Cars 3: l'umanità della Pixar e il ritorno alle origini

Il terzo capitolo del franchise e diciottesimo film d'animazione targato Pixar è una storia semplice sull'arte di sapersi reinventare.

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Invecchiare. Un termine che spesso nello sport fa rima con paura; paura di non riconoscersi, paura di rimanere indietro, ma soprattutto paura del futuro. Cosa succederà quando le gambe non saranno veloci come una volta, la testa non più scattante, il serbatoio vuoto? Sono domande che ognuno, prima o poi, si pone nella vita, e sono le stesse domande ad avvolgere almeno spiritualmente il nuovo film della Pixar Cars 3, terzo della serie successivo al meno memorabile secondo capitolo uscito nel 2011 (di cui possiamo dimenticarci perfino l'esistenza); e qui, già dalla svolta narrativa - l'incidente di Saetta McQueen - gli autori sembrano aver recuperato con maturità e semplicità tutta quella tradizione sportiva americana di storie di rinascita, di cui forse Rocky è il capostipite, traducendo nel linguaggio dei bambini temi cari ai tempi che corrono, cioè la crisi dell'individuo in conflitto con se stesso e lo scontro/confronto generazionale. Ovviamente tale discorso va applicato al mondo delle automobili e delle corse, dove i personaggi (oggetti come in Toy Story, animali come in Nemo e Bug's Life) diventano la proiezione elementare e il veicolo di sentimenti umani, di emozioni in carne o ossa, che è poi la vera filosofia di casa Pixar. In questo Cars 3, similmente al primo film del 2006, si rivela essere una specie di sommario o riassunto di soluzioni narrative classiche unite alle riflessioni sulla società attuale che incontrerà sia il favore dei più piccoli, sia quello degli adulti.

Una favola sportiva tradizionale ma ancora vincente

Favola sportiva trasversale, Cars 3 racconta in poche e semplici mosse la parabola discendente di un fenomeno e il percorso di risalita attraverso un allenamento più mentale che fisico. L'arte di sapersi reinventare, sempre, a partire dal dialogo con le nuove tecnologie (sistemi operativi che in realtà sono lo specchio della nostra coscienza) e dal recupero del passato, è il nucleo narrativo del film di Brian Fee focalizzato sulla figura dell'atleta in declino: le prova tutte Saetta McQueen, dalla meditazione zen ai simulatori di velocità, seguito da una coach molto più giovane di lui (Cruz Ramirez, sognatrice in un mondo che non ammette sogni) per sfidare l'avversario impossibile - nero come lo sfidante di Rocky - e provare a vincere l'ultima gara. Questo approccio futuristico sembra però ribadire l'enorme baratro che separa la vecchia generazione, più intelligente e furba, dalla giovane leva, fredda e meccanica, declinazione ormai puntuale del dramma sportivo; ecco perché pur nella sua estrema modernità, Cars 3 rimane fedele ad un classicismo hollywoodiano quasi démodé in grado di suscitare ancora interesse, senza che il tempo ne scalfisca il valore. Di fatto le avventure di McQueen e compagni sulla pista e il loro girovagare nel cuore dell'America polverosa (altra metafora di un ritorno alle origini, al cuore del cinema e al passato) sono elementi tradizionali si, ma assolutamente vincenti, nostalgici ma anche attuali.

Non sarà la Pixar ispirata e in grande spolvero di Inside Out e Wall-E, in grado di uscire dalla carreggiata sicura tentando strade più coraggiose in termini di storytelling, eppure con il terzo capitolo del franchise di Cars (il più redditizio in termini di merchandise) ritrova il filo diretto con il pubblico senza troppe immagini allegoriche, matura abbastanza da collezionare titoli ambiziosi e altri meno, conservando quello spirito di innovazione e precisione grafica che contraddistinguono da anni questo colosso dell'animazione. Un pit-stop, ogni tanto, fa bene no?

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