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Captain Marvel, la regia di Anna Boden & Ryan Fleck

Analizziamo il tratto formale, linguistico e cinematografico del duo registico al comando del film con Brie Larson, Captain Marvel.

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Da dieci anni a questa parte, il modello produttivo dei Marvel Studios ha subito un sostanziale mutamento. L'obiettivo iniziale era quello di trasporre su schermo le storie d'origini degli eroi della Casa delle Meraviglie, più o meno fedelmente alle controparti fumettistiche, senza tenere conto del tessuto sociale di cui fa parte anche il cinema.
Non si è mai tentato di vendere questi cinecomic come "adattamenti perfettamente uguali" alle storie su carta, perché il piano è sempre stato rilanciare tutti questi personaggi sul grande schermo rispettando però i tratti fisici e contenutistici dei racconti originali. Scontato, in fondo: dalla Silver Age a oggi, i rilanci in casa Marvel sono stati un elemento costante dell'etichetta, e a ben guardare l'Universo Cinematografico è soltanto un altro modo di rivendere questi supereroi su di un piano mediatico differente.
Simili ma diversi, dunque, parte di un universo a se stante che con Avengers: Endgame concluderà il suo primo, gigantesco ciclo narrativo, puntando a un rinnovo nei prossimi anni, a un nuovo evento che riunirà insieme personaggi ancora inediti al cinema, con una giusta marcia di inclusività in più.
Per fare tutto questo, però, la Marvel ha dovuto obbligatoriamente modificare il modello produttivo di cui parlavamo appena sopra, puntando non tanto alla trasposizione simile ai fumetti, quanto allo sviluppo di film intorno a un'idea ben precisa, a una storia valida. Sono allora arrivati i registi indipendenti, autori o co-autori di questi racconti, da James Gunn e Scott Derrickson fino agli ultimi Anna Boden e Ryan Fleck, da oggi in sala con l'atteso e riuscito Captain Marvel, di cui prenderemo adesso in esame proprio lo stile di regia e il linguaggio cinematografico.

Tra classico, sociale e anonimo

Prima di tutto, rispondiamo brevemente a una domanda: chi sono Anna Boden e Ryan Fleck? La loro ascesa dalla scena indie fino a un film studio tanto importante è passata in realtà un po' inosservata in Italia, dove il duo è praticamente semi-sconosciuto. Nel corso di una carriera decennale, i due hanno sempre lavorato insieme dal periodo dell'Università, scrivendo e dirigendo tutti i loro progetti, da Half Nelson (2006) a 5 Giorni Fuori (2010), passando per l'inedito da noi Mississippi Grind (2015), quest'ultimo film della maturità artistica della coppia. Punto di contatto della loro scrittura è un'attinenza al reale molto preponderante, che parte infatti dall'esperienza di vita dei personaggi, curiosamente quasi mai "introdotti" nel senso pieno del termine e spesso gettati nella storia in medias res.
La parte sofisticata del loro ruolo autoriale si potrebbe già rintracciare in questa scelta di approfondire i vari protagonisti nel mentre del racconto, senza un'introspezione scandita da sequenze narrative ben precise, ma tentando di andare alla scoperta dei caratteri attraverso le situazioni in cui man mano si ritrovano. C'è un ragazzo che vuole suicidarsi le cui problematiche vengono affrontate in un ospedale psichiatrico, un giocatore d'azzardo recidivo che si imbarca in un viaggio con un altro giocatore d'azzardo e, in Captain Marvel, abbiamo questa ragazza smemorata che è molto diversa da come che appare.
Una metodologia narrativa che non solo funziona, permette alle varie storie di evolvere sempre in modo differente e con elementi emotivi mai troppo ridondanti, dato che partendo dall'esperienza del singolo si va a scavare direttamente nel particolare, raggiungendo solo ed esclusivamente nelle tematiche l'elemento generale di una critica o di un endorsement culturalmente rilevante.
Nella stesura delle sceneggiature e nel linguaggio cinematografico dei loro film, la Boden & Fleck tentano sempre di non guardare a uno specifico genere cinematografico, soprattutto in relazione allo sviluppo formale dei contenuti. Un loro progetto non è mai prettamente drammatico o solo commediato, non solo un road trip movie o un buddy cop, come nel caso specifico di Captain Marvel, perché ci sarà sempre un elemento proveniente da altro a contaminare il seppur preponderante genere di partenza.

Scendendo ancora più nel particolare del film con protagonista Brie Larson, l'intero cinecomic si apre con un uso massiccio di CGI, nello spazio, in un concatenarsi di eventi concentrati in venti minuti e con due grandi scene d'azione (in termini di portata), ma anche in questo incipit i due non si dimenticano mai di chi si sta parlando. Carol Danvers è sempre al centro dell'attenzione e punto focale dell'orbita cinematografica dei registi, che infatti aprono proprio su di un suo ricordo che diventa poi tormento, caso studio per i nemici e centro esatto del racconto.
Da massicce scelte sci-fi passano con intelligenza a un buddy cop movie degno degli anni '90, senza dimenticare di sfociare in campo citazionista tirando in ballo Blockbuster e Windows 95 con toni soprattutto ironici e toccare alcune sfumature da road trip. C'è l'elemento da spy movie e quello da poliziesco duro e puro, ma ogni singolo genere utilizzato e gettato nel mix per Captain Marvel è messo solo ed esclusivamente al servizio della storia e dei personaggi, focus chiaro e deciso.

Non sono i protagonisti a servire racconto e narrazione, è l'esatto contrario. La costruzione delle sequenze dialogate, le location scelte per alcuni momenti di evoluzione e riscoperta psicologica, tutto l'impianto tematico sulla ricerca della propria identità e ogni singolo aspetto del film è rimesso alle scelte dei personaggi, cambiando al mutare della loro posizione nei confronti della storia, se partecipanti attivi o passivi.
Si intuisce immediatamente il perché Kevin Feige abbia voluto questi due piccoli talenti indipendenti per lanciare al cinema Captain Marvel: perché oltre a studiare la protagonista, i due hanno proposto la valida idea di partire da una questione identitaria già nel mezzo di una storia, rendendo quindi le origini di Carol Danvers un vero e proprio racconto di riscoperta e persino di auto-analisi.
La loro lunga militanza in campo indie e il non essere mai riusciti ad affrontare apertamente l'elemento action o di pura spettacolarità, purtroppo, ha significato per i due esordire in questo particolare campo con un film tanto importante e atteso, risultando come dicevamo nella recensione un po' anonimi.
Sfruttando nell'azione brani famosi come Just a Girl dei No Doubt o alcuni punti di ripresa fortunatamente fissi, i registi riescono comunque a mediare un risultato soddisfacente, visto che il problema principale è proprio la cinepresa, che in fasi concitate non sa proprio dove essere, da dove partire, cosa seguire e dove finire.
La cultura cinematografica di Boden e di Fleck si fa comunque sentire, tant'è che riescono a confezionare nel loro film studio d'esordio almeno tre scene molto pop e dinamiche, di cui una non d'azione ma che riesce a caricare l'aria della sala di così tanta energia cinetica da esplodere poi in un lungo momento di spettacolarità vicino al finale.

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