Bruce Willis dà l'addio al cinema: Top e Flop della sua carriera

L'afasia ha costretto Bruce Willis a dare l'addio al cinema: dopo gli ultimi B-Movie ricordiamo anche l'ottima carriera passata dell'attore

Bruce Willis dà l'addio al cinema: Top e Flop della sua carriera
Articolo a cura di

In inglese si usa spesso un'espressione che, in ambito entertainment, ha colpito moltissimi artisti, in qualsiasi ambito: sintomo di quella parabola che viviamo tutti, dal momento in cui iniziamo a coltivare la nostra passione fino a quando la trasformiamo in una grande professione, arrivando al culmine e poi all'inevitabile discesa. Un climax che si fa ascendente all'inizio e che si proclama, per sua natura fisiologica, discendente in un secondo momento. Quel "rise and fall" che a livello cinematografico colpisce, che nella sua resa italiana di "ascesa e caduta" spiega in maniera ancora più solenne l'andamento affranto di un'onda che dopo essersi innalzata in mare si spiaggia sul litorale, annunciandone la caduta. Bruce Willis, a 67 anni, esprime al meglio il concetto di "rise and fall", che adesso lo ha portato, non per sua scelta, ad abbandonare definitivamente le scene cinematografiche e televisive. Bruce Willis si ritira a causa dell'afasia una malattia non incurabile, ma che in età avanzata può creare non pochi fastidi e disturbi, già di per sé figlia di altre problematiche cerebrali.

Nel 2013 Sylvester Stallone, mentre stava preparando The Expendables 3, aveva dichiarato che Bruce Willis era diventato pigro e avido, soprattutto per l'aver chiesto 4 milioni di dollari per prendere parte al film, nel quale lavorò per circa tre giorni: la star di Rocky gliene aveva offerti 3. Forse un sintomo di quella che stava per essere un tonfo culminato nel Golden Raspberry Awards, anche noto come Razzies, che ha dovuto creare una categoria per i film di Bruce Willis. Un lavoro autodistruttivo avviatosi negli anni 2000, quando la critica aveva iniziato a bersagliare le interpretazioni di Bruce Willis e l'attore finì per creare un dispersivo e deludente connubio con Randall Emmett, l'eroe dei B-movie moderni, in grado di creare dei canovacci che coinvolgevano attori veterani di Hollywood solo per qualche scena, sfruttando però i loro volti sulle locandine per vendere il prodotto.

Dalla televisione a Die Hard

Bruce Willis, però, non è stato sempre questo: non è stato sempre l'attore intenzionato a intascare quanti più soldi possibili per un benessere effimero e fittizio senza ricercare il valore artistico delle produzioni alle quali partecipava.

L'attore americano, infatti, negli anni ha saputo conquistarsi una buona fetta di pubblico e di approvazione da parte della critica. Basti pensare al successo ottenuto in Moonlighting, ma anche Blind Date e Sunset, entrambi girati da Blake Edwards, fino a The Return of Bruno: film che hanno permesso a Willis di dimostrare quanto potesse essere in grado di ricoprire più ruoli, anche diversi. D'altronde, nella pellicola di James Yukich, Willis si ritrova a essere protagonista di una commedia pura, nella quale interpreta il suo immaginario alter ego noto come Bruno Radolini, che permise all'attore di districarsi anche in ambito musicale, con tutta la colonna sonora recuperata dall'omonimo album musicale. Qualcuno se ne accorse, nello specifico John McTiernan, e Willis venne chiamato a vestire i panni di John McClane in Die Hard, tutta la serie, con l'esordio in Trappola di cristallo. Prima di lui erano stati valutati attori del calibro di Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone, Richard Gere e Burt Reynolds, ma alla fine la critica si trovò più o meno concorde nel dire che il personaggio di McClane era la naturale prosecuzione di quanto avviato da Bruce in Moonlighting, mettendo in scena un David Addison più mascolino e meno sessista.

Un eroe contemporaneo non senza problematiche, figlio di un'epoca che aveva bisogno di svecchiare l'ideologia degli eroi senza macchia: vulnerabile, con un buon senso dell'umorismo, ma soprattutto capace di mostrare rimorso, paura e indecisione, senza dover risultare necessariamente un macho. Willis tornò a casa con 5 milioni di dollari intascati, uno dei compensi più alti di Hollywood all'epoca, creando non poco scetticismo nella critica, tutto ripagato però dal botteghino: 83 milioni negli Stati Uniti, 140 milioni in tutto il mondo, con cifre destinate a salire fino ai 383 milioni di Vivere o morire del 2017.

Da Tarantino a Shyamalan, Pulp Fiction e Il Sesto Senso

Nel 1994 la carriera di Bruce Willis viene messa di nuovo a dura prova con Quentin Tarantino che lo chiama per Pulp Fiction (recuperate il nostro speciale su Pulp Fiction).

Sebbene non gli fosse toccato un ruolo da protagonista, con tutta la critica e il pubblico concentrati su John Travolta, Willis venne scelto per interpretare Butch Coolidge, un boxer rovinato che ha visto la propria ascesa nello sport, ma che adesso si ritrova a lavorare per Marsellus Wallace. Per Tarantino la scelta si concentrò su Willis grazie al suo stile anni '50, con una presenza fisica imponente, replicando quanto aveva fatto Aldo Ray in Nightfall. La sua performance fu eclissata da Travolta, ma il suo personaggio rappresentò comunque un pilastro dell'intero capolavoro del regista americano. Poi sei anni dopo arrivò la chiamata di M. Night Shyamalan, che lo volle con sé per Il Sesto Senso, un altro grande successo di botteghino e critica. Nei panni di Malcolm Crow, il protagonista del film, Willis ottenne la parte come conseguenza di quanto accaduto l'anno prima con Broadway Brawler, film distribuito dalla Walt Disney Company e diretto da Lee Grant con Dennis Dugan. Dopo due anni di pre-produzione, l'attore si disse insoddisfatto di alcune delle performance di altri membri della crew, finendo per reagire in maniera aggressiva: dopo 20 giorni di riprese e con 28 milioni di budget già spesi, la produzione venne interrotta prima che Dugan potesse girare anche solo una scena. La colpa venne data proprio all'attore americano, che dovette fronteggiare una causa di 17,5 milioni di dollari e un accordo privato che lo vide impegnato in tre film sottopagati: Armageddon, Disney's The Kid e, appunto, Il Sesto Senso. Per il primo Willis venne pagato 3 milioni di dollari, molto meno dei 20 che era solito chiedere.

La caduta di Willis, a tratti

Se la lista dei suoi successi può essere arricchita da film come Moonrise Kingdom di Wes Anderson e Looper di Rian Johnson con Joseph Gordon-Levitt ed Emily Blunt, le sue cadute sono molto più recenti, a partire da Surrogates di Jonanthan Mostow. In Italia arrivato come Il mondo dei replicanti, il film finì per essere una spoglia trasposizione cinematografica della graphic novel originale, senza uno script in grado di esaltare il messaggio di fondo. Situazione analoga per Marauders, di Steven Miller: in Italia noto come I Predoni, un b-movie che puntava tutto sulle storie cliché dello stesso Willis, con delle componenti poliziesche che poco esaltavano sia la storia che gli interpreti messi in campo.

Con Once Upon a Time in Venice di Mark Cullen, arrivato al cinema nel 2017, Willis si è ritrovato a creare una atipica coppia con Jason Momoa, accanto a John Goodman: un cast sulla carta stellare, relegato in una produzione ancora una volta di poco conto, con l'attore pronto a rifiutarsi anche di girare una scena con Ralph Garman, che venne tagliato dalla produzione stessa. Con un risultato al botteghino di meno di un milione di dollari, il film fu uno dei punti più bassi della carriera dell'attore americano, sia per la qualità del prodotto che per il suo comportamento, di nuovo sopra le righe. Arriviamo, quindi, a Breach del 2020, girato da John Suits e in grado di creare un mix quasi nauseante di virus, zombie, alieni ostili: in un ruolo che mette Willis più in vista sulla locandina e sullo spot girato prima della release al cinema, il risultato è stato disastroso.

Con Fortress del 2021 concludiamo il nostro viaggio nella caduta di Bruce. Diretto da James Cullen Bressack e accanto a Jesse Metcalfe, ci troviamo dinanzi all'ennesima produzione di seconda serie che vede un gruppo di criminali ossessionati dalla vendetta, pronti a costringere un ufficiale in pensione e suo figlio a salvare la situazione. Willis, nei panni di Robert, si ritrova ancora una volta a dar vita a una prestazione scialba, priva di mordente, incapace di riportarlo ai momenti d'oro di un tempo. Vanificando, per lo più, quanto di buono fatto negli anni trascorsi nei film che abbiamo ricordato poc'anzi.

Willis saluta il cinema in modo spiacevole, perché lo fa dopo aver inanellato una serie di film più votati al suo portafoglio che alla sua creatività: quella "rise" degli anni Ottanta e Novanta ha raggiunto la propria "fall", lasciandoci un ricordo di quello che è stato nel passato, non di recente.

Che voto dai a: Midnight in the Switchgrass

Media Voto Utenti
Voti: 6
3.5
nd