbe diventato l'artista che è oggi: uno dei registi più importanti del panorama mondiale, in grado di destreggiarsi tra generi molto diversi, mantenendo però sempre uno stile personale che ne ha fatto negli anni un punto di riferimento per pubblico e critica. Analizzare il suo percorso di regista vuol dire immergersi in una visione del mondo libertaria, all'interno della quale domina una concezione dell'individuo come padrone senza limiti della propria esistenza, da difendere con le unghie e con i denti da uno Stato che Eastwood ha sempre dipinto come il primo nemico, la nemesi di chi rivendica il diritto di decidere del proprio destino.

Richard Jewell: Eastwood contro lo Stato

In questo senso, Richard Jewell, la sua ultima opera, ne è un esempio perfetto. Protagonista è l'omonimo addetto alla sicurezza che salvò moltissime vite in occasione dell'attentato dinamitardo alle Olimpiadi di Atlanta '96, solo per trovarsi in seguito ingiustamente sospettato dall'FBI e distrutto da mass media diffamatori.
Eastwood ha usato i 129 minuti di Richard Jewell per creare un elogio dell'uomo, del diverso, di un americano che non è né medio, né sopra la media, è semplicemente una brava persona, con i suoi pregi e suoi difetti. E soprattutto con la sua libertà.
E nel farlo, il regista ha operato un sistematico ed efficace attacco contro la "massa", il "sistema", rappresentato dall'FBI (che in quella vicenda toccò uno dei suoi punti più bassi) ma anche dai mass media, dai giornalisti, più in generale dal potere politico, dal governo, che qui, come in molti suoi film, è un nemico spietato.
E lui, Richard Jewell, obeso, lento e non particolarmente sveglio ragazzone mai cresciuto, che colleziona armi e vive con la madre che cucina torte, altro non è in fondo che l'ennesimo cavaliere solitario, uno "Straniero Senza Nome" (forse solo un po' goffo), simbolo di quanto, per Eastwood, la Storia sia fatta da scelte individuali, dalla forza di quei singoli che scelgono di lottare.
Lottare per sé stessi ma anche per gli altri, per ciò che è giusto, aiutare chi non può difendersi, cambiare le cose, dal momento che libertarismo, per l'ex ispettore Callahan, non è mai stato sinonimo di individualismo sfrenato ed egoista.
Per Eastwood, per i personaggi che egli stesso ha interpretato o ha portato sul grande schermo, infatti, contano coscienza e passioni, non la razionalità o ciò che gli altri dicono di fare, ciò che la legge impone.

Il regista dei ribelli, degli individualisti, dei solitari

In quasi cinquant'anni da regista, Eastwood ha fatto abbastanza perché lo si consideri il paladino del pensiero non allineato, di chi va controcorrente.
In questo c'è abbastanza spazio per vedere nel suo "Straniero Senza Nome" (silhouette cinematografica nata con Sergio Leone e da lui poi sviluppata) l'archetipo del leader per caso, del cavaliere errante, giustiziere dei deboli, che cerca semplicemente di fare ciò che va fatto. Costi quel che costi.
Il texano dagli occhi di ghiaccio, Il cavaliere pallido, L'uomo nel mirino, Bronco Billy, Gunny, Un mondo perfetto, Gran Torino, Sully... il cinema di Clint Eastwood è pieno di "Stranieri Senza Nome", di cavalieri solitari, diversi per carattere e natura, ma che rappresentano (ai suoi occhi) quell'America fatta di intraprendenza, coraggio e senso della comunità.
I nemici? Sovente sono uomini potenti, spesso le stesse autorità.
Ne Gli spietati era addirittura lo Sceriffo (la Legge, che per Clint è una cosa diversa dalla giustizia), in Il cavaliere pallido un latifondista prepotente, e poi via via a scorrere una lunga lista di politici (compresi Presidenti) corrotti, poliziotti disonesti o soldati prezzolati, criminali sadici e incalliti.
La polizia? Lo Stato? Impotenti nel migliore dei casi (basti pensare a Gran Torino), a eccezione di quei pochi disposti a sporcarsi le mani, a piegare (ma non infrangere) le regole pur di proteggere gli inermi.
Se ci si pensa, il suo Ispettore Callahan ha avuto nei superiori, nei politici e nella burocrazia, nemici pericolosi quasi quanto la fauna criminale con cui combatteva giorno dopo giorno.

Oltre che in Richard Jewell, anche in Fino a prova contraria, Sully e Changeling, il "sistema", il potere politico o la polizia invece di proteggere i cittadini proteggono sé stessi.
E quando falliscono cercano capri espiatori, qualcosa da offrire come tributo al popolo assetato di vendetta, per salvarsi e continuare a interferire nelle nostre vite.
Da questa visione di uno Stato come essere invasivo è nato il suo discorso al fantasma di Obama, a quella sedia vuota; non condivisibile magari, ma sicuramente coerente con il suo percorso politico e artistico.

Male e bene sono solo parole

Il suo cinema ha sempre sposato una visione del mondo non dogmatica, in cui la linea tra bene e male è molto più sottile di quanto si pensi.
Il male, per Clint, è sovente frutto del caso come in Mystic River, con la sua storia incrociata di dolore, fantasmi e sensi di colpa, o come in Un mondo perfetto, con Kevin Costner adorabile canaglia, padre improvvisato del suo piccolo ostaggio, criminale per la legge degli uomini ma non per quella di Dio.
Per Eastwood il bene o il male assoluti sono solo illusioni.
In Il Corriere - The Mule il protagonista è tutto tranne che un santo, a conti fatti un contrabbandiere di droga, ma non per questo una persona cattiva o malvagia. Anzi.
Questo aspetto della sua cinematografia ha raggiungo però il suo apice con il bellissimo Gli spietati.
Western che decostruisce il mito della Frontiera, il film di Eastwood è un'infernale e dolorosa giostra del dolore tra disperati, contadini morti di fame, mandriani imbruttiti, bounty killers improvvisati, e uomini d'armi tanto vanitosi quanto sprezzanti.

E in cui alla fin fine, il redivivo "Straniero Senza Nome", quello da due espressioni (con il sigaro o senza) ritorna, ma non esce vincitore, al massimo esce vivo, con mille rimpianti, perché la giustizia non è di questo mondo ma dell'altro. Sempre che esista.
La sua visione politica, fieramente repubblicana ma mai conservatrice, lo ha reso anche uno dei registi in grado di donarci personaggi femminili di grande potenza.
Million Dollar Baby, Changeling e Hereafter ci hanno donato protagoniste forti, indomite, disposte a lottare contro tutto e tutti per riscattare sé stesse.
Gran Torino ha fustigato l'America intollerante e razzista, con un altro "Straniero Senza Nome" ma questa volta incupito, vedovo, malato, in grado di riscoprire nel diverso e in quella piccola comunità Hmong la gioia del contatto umano e del battersi per esso.

La guerra come tragedia universale dell'uomo

L'epica e la retorica sono totalmente assenti dal suo cinema, dove ha sempre demolito i "miti" cari a un Paese che spesso schiaccia la verità, la deforma.
Ancora oggi stupisce l'audacia con cui ci parlò della Battaglia di Iwo Jima.
Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima spogliarono di ogni pomposità il ricordo della Generazione Gloriosa, portarono alla ribalta il razzismo, l'intolleranza, la sofferenza di uomini che furono usati in spregio a ogni sensibilità, dalla propaganda e dal potere politico, per poi essere dimenticati e abbandonati.
Ancora una volta il vero nemico era il potere, un'operazione che sarebbe stata portata all'estremo nel suo narrare la battaglia dal punto di vista dell'"antagonista" nipponico.
Progetto tra i più coraggiosi di Eastwood, Lettere da Iwo Jima aveva un altro "Straniero Senza Nome", un altro spirito nobile, anticonformista: quel Generale Kuribayashi che si trovò a lottare non solo contro un nemico preponderante ma anche contro il cieco fanatismo e l'ignoranza che albergavano tra i suoi ufficiali.

Eastwood propose il contrasto tra ordine costituito e dogma da una parte ed empatia, amore per la libertà e per l'essere umano dall'altro, in un iter in cui la vita lottava disperatamente per riacquistare una dignità.
Omaggio ai caduti di entrambi gli schieramenti, i due film sono uniti nel togliere valore ai simboli, alle pietre dei monumenti, alle bandiere prese e issate in tutta fretta, per ridarlo agli uomini. E non agli eroi, perché quelli sono morti.
La dimensione "dal basso" della Storia, unita al suo amore per i ribelli e gli individualisti è presente anche in Gunny e American Sniper dove, dietro il velo militarista e testosteronico, ha distrutto il concetto dell'esercito come fucina di anime e corpi, il mito dei "Rambo" a stelle strisce, portatori di libertà e senza tentennamenti, che il cinema ci aveva mostrato per decenni.
I protagonisti erano due soldati eccezionali, ma anche due sopravvissuti a sé stessi, due uomini soli, spezzati, accompagnati dalla morte e condannati a esistere solo con una divisa e un fucile in mano, perché senza non sarebbero esistiti.
Eastwood si dimostrò capace di omaggiare il coraggio e la sofferenza dei soldati, e assieme di descriverne in modo inedito la tragedia esistenziale, il loro essere una complessa fusione di luci e ombre.

Clint Eastwood e la fragilità dell'essere umano

Perché in fondo, a Clint, uno dei "duri" per eccellenza del cinema, è sempre importato parlarci della fragilità dell'essere umano, della sua lotta contro sé stesso e il mondo, della ricerca della felicità, sovente contraddittoria e imprevedibile.
La povertà è spesso stata protagonista dei suoi film, così come la solitudine (che è diversa dall'essere solitari), l'emarginazione, lo scontro tra legge umana e legge universale, tra società civile e istinto, e nessuno ha saputo rendere tale contrasto in modo così efficace come Clint Eastwood.
Un Eastwood che si è interrogato sul concetto di perdono e di colpa, di responsabilità ed espiazione.
E il fatto di averlo sempre saputo fare in modo diverso, pur rimanendo fedele al suo stile, contrapponendosi con i contenuti a un'epoca cinematografica mano a mano sempre più assediata dalla CGI, da un politically correct banale e oppressivo, è doppiamente importante.
Anche per questo lui è stato e continua a essere Lo Straniero Senza Nome del cinema.

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