Chadwick Boseman, quando muore un supereroe

Il nostro ricordo dell'interprete di Black Panther, esempio per le giovani generazioni afro-americane, eroe silenzioso, attore di grande talento.

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Nel silenzio che si addice a un Re, Chadwick Boseman ci ha lasciati ad appena 43 anni, morto a causa di un tumore al colon al quarto stadio che l'interprete di Black Panther ha voluto tenere nascosto ai suoi fan. Non per vergogna ma per tutelare la propria privacy e dimostrare di avere la forza per vestire i panni di T'Challa, di essere in grado di ricoprire quel ruolo che aveva sempre desiderato. Lo aveva ottenuto nel 2014, firmando un multi-contratto con i Marvel Studios che lo avrebbe introdotto nel MCU in Captain America: Civil War e poi dritto verso il film stand-alone sul Sovrano del Wakanda.

Quando gli chiesero quale fu il primo pensiero dopo aver ottenuto la parte lui rispose "i bambini": "Adesso a Halloween ci saranno molti bambini che indosseranno il mio costume". Il suo credo umano e personale era tutto qui: nella volontà di entusiasmare e ispirare le generazioni più giovani, soprattutto di afro-americani, i più discriminati, percentualmente più poveri. Per questo il ruolo di T'Challa era un mezzo importante per un fine necessario: agire in modo diretto, culturalmente dirompente, socialmente essenziale.

Yibambe

La malattia è sopraggiunta sul più bello, nel 2016, l'anno d'uscita di Civil War, il suo debutto come Pantera Nera. Prima della svolta, comunque, Boseman aveva già in qualche modo gettato i semi del suo manifesto interpretativo in un paio di cortometraggi da regista (la scuola gliela pagò l'amico e collega Denzel Washington) e in due lungometraggi molto apprezzati dalla critica, che sono 42 - La vera storia di una leggenda americana e Get on Up - La storia di James Brown. In un'intervista tra le meno recenti rilasciata a The Wrap, Boseman disse sul suo lavoro: "Dobbiamo rendere omaggio ai nostri predecessori, ma allo stesso tempo rimangono certe limitazioni che sono sempre state presenti. Ciò che ho sempre voluto fare è rompere certe barriere in ogni modo possibile".
Prima di trasformarsi in T'Challa impersonò dunque due eroi contemporanei senza alcun super potere se non quello di influenzare positivamente le persone attraverso il proprio lavoro, che si tratti di sport (Jackie Robinson) o di musica (James Brown). Personaggi realmente esistiti dal forte valore iconico, riconoscibili ed essenziali per la cultura afro-americana e non solo, affrontati e destrutturati al dettaglio da Boseman, che mise anima e talento in questi omaggi interpretativi destinati a rompere però le barriere della sola iconicità, addentrandosi perciò nei drammi personali degli uomini raccontati, nella discriminazione sempre presente anche per chi aveva raggiunto il successo. Perché il razzismo non conosce classe sociale o celebrità ed è una triste verità da divulgare.

Boseman non era solo T'Challa, insomma, ma soprattutto T'Challa è riuscito a creare un guscio di vibranio intorno alla filosofia attoriale della star, che una volta inseritasi nei meccanismi del MCU ha saputo trasmettere il messaggio più importante a chi doveva e voleva ascoltare: "Yibambe". Sì, proprio il grido di battaglia dei wakandiani, che tradotto dalla lingua isiXhosa significa "resistete", "mantenete la posizione", "teneteli a distanza".

Qui la fenomenologia della cultura afro-americana si interseca senza soluzione di continuità con il personaggio Marvel, in un moto costante di auto-ispirazione che ha prima portato alla creazione del movimento della Pantere Nere (prima estremisti, poi difensori) e poi alla riformulazione cinematografica di Black Panther a firma Ryan Coogler, che ha preso sostanza e carattere proprio grazie a Boseman e alla sua visione interpretativa del supereroe. "Resistete perché non siete soli", è il messaggio completo; "Aiutandoci a vicenda ce la faremo a combattere la discriminazione e a vedere la luce", quello più elevato. Uscire dall'ombra del razzismo per essere forti uno accanto all'altro.

Traccia la strada e ormai dichiarato questo grande impegno sociale dietro la carriera attoriale, Boseman ha scelto di incarnare un altro grande esempio di coraggio e determinazione di origini afroamericane, Thurgood Marshall, primo giudice di colore eletto alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America. La sua storia è raccontata con dovizia e profondità in Marcia per la libertà di Reginald Hudlin, che ripercorre la vita e la carriera di Marshall e la sua lotta per i diritti civili.

Nel mezzo del proseguimento concreto del suo manifesto, Boseman scelse comunque di non rinunciare all'azione e mettere in mostra la sua fisicità (già fiaccata dalla malattia, il che rende tutto più impressionante) in due titoli di genere mediamente apprezzati. Stiamo parlando di Message From the King di Netflix e City of Crime, quest'ultimo uscito lo scorso anno e prodotto dai fratelli Russo, penultimo film da protagonista dell'attore.
L'ultimo è stato l'emozionante Da 5 Bloods di Spike Lee, che a posteriori appare oggi come un vero e proprio testamento di Chadwick Boseman, tanto per il ruolo che ricopre quanto per quello che ha effettivamente da dire. Nell'ultimo "joint" di Lee, Boseman veste i panni di Norman "Stormin Norm" Holloway, camerata spedito in guerra in Vietnam proprio durante un periodo storicamente importante per il perseguimento dei diritti civili degli afroamericani. Una specie di guerriero predicatore con una visione pragmatica della realtà sociale, fonte di grande ispirazione per i suoi commilitoni, "altri 4 fratelli". Nel film muore in Vietnam dopo aver seppellito insieme ai compagni un tesoro, "un risarcimento per tutte le vite degli afroamericani rubate dal paese per cui hanno combattuto", ma la sua figura, il suo messaggio e la sua visione restano nel cuore e nella mente dei protagonisti dell'opera. E neanche a dirlo il finale è sempre lo stesso: "resistere", anche se la prospettiva concreta è quella della mobilitazione, guardando alla mitica Idra e con un motto ben specifico: "Five Bloods don't die. They multiply", che tradotto è "i cinque fratelli non moriranno. Si moltiplicheranno". Tagli una testa, ne nascono due più difficili da abbattere.

Anche lo stesso Boseman ha resistito fino alla fine, tenendo fede al grido di battaglia dei wakandiani, alla sua filosofia sociale, al suo manifesto. Tra decine di operazioni e innumerevoli sedute di chemioterapia, ha sempre trovato il coraggio e la dignità di affrontare con determinazione questo tragico ostacolo messogli davanti dalla vita, all'apice della sua carriera. Non faremo facile retorica della guerra applicata alla malattia, perché Chadwick Boseman non è stato sconfitto, non ha perso nessuna battaglia.

È morto nel fiore degli anni per un male incurabile, appassito lentamente come tante altre persone. Non voleva essere considerato "altro" ma tramite il suo lavoro ha lasciato una grande e sostanziale eredità. A poche ore dalla scomparsa lo dimostrano i commenti di amici Vendicatori, colleghi e star di Hollywood che hanno anche solo incrociato il suo cammino. Le parole commosse dai fan che hanno visto in lui un modello da seguire. I numeri stessi dei social, che hanno eletto il tweet d'addio postato dalla famiglia come quello con il maggior numero di mi piace dell'intera storia del social network. Accade questo, quando muore un vero supereroe: ci si ferma, si riflette, ci si unisce. E siamo certi che sia così che Boseman voleva vedere questo grande e complicato mondo. Rest in Power, King.

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