Bruce Lee vs Chuck Norris: uno scontro diventato leggenda

Lo scontro tra Bruce Lee e Chuck Norris è probabilmente uno dei combattimenti più famosi della storia del cinema. Analizziamolo insieme.

speciale Bruce Lee vs Chuck Norris: uno scontro diventato leggenda
Articolo a cura di

L'aura di mito e leggenda che ammanta tutt'ora la figura di Bruce Lee ha portato innumerevoli cineasti (di ieri e di oggi) a dedicargli tributi e omaggi di ogni sorta, tra film, documentari e serial televisivi incentrati sulla sua vita.
Lee, oltre ad aver ideato una nuova arte marziale, il Jeet Kune Do, si è anche cimentato nella carriera di attore, entrando di diritto nella storia del cinema con film quali Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore e I Tre dell'Operazione Drago.
Seppur in tutte le opere citate siano presenti degli scontri memorabili, in quest'articolo ci concentreremo sul leggendario confronto tra Bruce Lee e Chuck Norris presente alla fine del film L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente, con un breve focus anche sull'essenza del Jeet Kune Doo.

Bruce Lee contro Chuck Norris

Bruce Lee è considerato uno degli artisti marziali più influenti di sempre e non a caso, dato che la sua intuizione di migliorare costantemente il metodo per attaccare e difendersi in una situazione di pericolo è ancora oggi fonte di studio (e di dibattito) per chiunque voglia approcciarsi tanto al mondo delle arti marziali quanto a quello degli sport da combattimento.
Innumerevoli sono infatti le discussioni (anche online) su quale sia la tecnica migliore da usare durante una situazione borderline, come se la maggior parte di noi cercasse una soluzione semplice a un problema stratificato e complesso come quello legato alla difesa personale (collegato di conseguenza alla propria incolumità).

Bruce Lee, forte anche degli insegnamenti del suo maestro Yip Man (quest'ultimo protagonista di numerosi film liberamente ispirati alla sua vita interpretati da Donnie Yen), ha elaborato nel corso degli anni un suo personale stile di lotta lontano da qualsivoglia schematismo o etichetta.
L'intuizione di Lee lo ha portato a fondere alcuni aspetti di numerose arti marziali insieme ai vari sport da combattimento più popolari, unendo tutto in una sorta di unico calderone incentrato però sul valorizzare al massimo tecniche minimaliste (ma sempre e comunque efficaci) anziché puntare sull'unire forzatamente tutte le discipline conosciute per padroneggiare movenze superflue e/o inutili.

Ponendosi quindi come obiettivo primario l'auto-miglioramento fisico e mentale, Lee ha impostato la sua filosofia di lotta tenendo conto di tutto quello che per lui non funzionava nelle arti marziali classiche, aprendo le sue vedute anche al pugilato, alla scherma e, soprattutto, al concetto di anticipo.
Nonostante quindi una storia relativamente breve, il Jeet Kune Doo è riuscito a rivoluzionare il mondo delle arti marziali in maniera a tratti stupefacente, seppur anch'esso in realtà non si possa considerare la tecnica di lotta definitiva.
Una buona prestazione atletica, infatti, può essere frutto solo di un allenamento costante tale da far guadagnare al praticamente un livello di esperienza raggiungibile non dopo pochi mesi, ma solo e soltanto dopo decenni di duro allenamento.

Per questo, ogniqualvolta qualcuno (non importa chi) professa di conoscere tecniche segrete e proibite in grado di portarlo alla vittoria in qualunque momento e contesto, sta semplicemente mentendo.
Lee, in un certo senso, ha sviluppato il proprio stile anche per distanziarsi da concetti di questo tipo, in modo da considerare ogni singolo combattimento un vero e proprio mondo a sé stante, fatto di regole, leggi e possibilità sempre diverse.

In tempi recenti, Bruce Lee è stato anche additato come il precursore delle MMA, seppur (almeno per chi scrive) questa definizione sia forse un accostamento eccessivamente azzardato.
Comunque, il concetto di adattarsi a qualsiasi tipo di situazione, ricorrendo anche a colpi basati sulla singola situazione, ha portato l'artista marziale a innovare in maniera sistematica il concetto stesso di combattimento, particolare riscontrabile anche - nonostante la finzione filmica - nello scontro con Chuck Norris.

Il Jeet Kune Doo è solo un nome

Il confronto finale tra i due lottatori è composto da tre fasi ben distinte: il riscaldamento, lo scontro e la presa di coscienza.
Nel primo atto, che vede Yen Chen (interpretato da Lee) riscaldarsi in contemporanea con il suo avversario Colt (interpretato da un giovane Chuck Norris), assistiamo a una scena modellata attraverso una tensione crescente.
L'assoluto silenzio che regna prima dello scontro vero e proprio è in grado di rendere i colpi a vuoto dei due lottatori - sferrati nell'aria per prepararsi alla lotta che seguirà di lì a poco - carichi di un elevato pathos emozionale.
Ogni colpo, per quanto in realtà solo scenico, riesce perfettamente a farci capire la grande abilità dei due contendenti, capaci di mostrare tutta la loro reattività ed esplosività in una manciata di secondi.
Nel momento in cui vediamo Lee far sfoggio del suo fisico granitico (frutto di un intenso allenamento costante nel tempo), mentre Chuck Norris fende l'aria usando le tecniche del Karate, vediamo anche comparire un gatto a cui in realtà si possono attribuire una moltitudine di significati differenti, tra cui la funzione (per quanto improbabile) di arbitro involontario.

Lee, oltre a mostrare un'elevata potenza esplosiva dei colpi, dimostra di possedere una straordinaria flessibilità (anche in rapporto al grave infortunio alla schiena che lo aveva colpito solo pochi anni prima), particolare atto a rimarcare la grande tempra morale - oltre che fisica - dell'attore e artista marziale, capace di rialzarsi anche dopo momenti di grande difficoltà.
Dopo uno scrupoloso studio reciproco, i due avversari, presa posizione, sono infine pronti a scontrarsi; il miagolio improvviso del gatto - che in realtà assume la valenza di un vero e proprio urlo di guerra - sancisce l'inizio del combattimento vero e proprio.
Nella seconda fase della sequenza, vediamo i due lottatori combattere senza esclusione di colpi, con Yen pronto ad attaccare il suo avversario senza lasciargli il tempo di respirare.

Una fine inevitabile

Colt però, anche grazie alla sua stazza superiore, sembra non accusare minimamente i colpi dell'avversario, riuscendo a prendergli il tempo e a contrattaccare in ogni occasione utile.
I movimenti di Yen, per quanto veloci, sembrano eccessivamente contratti, come se venissero portati solo e soltanto facendo affidamento sulla forza bruta in un cieco assalto, cosa che lo porta inevitabilmente a soccombere di fronte alla netta superiorità del proprio avversario.
Yen, prendendo coscienza di non poter in alcun modo sopraffare Colt facendo affidamento su uno stile di combattimento eccessivamente schematico e prevedibile, capisce di doversi adattare alla situazione per ribaltare le sorti dello scontro.
Il continuo saltellare di Lee non diventa così un semplice espediente per spiazzare l'avversario, quanto una vera e propria presa di coscienza riguardo l'essenza stessa del Jeet Kune Doo.
Il protagonista, il cui evidente cambiamento nei movimenti è incentivato anche dalla musica galvanizzante, inizia così a vedere il combattimento da un'altra prospettiva.

Lee, ora completamente rilassato e quindi lontano anni luce dal portare colpi contratti privi di elasticità, riesce in questo modo a prendere i tempi del proprio avversario che, improvvisamente, sembra aver perso la sicurezza vista nella prima fase.
Il personaggio principale, facendo uso - in modo armonico - di numerose tecniche diverse senza relegarsi in uno schema prestabilito, riesce a passare con disinvoltura da attacchi alti e bassi (sia con le mani che con le gambe), a finte, contromosse e addirittura pugni ripetuti in pieno stile Wing Chun senza soluzione di continuità.

Lo stesso Colt, ormai inerme, capisce di poter continuare a combattere solo e soltanto adottando a sua volta il Jeet Kune Doo.
Nonostante i suoi sforzi, il karateka però non può che soccombere di fronte a Lee/Yen, per via ovviamente della sua quasi inesistente padronanza di uno stile fino a quel momento sconosciuto.
Nel drammatico finale, Colt, ormai impossibilitato a combattere per l'enorme quantità di colpi subiti, seppur spronato dallo stesso Lee a non andare oltre (tramite il gesto del "no" con la testa complementare al "no" fatto con le dita dallo stesso Colt poco prima), decide di compiere un ultimo assalto disperato con un unico esito possibile: la sua morte.
La storica sequenza, che per la grande cura con cui è stata concepita ha richiesto tre giorni di riprese, si conclude con Lee che, mostrando un grande rispetto per il proprio avversario, gli copre il viso con il kimono precedentemente indossato da quest'ultimo.

Che voto dai a: L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente

Media Voto Utenti
Voti: 22
7.8
nd