BlacKkKlansman: alla scoperta del buddy movie e della blaxspoitation

Alla scoperta di tutte le influenze e dei generi cinematografici che hanno ispirato BlacKkKlansman, la nuova opera di Spike Lee.

speciale BlacKkKlansman: alla scoperta del buddy movie e della blaxspoitation
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Si scrive BlacKkKlansman ma si legge Blaxspoitation, sono John David Washington ed Adam Driver ma sembrano Danny Glover e Mel Gibson, è un film di Spike Lee ma assomiglia a Quentin Tarantino.
E' questo il paradigma di BlacKkKlansman, presentato in anteprima all'ultimo festival di Cannes (dove ha mancato la Palma d'Oro ma ha vinto il Gran Premio della Giuria) e da poco in tutte le sale cinematografiche italiane. Il pregio di questo film è che sembra prendere una direzione e poi ne prende molte altre, anche solo di rimando, e questo per i cinefili e gli studiosi della settima arte è un grande pregio.
Pregio il cui valore raddoppia se viene da un autore che negli ultimi anni era stato fin troppo occupato a tifare i New York Knicks dalla sua poltroncina privata al Madison Square Garden: i suoi ultimi lavori sembravano film di un regista che non credeva davvero in quello che stava facendo, che cercava di riempire i vuoti in agenda che separavano una stagione di basket dall'altra, e il primo ad essersene reso conto probabilmente è stato proprio lui. Non a caso l'anno scorso ha realizzato una serie televisiva basata sul suo film d'esordio, She's Gotta Have it, come se cercasse di rincorrere gli antichi fasti per ritrovare l'ispirazione.

E deve averla trovata, forse anche grazie a quello che è probabilmente il nuovo Spike Lee, Jordan Peele, che ha prodotto BlacKkKlansman insieme a Jason Blum: da i due Lee sembra aver trovato un nuovo vigore e ispirazione, come non ne aveva più da tempo.
Ci sarebbe tantissimo da dire su quest'opera che sicuramente non è perfetta ma che è calata nella nostra attualità, pur raccontando un mondo vecchio di 40 anni (e questo la dice lunga su quanto sia retrogrado il XXI secolo). In questo speciale, però, vogliamo concentrarci sui due pilastri che costituiscono le fondamenta di BlacKkKlansman: il genere del buddy movie e la corrente della blaxspoitation.

B come Blax

Erano gli anni '70, quelli caldi, scontrosi e agitatissimi delle rivolte razziali, quelli in cui il governo pensava al Vietnam e Hollywood al declino dell'industria cinematografica, causato dall'astro nascente della televisione, che stava iniziando a conquistare i salotti degli americani. Martin Luther King era morto da qualche anno ma le sue parole ancora risuonavano nell'intera nazione, le Pantere Nere erano appena nate e nessuno aveva dimenticato i tragici eventi degli scontri di Detroit, quelli che un giorno avrebbero portato allo splendido film di Kathryn Bigelow, intitolato semplicemente ma molto evocativamente Detroit.
Gli studios erano in grande difficoltà, la New Hollywood dava libertà decisionale quasi illimitata ai registi ma in un modo o nell'altro bisognava incassare perché altrimenti si rischiava grosso. Tra una lotta al sindacato e l'altra, l'idea fu quella di espandere i contratti per i film alle persone di colore, sia registi che attori, provando così a sfruttare un mercato, quello della popolazione afroamericana, che fino ad allora era rimasto inesplorato (nonostante, come ci ricorda Spike Lee nel suo film, il primo Oscar nero arrivò già nel '39 grazie a quello per la miglior attrice non protagonista consegnato alla Hattie McDaniel di Via Col Vento).
Mentre i b-movie grindhouse iniziavano a spopolare e si cominciava a fare un notevole e forse perfino preoccupante uso della parola exploitation (nacquero i filoni della sexploitation, della shoxploitation, della bikexploitation, della dyxploitation e della hixploitation, tutte correnti che condividevano le medesime tecniche ma si focalizzavano su argomenti e situazioni differenti), il cinema americano si sentiva più libero e soprattutto sentiva il bisogno di rinnovarsi, quindi iniziò a spingersi verso tematiche inedite (il sesso, la violenza, la droga, la prostituzione, la vita di strada, l'omosessualità).

In pochissimo tempo accadde quello che tutti si auspicavano ma che nessuno credeva che sarebbe effettivamente successo: i nuovi registi e attori neri accolti a braccia aperte dalla disperata Hollywood contribuirono a risollevare le sorti degli studios, e fin da subito riscontrarono un enorme successo di pubblico, sia nero sia bianco.
Il primo esempio arriva proprio all'inizio del decennio, nel 1970, con Pupe Calde e Mafia Nera di Ossie Davis. Nel film di Davis (attivista politico nato a Clitch County, in Georgia) c'erano già tutti gli elementi della blaxspoitation, dalla musica soul ad Harlem, dalla donna di strada ai poliziotti duri ma gentili con gli abitanti del quartiere.
Ma è solo nell'anno successivo che quell'esempio divenne un vero e proprio genere, e fu grazie a Sweet Sweetback's Baadasssss Song, nel quale Melvin Van Peebles scrive, dirige e interpreta la storia di un afroamericano che uccide due poliziotti bianchi e deve darsi alla fuga. Il film fu un clamoroso successo, non solo perché mostrò per la prima volta sullo schermo un protagonista nero che riusciva a farla franca per un crimine commesso ai danni dei bianchi (per di più figure istituzionali!), ma perché grazie agli incredibili incassi aprì la pista a tutti gli altri autori neri indipendenti desiderosi di raccontare la loro versione dell'America.
E così arrivarono Shaft Il Detective di Gordon Parks (il più celebre film black, che vinse un Oscar, citato anche in BlacKkKlansman), sul primo investigatore privato di colore, cui seguirono Superfly (altro film citato da Spike Lee). A questi seguirono Rubare alla Mafia è un Suicidio, gangster movie che racconta gli scontri tra la mafia e una gang afroamericana, e poi gli horror (Blacula), le commedie (Car Wash) e perfino i film di arti marziali (Johnny Lo Svelto).

E naturalmente è impossibile lasciare fuori quella che insieme a Richard Roundtree (interprete di Shaft) è un po' il simbolo della blaxspoitation, ovvero Pam Grier, la Regina Nera, che prima del grande ritorno in Jackie Brown di Quentin Tarantino (che questi film li adora) fu la protagonista di pellicole relegate alla storia del genere come Coffy, Foxy Brown, Sheba Baby, The Big Bird Cage, Il Circuito della Paura e Sesso in Gabbia.
Spike Lee, che in passato aveva aspramente criticato il filone della blaxspoitation per come rimarcava gli stereotipi degli afroamericani (nonostante quei film lo avessero per forza di cose ispirato moltissimo), in BlacKkKlansman è proprio a quella corrente che si rifà, rendendola più moderna, proprio come farebbe l'amato/odiato Tarantino. E' un nuovo Lee questo, che raccoglie il retaggio di quel tipo di cinema e non lo disprezza ma lo abbraccia, lo fa suo e a suo piacimento lo sfrutta.

B come Buddy

A differenza del filone della blaxspoitation il buddy movie può essere considerato un vero e proprio genere cinematografico piuttosto che una corrente culturale, e soprattutto la sua origine non viene accostata ad un'epoca definita. Già nel '49 in Cane Randagio, diretto dal sempre immenso Akira Kurosawa e con la coppia di detective protagonisti interpretati da Toshiro Mifune e Takashi Shimura, vengono fuori gli stilemi del buddy movie; sensazione che si ripete riguardando oggi anche il western del 1969 Butch Cassidy di George Roy Hill (in originale Butch Cassidy and the Sundance Kid, col nome del personaggio di Robert Redford usato come rafforzativo per far capire che è protagonista tanto quanto quello di Paul Newman).
Ovviamente nel film di Spike Lee non ci sono i cavalli né tanto meno la frontiera, i protagonisti sono due poliziotti e quindi è al sotto-genere buddy cop movie che BlacKkKlansman appartiene, quello cioè incentrato su una coppia di poliziotti, quello reso prima famoso nel 1982 da Walter Hill col suo 48 Ore (protagonisti gli indimenticabili Nick Colte ed Eddie Murphy) e poi celeberrimo nell'87 grazie ad Arma Letale di Richard Donner, con Mel Gibson e Danny Glover. Il secondo film diventa addirittura una saga in quattro capitoli, tutti diretti da Donner e i primi due sceneggiati da Shane Black.

Quello Shane Black che forse più di tutti avrebbe legato il suo nome a questo particolare genere cinematografico, non solo col recente The Nice Guys con Ryan Gosling e Russell Crowe ma anche con Kiss Kiss Bang Bang, suo film d'esordio, in cui la coppia buddy veniva impersonata da Robert Downey Jr. e Val Kilmer, e soprattutto con le sceneggiature de L'Ultimo Boyscout (diretto da Tony Scott e con protagonisti Bruce Willis e Damon Wayans) e Last Action Hero, che si faceva gioco dei buddy movie.
Alla regia di quest'ultimo c'era John McTiernan, che nel 1987 aveva dato a Black una parte in Predator e che l'anno successivo avrebbe realizzato il primo film della saga di Die Hard, Trappola di Cristallo, nel quale il poliziotto bianco di Bruce Willis veniva aiutato dal poliziotto nero di Reginald VelJohson.

Quel primo film della saga action su John McLane tecnicamente non è da considerarsi un vero e proprio buddy movie, ma McTiernan nel '95 torna per dirigere il terzo capitolo Die Hard - Duri a Morire e questa volta lo trasforma davvero in un film di coppia, con Bruce Willis affiancato da un riluttante nuovo black-partner impersonato da Samuel L. Jackson.
La formula è semplice e, nelle sue infinite variazioni, sempre la stessa: complotti e intrighi che coinvolgono due personaggi molto diversi fra loro, spesso e volentieri anche in conflitto, costretti a lavorare insieme per risolvere un crimine. Nel farlo imparano l'uno dall'altro, stringendo un rapporto d'amicizia e stima reciproca, riuscendo a superare le differenze che li separavano all'inizio. Tendenzialmente i due appartengono ad etnie diverse, ma che abbiano la pelle nera bianca gialla rossa o verde la vera differenza che li separa è quella caratteriale: un poliziotto testa calda e una recluta perfettina, il saccente e il combina guai, il buono e il cattivo, col partner più anziano che è sempre il leader coscienzioso, quello vecchia scuola, quello pulito e che rispetta sempre le regole, mentre il partner più giovane di solito è quello che non si fa troppi di questi scrupoli.
In BlacKkKlansman Spike Lee prende Adam Driver e John David Washington e gli fa trascendere i ruoli canonici del buddy movie, per quanto il secondo, da buon progressista, tenda a rientrare nello stereotipo del poliziotto ribelle: i due personaggi, per le circostanze lavorative che li spingono ad incontrarsi, sono costretti ad impersonare il ruolo della stessa persona fittizia al fine di infiltrarsi nel Ku Klux Klan e sabotarne i piani. Uno, il nero, è la voce al telefono, l'altro, il bianco, si incontra faccia a faccia coi membri della setta. Una geniale rivisitazione delle iconiche situazioni del buddy movie.

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