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Black Widow: 3 scene chiave del film con Scarlett Johansson e Florence Pugh

Riviviamo Black Widow dei Marvel Studios attraverso tre scene chiave per comprendere i temi principali dell'opera.

Black Widow: 3 scene chiave del film con Scarlett Johansson e Florence Pugh
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Dopo l'esordio su Disney+ con la prima infornata di serie tv composta da WandaVision, The Falcon & The Winter Soldier e Loki, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe può finalmente distendersi anche sulla pienezza del grande schermo a distanza di quasi due anni dall'uscita dell'ultimo lungometraggio Spider-Man: Far From Home: lo fa paradossalmente attraverso un'opera, Black Widow di Cate Shortland, che poco o quasi ha da dire sul futuro, concentrandosi specificatamente sul passato.
Se nell'ultimo periodo della Fase 3 e nei primi scampoli di Fase 4 la grande narrazione di Kevin Feige è andata progressivamente spostando la propria attenzione dalla costruzione al tema dell'eredità (da Avengers: Endgame a The Falcon & The Winter Soldier, passando per Spider-Man: Far From Home), mettendo in scena intelligentemente il passaggio degli anni e quello dei testimoni, Black Widow con Scarlett Johansson non si preoccupa tanto di ciò che dovrà accadere quanto di ciò che è già accaduto, un approccio praticamente inedito nel MCU (l'altro "prequel", Captain Marvel, fu realizzato quasi con scopi propedeutici in vista di Endgame). E lo mette in chiaro soprattutto in tre distinte sequenze, che vogliamo analizzare insieme a voi nel nostro nuovo speciale.

Bye bye Miss American Pie


Black Widow stabilisce quella che sarà una costante dialettica con il passato fin da subito, con un lungo, evocativo e riuscitissimo prologo che non a caso è un flashback al quale spetta il compito di presentare i temi portanti dell'opera, primo tra tutti il rapporto tra imitazione e autenticità (incarnato dal nuovo villain, Taskmaster, in grado di replicare alla perfezione tutti i movimenti dei propri avversari costringendoli a combattere contro uno specchio).

Questo tema sarà espressamente richiamato nella conclusione del terzo e ultimo atto tramite il riutilizzo di una battuta presentata proprio nel prologo - perché il passato, in Black Widow, ritorna sempre.
Ma è nella sequenza iniziale, scandita dalle note nostalgiche di American Pie di Don McLean (un brano poco interessato al futuro e tutto fondato sulla "morte" di qualcosa che è finito), che il film di Cate Shortland si imposta come un'elegia al passato.
L'infanzia di Natasha e di Yelena ci viene presentata come una finzione della quale ci vengono restituiti solo gli ultimi scampoli, dato che di lì a poco irromperà la realtà (il futuro, inteso come destino già scritto e che il pubblico già conosce).
E la situazione da minaccia sovietica insinuatasi nella borghesia statunitense, diventata ormai un classico del cinema popolare, viene utilizzata da Cate Shortland in maniera impeccabile - come dovrebbe fare sempre ogni scena iniziale - per settare l'atmosfera generale dell'opera: melanconica, grigia, aggrappata a un passato che non c'è mai stato perché costruito e falso.

Riunione di famiglia


Questo senso di malinconia, di grigiore e più in generale questo profondo desiderio di rifarsi al modello di un passato fasullo e costruito ad hoc (cosa che, del resto, si potrebbe estendere al cinecomic Black Widow per intero,

letteralmente elaborato dai Marvel Studios in piena corsa verso il futuro e "impiantato" nel passato del franchise) emerge anche dalla scena della riunione di famiglia.
Sul finire del secondo atto, infatti, Black Widow riporta letteralmente in scena il passato riproponendo per filo e per segno la scena del prologo, con gli stessi protagonisti (idealmente) a uno stesso tavolo, di nuovo chiamati a imitare la situazione tipo della classica famiglia americana (un'immagine già di per sé idealizzata e falsa).
Nel corpo e nel viso di Florence Pugh, nelle parole di David Harbour, negli sguardi malinconici di Rachel Weisz, nella risolutezza di Scarlett Johansson: tramite questa scena, un momento distensivo e di pausa dall'azione che prelude all'incipit del terzo e ultimo atto, Cate Shortland approfitta per demolire definitivamente il passato delle due protagoniste esorcizzando la falsità dei rapporti che avevano contraddistinto i loro legami. Mettendo a nudo (o portando in tavola) le bugie, emergono le verità che erano gradualmente e istintivamente fiorite all'interno di esse.
Ma è sempre il passato a fare da collante: i continui rimandi a ciò che è stato suggeriscono una fattualità impossibile da ignorare o dimenticare (come continuerà a sottolineare Yelena), e il momento di grande sentimento "padre-figlia" con la rievocazione di American Pie contrappunta una concretezza che, per quanto fittizia, è esistita davvero. Nel passato.

Inganni e condizionamenti

Un'altra tematica fondamentale del film è quella identitaria della donna e del suo liberarsi dalla sottomissione fisica - e soprattutto mentale - imposta da una struttura patriarcale, incarnata in questo caso dalla Stanza Rossa e dal suo temibile leader, Dreykov (Ray Winstone).

Da oggetto passivo la donna in Black Widow è destinata a diventare un soggetto attivo, trasformazione e/o presa coscienza di sé che vale per tutti i personaggi femminili, da Natasha (che fa pace con sé stessa e potrà andare avanti), a Yelena (il cuore del film), da Melina (una grande Rachel Weisz) a tutte le altre Vedove Nere senza nome (simbolo di una moltitudine silenziosa).
A riprova però della solita grande cura riservata alla costruzione del film, il tema è incarnato insospettabilmente dal temibile Taskmaster, villain dietro la cui maschera si nasconde un'irriconoscibile Olga Kurylenko.
Donna che più di tutti ha subito la sopraffazione del maschio bianco, Taskmaster riesce - senza proferire neanche una parola - a dire tutto quello che il film vuole dire sulla condizione di riscatto e rinascita della figura della donna.

Ridotta al silenzio e schiavizzata dall'uomo, è anche vittima di una terribile "maledizione" che le sottrae una sua identità propria.
Se tutti i personaggi nel MCU (ma in generale al cinema) assumono una loro personalità attraverso le proprie movenze (come dirà in chiave ironica Yelena a Natasha, e tanto ci sarebbe da dire sul significato ereditario di quelle battute) Taskmaster è costretta a un anonimato totale dato non solo dalla maschera ma anche dal suo "potere", che la obbliga a imitare gli altri e quindi la spersonalizza - e la risoluzione della sua storia interpella chiari intenti sociali e politici sul ruolo della figura femminile oggi.
La scena del confronto tra Natasha, Taskmaster e Dreykov tra l'altro viene giocata anche su un raffinato rimando al passato del MCU: il modo in cui il leader della Stanza Rossa viene ingannato da Natasha ricorda da vicino quello usato dalla Vedova Nera per raggirare Loki nel primo Avengers mentre, poco dopo, il salto nel vuoto che la protagonista compie per salvare Yelena dalla furia cieca di Taskmaster anticipa il futuro sacrificio di Natasha su Vormir.
Evento che, non a caso, viene rievocato nel canonico appuntamento post-credit di Black Widow, in una scena però che, per definizione, non appartiene al corpo filmico dell'opera ma arriva da quel futuro al quale Cate Shortland non si interessa mai.

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