Chi è Martin McDonagh, regista e autore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Mentre il film con Frances McDormand esce al cinema, gettiamo uno sguardo alla folgorante carriera del regista e sceneggiatore irlandese.

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Deve ancora uscire in sala, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, eppure - complice il suo passaggio a Venezia e, soprattutto, il suo recentissimo trionfo ai Golden Globes - pare già destinato al successo, a essere l'ennesima, definitiva conferma del talento versatile e imprevedibile del suo autore. Nulla di strano, d'altronde, se il talento in questione è quello del commediografo, sceneggiatore e regista irlandese Martin McDonagh, una solida attività teatrale alle spalle e una filmografia che, con soli tre titoli, ha già saputo sovvertire e reinventare generi e immaginari. In attesa dell'uscita del film con Frances McDormand e Sam Rockwell ripercorriamo allora i pochi, memorabili passi della folgorante carriera cinematografica di un autore atipico, capace, con il suo tocco personalissimo, di guardare il mondo con occhi nuovi, bizzarri e irriverenti.

Un cinema dell'assurdo

Che non fosse un autore qualsiasi, questo irlandese trapiantato a Londra, del resto, avrebbe già dovuto suggerircelo la sua pluripremiata carriera sul palcoscenico ("uno dei più importanti commediografi irlandesi viventi", secondo il New York Times) e, soprattutto, quell'Oscar al miglior cortometraggio che, nel 2004, gli aprirà improvvisamente le porte dell'industria cinematografica. Nei poco meno dei trenta minuti di Six Shooter - dai dialoghi politicamente scorretti alle esplosioni di violenza, fino al sodale Brendan Gleeson (attore feticcio anche del fratello, il John Michael McDonagh di Calvario) - c'è infatti già tutto l'universo cinico, brutale ed esilarante del futuro regista, tutta la carica sovversiva di un cinema nerissimo e imprevedibile capace di mischiare in maniera disinvolta generi e toni creando qualcosa di completamente inedito e micidiale. Un cinema dell'assurdo, quello di McDonagh, popolato da figure tragicomiche alle prese con una condizione, quella umana, fotografata in tutta la sua meschina e ridicola insensatezza, in un orrore quotidiano che rifiuta qualsiasi ragione, destino o disegno superiore.

La coscienza (schizofrenica) del regista

Bisognerà però attendere il 2008 perché questi spunti comici, cinici e violenti prendano finalmente corpo in un lungometraggio. In Bruges è tutto ciò che non ci si aspetterebbe da un noir tradizionale, un oggetto strano eppure fortemente rigoroso che prende due killer (Gleeson e Colin Farrell) in vacanza forzata nella graziosa cittadina fiamminga del titolo e li scaraventa in un vortice di risse, nani e omicidi. E mentre agli scambi di battute si alterna il grottesco, alla black comedy la tragedia pura, sono i codici del genere a cadere sotto i colpi della decostruzione di McDonagh, a fare di questo thriller anomalo un trionfo antispettacolare dove l'azione irrompe all'improvviso e la violenza esplode inaspettata, senza lasciare nulla all'immaginazione. È proprio alla violenza e alla sua rappresentazione, d'altronde, che l'opera schizofrenica di McDonagh pare guardare insistentemente, giocando a sovvertire (e irridere) meccanismi più che mai consolidati.
Non sorprende allora che, quattro anni dopo, sia proprio nella fucina di quel mondo, nella Hollywood patinata e mortale di uno sceneggiatore alcolizzato e in crisi creativa (ancora Farrell), che il regista decide di ambientare il suo film successivo. 7 psicopatici, con il suo insistito delirio metatestuale e la sua schiera di grandi attori (da Woody Harrelson a Sam Rockwell, passando per Christopher Walken e un fugace Harry Dean Stanton), alla sua uscita spiazza e non poco pubblico e critica, ma segna, indubbiamente, un ulteriore tassello nella filmografia di McDonagh, un altro passo in quel gioco al massacro assurdo ed esilarante che, a questo punto, pare la cifra stilistica della sua stessa poetica.

L'anima perduta dell'America

Eppure c'è dell'altro. Oltre al gioco consapevole e cinefilo, oltre alle riflessioni sul mezzo e ai sovvertimenti di generi, c'è un'umanità, nei film di McDonagh, fotografata in tutta la sua controversa fragilità, un'umanità già intravista nei suoi precedenti lavori che esploderà con tutta la sua carica autentica e brutale in Tre manifesti a Ebbing, Missouri. È qui che il regista irlandese - proseguendo la sua trasferta oltreoceano - si addentra con disinvoltura alla disperata ricerca dell'anima (nera) della provincia americana, costruendo un mondo crudo, rabbioso e razzista che però non ha ancora del tutto dimenticato (forse) cosa siano la speranza e la solidarietà. Un cinema che (vuoi per la presenza della bravissima Frances McDormand) solo apparentemente ammicca a quello dei Coen, ma che in realtà è tanto lontano dal mondo degli autori di Fargo quanto 7 psicopatici lo era da presunti tarantinismi postmoderni. Un cinema dove la scorrettezza e l'empatia si incontrano nei posti (e nei personaggi) meno scontati e la violenza parla la lingua di un'intera Nazione. Un cinema politico, insomma, di cui si sentiva tremendamente la mancanza.


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