Chiamami col tuo nome, la celebrazione di un amore senza etichette

Con Chiamami col tuo nome Luca Guadagnino dimostra, fra le altre cose, come etichettare l'amore e i sentimenti possa essere superfluo e inutile.

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Con l'adattamento cinematografico del romanzo scritto da André Aciman, il regista Luca Guadagnino traduce le pagine dell'opera in immagini senza mai tradire la sensibilità e la delicatezza che sono proprie del libro. In una villetta rustica, poco curata nell'aspetto, dai divani impolverati sulla superficie, un giovane studente americano fa irruzione nella vita di una piccola comunità familiare la cui esistenza sembra essere protetta da una campana di vetro. Lì, tra pareti affrescate e pile di libri, si snoda come in un paradiso terrestre la vita di Elio, figlio unigenito cresciuto a stretto contatto con la natura parlando diverse lingue. È la mattina di un'ordinaria estate italiana il giorno in cui uno studioso d'arte proveniente dagli Stati Uniti fa irruzione nella vita della famiglia Perlman.
Nessuno, tuttavia, può immaginare come l'arrivo di Oliver, questo il nome del giovane tesista, inizierà pian piano a stravolgere certezze e abitudini all'interno di una realtà da tempo cristallizzata nella sua routine. La pellicola stupisce a partire dai primi minuti, rompendo i rigidi schemi della narrazione abituale e, con la stessa fretta che pulsa nelle vene adolescenziali del personaggio interpretato da Timothée Chalamet, ci spinge in avanti, introducendo da subito l'incontro tra i due protagonisti. Elio certamente non può sapere ancora che l'uomo ospitato in casa dalla sua famiglia farà emergere di lì a poco lati della sua personalità mai indagati prima. Ironicamente quel ragazzo, amante dell'arte come suo padre, ai suoi occhi non è altro che un "usurpateur", l'ultimo arrivato giunto in Italia per girare in lungo e in largo alla ricerca delle bellezze del posto come un qualunque altro turista straniero.
Interessante notare come il regista abbia scelto in più occasioni uno stile sobrio di regia, in modo particolare nel momento in cui avviene l'incontro tra i due, dove lo spettatore sembra quasi spiare dal buco della serratura, con la macchina da presa alle spalle di Elio sull'uscio della porta, quasi a non voler disturbare il momento della loro conoscenza. Luca Guadagnino è molto abile in questo senso, tende sempre a non invadere il territorio dei due giovani innamorati e ci ricorda costantemente che di questi sviluppi noi non siamo altro che spettatori paganti.

L'adolescenza di Elio

Chiamami col tuo nome è innanzitutto un film incentrato sull'adolescenza, in primis quella di Elio. Pur avendo qualche anno in più ed esperienze diametralmente diverse dal ragazzo, persino Oliver si farà coinvolgere nel corso della storia dal turbinio di emozioni che investono lo spirito e il cuore del protagonista. Ci sono diversi momenti all'interno del lungometraggio in cui viene sapientemente spulciata in maniera velata questa fase di transizione alla vita adulta. Scritte su un taccuino in cui si annotano a caratteri cubitali pensieri, rimproveri e frasi che si sarebbero volute formulare diversamente.
Quella sana gelosia che scatta dentro quando una semplice festa diventa improvvisamente un luogo da cui scappare. Il posto segreto, quello che normalmente nasce per un'unica finalità, ossia quella di escludersi dal resto del mondo e rifugiarsi in un habitat fatto a misura per se stessi. L'interesse verso l'altra persona che lentamente si sviluppa attraverso il contatto fisico, e poco importa se siano massaggi improvvisati come scusa per rendere concreto questo trasporto sentimentale o se si tratti di gesti che fungano da pretesto per dare inizio a un rapporto sessuale.
Quell'orologio al polso che, segnando le ore che mancano al fatidico appuntamento serale con la persona amata, diventa quasi il precursore degli smartphone di oggi sui quali riversiamo la gran parte della nostra attenzione. Infine, alcuni momenti di intimità sessuale, attimi dei quali lo stesso Elio prova vergogna nel momento in cui vengono scoperti o corrono seriamente il rischio di esserlo. Eppure il giovane è anche questo e Guadagnino lo sa bene, perciò non prova alcun pudore nel fissare la cinepresa su di lui in situazioni nelle quali molto spesso ci si chiude a chiave dentro la propria stanza per paura di essere scoperti da altri. Tutto, invece, viene sviscerato dal regista ed è sotto la lente di ingrandimento del suo attento pubblico.

Il tempo dell'arte

Paradossalmente Chiamami col tuo nome, pur essendo un film italiano (almeno in parte), girato nei luoghi della nostra penisola, si regge benissimo in piedi con le gambe di attori che italiani non lo sono. Eppure la pellicola rappresenta al meglio il modo di fare cinema in Italia o perlomeno quello di un tempo. "Il cinema è uno specchio della realtà" si dice tra una portata e l'altra attorno a una tavola imbandita e, ripensandoci, è proprio così. Ciò che rende apprezzabile il lavoro svolto in questo progetto è la presa di consapevolezza che raccontare una storia, a partire dalla sua genesi per poi finire con il rispettivo epilogo, richiede tempo, e in ciò il regista fa sua questa lezione.
La narrazione infatti non manca di indugiare in più riprese tra le fantasie di Elio sulle note di Radio Varsavia del cantante Franco Battiato, di vivere i secondi necessari a rompere un banale uovo, un'inquadratura che forse può non ricordare un tipico prodotto alimentare made in Italy ma che restituisce di per sé tutto il piacere visivo che fuoriesce dal di dentro (forse, al giorno d'oggi, solo Quentin Tarantino è in grado di far godere al pari del collega italiano, come quando riprende il premio Oscar Christoph Waltz mentre versa in un boccale della birra schiumante nel film Django Unchained). In una pellicola impregnata d'arte non potevamo inoltre non concederci il lusso di "perdere" del tempo a bordo piscina o ascoltare un passo dell'Heptaméron.
Che scena superba quest'ultima, una famiglia raccolta nella penombra del proprio focolare domestico, affamata del sapere nella stessa misura in cui lo è dei tortelli cremaschi. È in questo momento che si può ben comprendere la natura di Elio, la sua passione per tutto ciò che sa di bello, di creativo, di non imbrigliato. Si può legittimamente affermare come il ragazzo sia un compendio in carne e ossa dell'arte per il gusto dell'arte. È nel suo DNA, non potrebbe essere diverso da ciò che effettivamente è. In sprazzi di vita come questi viene tessuto in maniera sottile il prototipo di nucleo familiare, un modello che a distanza di trent'anni dall'ambientazione del film si fa ancora fatica a raggiungere.

Un amore senza etichette

Un cenno particolare merita il tema su cui si dipana l'intera storia diretta dal regista italiano. Chiamami col tuo nome non è un film che racconta la nascita dell'amore tra due persone dello stesso sesso. O meglio, è anche questo, ma non solo. I personaggi interpretati da Timothée Chalamet e da Armie Hammer ci insegnano che "etichettare i sentimenti" è in realtà una pratica banale, che inquadrare tutto in delle fredde e sterili categorie a tutti i costi può essere tanto stupido quanto superfluo. Amore etero, amore gay. Amore maturo, amore adolescenziale.

Certo, Guadagnino ci mostra la visuale della storia attraverso le lenti di un adolescente che non ha ancora intuito appieno il suo posto nel mondo, ma al contempo ci conduce per mano al fine di comprendere come, per quanto si possa provenire da posti lontani, da culture diverse, da età non bilanciate, ci sarà sempre un punto di incontro in cui due innamorati si scoprono indifesi di fronte all'esplosione caleidoscopica dei sentimenti che li legano.
Oliver ritorna adolescente, cerca spesso e volentieri il contatto fisico nel gioco, mentre Elio pondera attentamente la scelta di rivelare il suo interesse per evitare che questo lo faccia soffrire (non è forse ciò che fanno gli adulti razionali quando, crescendo, chiudono in una gabbia la loro sfera affettiva troppo a lungo maltrattata da precedenti esperienze?). E allora poco importa se sia amore eterosessuale o meno, ciò che realmente conta per Luca Guadagnino è l'essenza stessa dell'amore vissuto, spremuto fino al suo nocciolo, addentato con avidità come avidamente vengono morse le albicocche nel corso del lungometraggio.
Più che il cinema, il vero specchio della realtà in Chiamami col tuo nome è il ruolo metaforico rappresentato dal raccolto della terra. L'amore, così come la sofferenza, viene vissuto fino in fondo, fino all'osso, perché solamente così, spogli del senso di avversione, dei discorsi razionali e delle etichette sociali, Elio e Oliver sono in grado di guardare al vissuto dell'estate del 1983 senza dolore. Perché, come riportava lo studente americano, "alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento" e di certo l'esperienza d'amore estiva vissuta dai due non sarà mai assoggettata alla caducità del tempo che è in continuo movimento.

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