Bruce Lee, l'icona che ha rivoluzionato il cinema

80 anni fa nasceva Bruce Lee. Tra cinema e arti marziali, il divo d'Oriente ha contribuito ad aprire il mondo del cinema alle minoranze.

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Il suo nome è ancora oggi leggenda, è quello di un simbolo che non ha pari, di chi è stato qualcosa di più di un artista, di un attore o di un semplice esperto di arti marziali.
Lee Jun-Fan, nato a San Francisco, dove la Cina ha una seconda patria da metà '800, cresciuto in perenne peregrinare tra gli Stati Uniti e Hong Kong, è stato qualcosa di unico, irripetibile, nella storia del cinema e non solo.
Bruce Lee ha cambiato tutto. Ha cambiato il cinema d'azione e d'avventura, il modo in cui erano viste e concepite le arti marziali, che senza di lui non sarebbero il patrimonio universale che sono oggi.
Ma soprattutto il "piccolo drago" ha cambiato il modo in cui gli orientali (e di riflesso anche le altre minoranze) erano visti al cinema, il modo in cui da lì in poi furono rappresentate da una settima arte in cui dominavano ancora pregiudizi, razzismo, una visione che definire caricaturale o stereotipata è anche riduttivo.

La rivoluzione arriva da Hong Kong

Bruce Lee fin da bambino partecipò a numerose pellicole a Hong Kong, influenzato in questo dal padre, che era stato un attore di discreto successo.
Tuttavia fu nel 1966 che qualche produttore americano cominciò ad accorgersi di lui, quando fu scelto per interpretare Kato, il fido assistente del Calabrone Verde nell'omonima serie tv sulla ABC, per poi comparire in numerose altre serie televisive e film con ruoli di supporto. Tuttavia, non soddisfatto di come la sua carriera stava procedendo e indignato per il modo in cui gli orientali erano ritratti, Lee decise di tornare a Hong Kong, dove nel 1970 uscì il suo primo, celeberrimo film Il furore della Cina colpisce ancora.
Nel giro di pochissimo tempo, Bruce Lee diventò una star internazionale, un divo, rinnovò in modo assoluto anche il mondo delle arti marziali, ne sconvolse la rigidità dogmatica con il suo Jeet Kune-Do, rese quell'universo meno chiuso, meno autoreferenziale, contagiò con la sua passione tutto il mondo.
Nulla da quel momento sarebbe più stato come prima,
visto che numerosi divi del cinema e dello sport lo avvicinarono, ne diventarono allievi e amici, e tutto questo aprì a un rinnovamento senza precedenti nella settima arte.

Quando il cinema era "bianco"

I cinesi erano solo una delle tante minoranze che Hollywood ritraeva in modo caricaturale. I nativi quasi sempre erano interpretati da attori europei (soprattutto dell'est Europa), da messicani o da divi bianchi con un robusto make up (e a volte neanche quello).
Tale modus operandi si applicava naturalmente anche ad altre minoranze: messicani, le varie tribù barbare dei peplum, gli africani, ma gli orientali erano i più maltrattati. A vedere oggi certi film (molti dei quali giudicati grandi classici e cult) c'è da impallidire, e anche un po' da vergognarsi.
Bruce Lee invertì questa tendenza. I suoi film resero l'Oriente un po' meno misterioso, con lui i cinesi uscirono dalla stereotipata descrizione di caricaturali servi dei bianchi, di macchiette alla pari dei messicani nei film western.
Lee fece riscoprire un mondo e una cultura antichissima, esotica, connessa alla guerra e al combattimento in modo affascinante, che stregò il pubblico occidentale: mosse segrete, agilità, combattimenti all'ultimo sangue, muscoli d'acciaio e sguardi ferali.
Il cinema di Lee, collegandosi dal punto di vista narrativo ed estetico agli spaghetti western, ai gangster e bond-movie, all'epica del cavaliere solitario, mostrò al mondo "bianco" chi erano veramente i figli del Sol Levante.

Un simbolo per la comunità afroamericana

Ma Bruce Lee fece molto più di questo. Aiutò in modo unico anche la comunità afroamericana, contribuì a rendere i film trampolini di lancio per una nuova rappresentazione della problematica società statunitense di quegli anni.
Ne I 3 dell'Operazione Drago, uno dei protagonisti era lo statuario Jim Kelly, dipinto come un ribelle costretto alla fuga dalla violenza della polizia razzista bianca.
Ne L'Ultimo Combattimento di Chen, il suo film semi-postumo, il più pericoloso e formidabile dei suoi avversari era nientemeno che il suo allievo e amico Kareem Abdul Jabbar, uno dei più grandi giocatori di basket di ogni epoca, simbolo non solo dei Lakers, ma anche dell'impegno civile e politico più alto e nobile.

Il tutto avvenne in un periodo storico in cui infuriava la guerra in Vietnam, che costava milioni di morti tra le popolazioni locali, mentre negli USA si lottava per i diritti civili, vedendo attivisti massacrati da polizia e FBI.
Molti tra gli afroamericani poi sostenevano il fronte Vietcong. Bruce Lee rese loro e gli asiatici non più vittime, ma vendicatori sul potere bianco (non a caso rappresentato da Chuck Norris in L'Urlo di Chen Terrorizza anche l'Occidente). Bruce Lee fu quindi anche il simbolo dell'opposizione al mondo capitalista e imperialista, sovente abbracciò la dimensione del working class hero.

Il profeta del mondo multiculturale

Ma su tutto e tutti, fu la connessione con il nuovo internazionalismo culturale, una realtà in cui le minoranze e il terzo mondo dovevano allearsi, che rese Bruce Lee l'alfiere della riscossa degli emarginati dal cinema e dalla società americana.
La blaxploitation non fu casualmente un fenomeno che partì di lì a poco, seguendo canoni e strutture narrative cinematografiche che con Bruce Lee avevano molto in comune, anche per ambientare il tutto nell'universo in grande fermento delle minoranze, delle periferie, di quei ghetti che giocoforza erano multiculturali.
Bruce Lee era qualcosa di nuovo, era un simbolo, non differente da un Muhammad Alì, un Pelé, un James Brown, era un uomo non-bianco che aveva successo, potere, che non era dentro "il sistema".
Non fu affatto un caso che di lì in poi il cinema e la tv venissero invasi da film in cui le arti marziali erano padroneggiate da protagonisti di colore, o che il genere conoscesse un successo senza precedenti in tutto il mondo.

Il pubblico a cui faceva riferimento era infatti quello che non poteva né voleva ormai riconoscersi nei prodotti mainstream "bianchi".
E oggi possiamo guardare a questi ultimi decenni e scoprire che l'Oscar vinto da Jackie Chan, i film che amiamo di Jet Li, Donnie Yen, Tony Jaa, di Jean Claude Van Damme o Jason Statham, così come i capolavori wuxia, li dobbiamo a lui: al piccolo drago, l'uomo che non fu solo ponte tra due mondi, ma che rivoluzionò entrambi, rendendoli un tutt'uno.

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