I cinecomic hanno davvero rovinato il cinema?

La domanda che tormenta i cuori di milioni di appassionati cinefili, purtroppo, non ha una risposta convincente.

I cinecomic hanno davvero rovinato il cinema?
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Il piacere provocato dalla scelta di un capro espiatorio è davvero impareggiabile. Sapere che tutti i problemi sono imputabili ad un unico colpevole, spogliare la complessità di un sistema intricato e selezionare quel piccolo ingranaggio per giustificare un blocco evidente, è un processo liberatorio che mette tutti d'accordo, perché in fondo niente unisce più di un nemico comune. Se la politica ha da sempre riconosciuto l'importanza fondamentale di questa tendenza, il mondo dell'arte non si dimostra purtroppo più aperto quando c'è da additare il responsabile di un mercato economicamente al collasso: dai libri di auto-aiuto alle biografie degli youtuber che hanno mortificato la letteratura, passando per nuove leve musicali interessate più alla fama che alla creazione di grandi brani, il concetto viene espresso con grande impeto dai malumori palesati dagli autori cinematografici nei confronti dei cinecomic.

Definiti in più di un'occasione come "insulso intrattenimento" e "roba per ragazzini", i film tratti dai fumetti hanno occupato con effettiva tracotanza le sale del mondo per tanti, forse troppi, anni. I guadagni spaventosi hanno fatto salivare tutti i produttori di Hollywood, creato schiere di appassionati pronti a difendere con le unghie e con i denti i loro eroi, mentre dall'altro lato della barricata il cinema d'autore sanguinava copiosamente a causa di pochi biglietti venduti e di un silenzio stampa imbarazzante. Ma ha davvero senso bollare la situazione come irrecuperabile, dando tutta la colpa ad una sola modalità di rappresentazione artistica, senza analizzare il quadro generale e gli annosi problemi che il mercato si porta avanti da sempre?

Arte contro commercio

Proprio da questa parola bisogna purtroppo partire per scandagliare la situazione: mercato. Ed il "purtroppo" è d'obbligo, perché il Cinema in sé è arte, rappresentazione di ideali e mezzo fondamentale per sublimare l'umano e renderlo qualcosa di più grande rispetto ad un mero sacco di organi e liquidi vitali, ma la disamina non può ignorare come dietro tutto il raffinato splendore della retorica ci sia un'industria che punta al guadagno, non alla qualità. Ogni progetto cinematografico, con l'esclusione delle opere indipendenti o mirate allo studio, è sviluppato sull'idea di un rientro economico concreto per i produttori, in primis, ed ovviamente per tutti i lavoratori coinvolti.

Dare vita ad un film prevede un costo per nulla irrisorio, tra attrezzature, stipendi, marketing e via discorrendo, con la spesa che lievita di anno in anno fino a raggiungere cifre astronomiche per i grandi blockbuster, per questo immaginare di produrre un'opera senza aspettarsi un guadagno è quantomeno utopistico. Coniugare il successo monetario con una grandiosa riuscita artistica sarebbe la situazione ideale per tutti: gli autori avrebbero l'occasione di raccontare una storia d'impatto, il pubblico otterrebbe uno spettacolo indimenticabile, e le tasche dei produttori sarebbero ancora più piene.

Il problema di fondo è che la definizione di "riuscita artistica" non è semplice né uniforme, perché la stessa platea di spettatori non è coesa. Negli ultimi anni, soprattutto a causa dell'uso smodato dei social network - i quali hanno reso molto più rumoroso ogni genere di schieramento - è diventato abbastanza palese come esista una fetta di utenza desiderosa di pellicole ricercate, da spolpare fotogramma per fotogramma e sulle quali poter commentare nei salotti (spesso virtuali) come si faceva qualche secolo dopo i grandi spettacoli teatrali, contrapposta ad una fazione che nei cinema vuole trovare soltanto svago e divertimento. La tendenza dell'epoca contemporanea porta ad estremizzare ogni situazione creando binomi inconciliabili, ma come spesso accade non esiste uno schieramento giusto ed uno sbagliato, non ci sono buoni e cattivi quando si parla di preferenze, e le due frange trovano spesso punti in comune anche quando non vogliono ammetterlo.

Senza scomodarsi nel ripescare dalla memoria i grandi esempi del passato (qualcuno ha detto Quentin Tarantino?), un'evidenza recente prende lo spassosissimo nome di Barbienheimer: due film campioni di incassi - la bambola di Greta Gerwig sta frantumando ogni record, ma anche il fisico tormentato di Nolan non scherza - ed apprezzati, al netto delle ovvie inclinazioni personali, da un pubblico trasversale. Il divertimento bizzarro descritto nella recensione di Barbie ha anche dato l'opportunità di discutere riguardo alcuni aspetti fondamentali della nostra società, mentre nella recensione di Oppenheimer si studiava uno dei film più importanti degli ultimi anni, ma con un approccio visivo così fragoroso da stuzzicare anche l'interesse di chi solitamente non è disposto a spendere tre ore all'interno di una stanza buia senza vedere sullo schermo supereroi in calzamaglia.

Cosa vuole il pubblico?

L'ottimo riscontro dell'utenza non ha solo gonfiato i profitti di Warner ed Universal, ma ha anche ridato ossigeno a sale cinematografiche lasciate ad annaspare tra decine di problemi. Il costo sempre più elevato del servizio, le difficoltà che ci trasciniamo dalla pandemia Covid e la distribuzione in streaming stanno letteralmente uccidendo i cinema, ed uno scarso ricambio generazionale porterà ad un peggioramento significativo nei prossimi anni: se fino a qualche tempo fa era consuetudine dirigersi con gli amici o i familiari al multisala più vicino per guardare uno dei tanti film in programmazione, al giorno d'oggi è davvero raro che i giovani trascorrano con costanza le loro serate davanti al grande schermo.

Il dato emerso dagli ultimi studi statistici indica come i numeri siano in leggero miglioramento rispetto all'anno scorso (nel 2022 il 60% degli italiani non è mai andato al cinema, quest'anno la cifra è scesa fino a raggiungere un comunque laconico 50%), ma il "rientro" è probabilmente da riferire alle scontistiche operate dal Ministero della Cultura: i biglietti a pochi euro mettono a posto i numeri e lavano la coscienza di chi è al comando, ma non aiutano affatto le attività commerciali a fronteggiare le esorbitanti spese legate al servizio offerto. La criticità sta diventando culturale più che contestuale - chi oggi non è solito andare al cinema, verosimilmente non ci porterà i propri figli una volta diventato genitore - e l'unico richiamo degno di nota sembra essere l'uscita di un cinecomic.

La distribuzione di una pellicola dedicata ai supereroi, con il suo marketing assordante e la promessa di un intrattenimento scevro da troppe complessità, crea un effetto totalizzante che convince le persone a voler partecipare ad ogni costo. Lo scopo personale può a sua volta essere celebrativo o polemico, con i top e i flop dell'Universo Marvel che ormai spuntano con frequenza in numerose discussioni di genere, ma l'unica costante è la vittoria delle sale. Basta prendere l'ultimo arrivato dell'MCU, ignorando per il momento il terzo capitolo di Guardiani della Galassia, da molti ritenuto quasi come un progetto parallelo rispetto alla corrente principale degli studios, per comprendere appieno la situazione: lungi dall'essere il miglior film sui supereroi, fiaccato in partenza da recensioni tutt'altro che entusiasmanti, l'ultimo Ant-Man ha incassato quasi mezzo miliardo a livello globale (recuperate qui la recensione di Ant-Man and the Wasp Quantumania).

Il confronto con tutti gli altri partecipanti al gioco è a dir poco impietoso, se addirittura Everything Everywhere All at Once (miglior film dello scorso anno per l'Academy, premiato da una calorosa recensione di Everything Everywhere All at Once) ha raggiunto "solo" i 100 milioni dopo mesi interi di programmazione. Il quadro è ancora peggiore se andiamo ad analizzare l'andamento delle pellicole più autoriali, soprattutto quelle europee, le quali devono accontentarsi di aggettivi altisonanti da parte della critica specializzata, mentre i guadagni effettivi spesso nemmeno riescono a coprire i costi di produzione. È una tendenza quasi deprimente, che annichilisce l'arte e spoglia il Cinema della sua grandezza, ma è purtroppo innegabile come siano proprio i tanto vituperati cinecomic a tenere in vita un settore moribondo e poco raccontato come quello delle attività commerciali.

È quindi sufficiente appigliarsi al ritorno economico per giustificare l'uscita ossessiva di pellicole supereroistiche e mettere a tacere le rimostranze degli amanti delle opere più ricercate? Assolutamente no, perché sono effettivamente gli incassi stellari dei film tratti dai fumetti ad appiattire la proposta cinematografica e creare una forte tensione su più livelli, dalle produzioni alle programmazioni delle sale.

Uno scontro eterno

Cinecomic è sinonimo di guadagno, e tanto basta alle major per concentrarsi quasi esclusivamente su questa tipologia di film, snobbando progetti ben più interessanti in quanto intrinsecamente pericolosi al botteghino, mentre i gestori dei cinema spingono la massimizzazione del profitto lasciando agli eroi in costume le sale migliori, negli orari migliori. Gli appassionati di pellicole raffinate sono spesso costretti a fruire delle nuove uscite in sale-ripostiglio ad ore a volte improponibili, mentre sugli schermi più grandi scorrono le immagini di lotte interstellari ed incredibili viaggi nel tempo che resuscitano personaggi deceduti in capitoli precedenti, e le cose vanno anche peggio nel Sud Italia, dove un numero spropositato di film nemmeno arriva in programma a causa di una distribuzione per nulla capillare.

La situazione è così grave da essere diventata palese anche per coloro che hanno sempre apprezzato le storie Marvel e DC, i quali cominciano ad invocare un rallentamento generale per evitare una stagnazione che forse è già arrivata, mentre si moltiplicano le accuse mosse verso questa tipologia di intrattenimento anche da parte di nomi illustri del mercato. Sono ormai arcinote, ad esempio, le vecchie dichiarazioni di Martin Scorsese, il quale definì i cinecomic come "un parco divertimenti che in ultima analisi non può nemmeno essere considerato cinema", spalleggiato da un lapidario "li odio" da parte di Jane Campion e da un "noiosi da morire" (edulcorato per non ferire la sensibilità di nessuno) proferito da Ridley Scott.

Il vespaio sollevato da queste parole è sembrato, agli occhi degli interessati più riflessivi, quantomeno evitabile, ma il livore nei confronti dell'amore spassionato per i supereroi diventa comprensibile quando si conoscono le enormi difficoltà incontrate in fase di produzione da parte degli autori. Se The Irishman ha visto la luce e ci ha graziato con una delle migliori storie criminali di sempre non dobbiamo infatti ringraziare Hollywood perché, come precisato dallo stesso regista italo-americano, il film era stato proposto a numerose major, le quali avevano rifiutato il progetto non ritenendolo all'altezza dei loro soldi.

Solo la tanto contestata Netflix ha avuto il coraggio di finanziare un'epopea che rimarrà impressa nella storia del medium, eppure le case di produzione non si fanno alcun problema a sborsare centinaia di milioni per rimpinguare un filone già strapieno con l'ennesima trasposizione di un fumetto. Vista la problematica da questa angolazione, appare chiaro come in effetti sì, in qualche modo i cinecomic stanno davvero rovinando il cinema, ma basta allargare il campo per capire come queste tendenze, all'interno del mercato, siano sempre esistite.

A quando "Natale a Gotham City"?

Rimaniamo in Italia, patria di poeti e fini pensatori, per analizzare l'impatto che ebbe Amarcord sul nostro popolo. La pellicola esce nel 1973, diventa una delle opere più importanti della cinematografia mondiale, consegna a Fellini un Oscar per il Miglior Film Straniero e la parola del titolo va addirittura a plasmare la nostra lingua diventando un neologismo utilizzato in chiave nostalgica. I cinefili di bocca buona si sarebbero aspettati un successo strepitoso anche sul piano economico, con frotte di persone puntuali nell'invadere ogni sala dello Stivale per celebrare una pietra miliare dell'arte contemporanea, ma le mode degli strepitosi anni '70 non si dimostrarono così differenti rispetto a quelle odierne. Al botteghino, quell'anno, tra i film italiani stravince Malizia, la commedia sexy di Salvatore Samperi, superata soltanto da due colossali produzioni estere come Il Padrino e Ultimo Tango a Parigi.

È il soft porno ad accecare i finanziatori (e gli spettatori) di quel decennio, non il tagliente umorismo degli autori più intellettuali, e da esso prospera un genere che occuperà le programmazioni italiane per molti anni. In quel periodo storico avviene la fondazione della Filmauro - inizialmente conosciuta come Auro Cinematografica - che nei primi tempi investe su registi del calibro di Monicelli, Scola e Corbucci, per poi intuire l'immenso potenziale monetario di quelle commedie dozzinali che col tempo finiranno per impegnare l'intera catena produttiva della società.

Le stesse aspre sentenze che oggi affossano i cinecomic le abbiamo al tempo già mosse agli innumerevoli cinepanettoni, accusati di uccidere la nostra arte e mortificare il pensiero critico degli spettatori, eppure il Cinema italiano non è morto asfissiato dalle flatulenze dell'ennesima operetta vacanziera, né è deceduto con le "commedie" antiquate con protagonisti le sensazioni del momento, sempre pronte a sfruttare al massimo i loro cinque minuti di fama. La Settima Arte ha dimostrato nel corso della sua relativamente breve storia di saper resistere ad ogni tipo di moda, superando correnti inizialmente ritenute rivoluzionarie, assecondandole e modificando diversi tratti del proprio essere per venirne fuori rafforzata e più completa, e non dobbiamo temere l'umiliazione dell'ennesimo eroe che combatte il crimine indossando una tuta improbabile.

Il pubblico si stuferà di questa moda così come ha già fatto con tutte quelle arrivate in precedenza, costringendo le case di produzione ad abbandonare il genere per rivolgersi alla prossima gallina dalle uova d'oro. Ben più preoccupante è lo stato finanziario dei cinema in quanto attività commerciali, completamente abbandonate in seguito alla pandemia e lasciate ad annegare tra debiti e costi del servizio sempre più elevati, per questo non bisogna biasimare gli esercenti che decidono di incassare il più possibile all'arrivo dell'ennesimo cinecomic che riempie le sale.

Senza un vero progetto di ricalibrazione educativa rischiamo di perdere il cinema nella sua forma di luogo di cultura, e a quel punto gli sconfitti saranno tutti, gli spettatori mansueti insieme a quegli appassionati che oggi si accusano di semplicioneria o snobismo: affinché questo splendido mezzo artistico possa sopravvivere bisogna tornare a riempire le sale come accadeva negli anni passati, con costanza e partecipazione, indipendentemente dalla raffinatezza del film proiettato e dal genere più in voga del momento.