Black Phone nel segno di King: riscopriamo il racconto di Joe Hill

Diretto da Scott Derrickson, il nuovo lungometraggio targato Blumhouse è tratto da una storia del Principe dell'Orrore.

Black Phone nel segno di King: riscopriamo il racconto di Joe Hill
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Per discendenza e successione, se Stephen King è considerato il Re dell'Orrore, quanto meno Joseph King in arte Joe Hill è il Principe del genere letterario. In effetti il suo stile poco si distacca da quello del rinomato, prolifico e premiato genitore, pur essendo ancora grezzo e migliorabile. Sulla produzione poco da dire: sembra essere genetica la capacità di scrivere tanto e in poco tempo. Hill ha infatti all'attivo a quarant'anni esatti la bellezza di quattro romanzi pubblicati e una lunga serie di raccolte di storie brevi e fumetti. Della sua produzione principale, tre dei quattro libri hanno ricevuto o stanno ricevendo un adattamento filmico o seriale (NOS4A2, Horns, The Fireman), la sua Lock & Key è divenuta uno show Netflix e anche diverse short story hanno ricevuto una trasposizione (non perdete la nostra recensione di Lock & Key 2). Ultima in ordine temporale è l'intrigante, misteriosa e avvincente The Black Phone.

Voci dall'aldilà

Alla regia e alla sceneggiatura del progetto (insieme al fidato C. Robert Cargill) troviamo lo stimato Scott Derrickson, che dopo aver abbandonato la direzione del sequel di Doctor Strange in casa Marvel è tornato all'ovile e alla sua prima passione sotto l'egida Blumhouse, decisamente più libera e permissiva per le sue intenzioni cinematografiche.

Un passion project così importante per Derrickson che, ancora occupato nello sviluppo di Doctor Strange 2, chiese a Cargill di posporlo fino a sua avvenuta disponibilità, anziché lavorarlo assieme a un altro autore. Chiuso il portone Marvel, poi, il regista si è gettato anima e corpo in Black Phone, confezionando quello che secondo la stampa americana è uno dei migliori film thriller-horror degli ultimi anni, tra i titoli più riusciti e brillanti del 2022 finora. Ma com'è su carta la storia breve di Joe Hill?
Il racconto fa parte di 20th Century Ghosts, prima raccolta di short stories dell'autore americano. È tra le più corte, lunga circa una trentina di pagine, ma ha la straordinaria capacità di creare un'atmosfera glaciale e ben precisa in uno spazio narrativo tanto ristretto. Ambientazione e personaggi sono ridotti al minimo e segue le orme delle cosiddette kidnapping novels, romanzi spesso divenuti film dedicati ai rapimenti o alla scomparsa di persone o bambini. Volendo fare un paragone (con i dovuti gradi di separazione di stile e prosa), è come se Hill prendesse la sola parte di Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti di Thomas Harris e sottraesse l'intera sezione investigativa e di effettiva esplorazione psicologica del main villain del racconto. Diciamo questo perché i protagonisti della storia sono un serial killer con tanto di van e una giovane vittima di 13 anni.

Si svolge tutto in un seminterrato nell'arco di quattro giorni e ricalca in modo impressionante la scrittura descrittiva di King Senior, nonostante si tratti di un racconto in cui il descrittivo toglie dell'essenziale tempo narrativo. Hill punta sulla forza dell'atmosfera e la capacità di creare nitide immagini di tensione nella mente del lettore, confezionando un'opera sintetica che se però ciò che vuole, veloce, fredda, di stoico animo letterario.

Non tra le migliori della raccolta ma forse tra le più ispirate, soprattutto - in effetti - tra le più promettenti in termini di possibilità traspositive, perché dalla struttura facilmente espandibile e con un'eccellente potenzialità esplorativa della psicologia di Al, il killer dell'opera. In realtà la scelta di Ethan Hawke nel ruolo, così come il look con tanto di maschera e cappello, è distante anni luce dalla versione letteraria del personaggio, soprannominato anzi Fat Man per la sua enorme e disgustosa stazza.

Derrickson e Cargill volevano dipingere in chiave più cinematografica e fancy un cattivo che in verità, su carta, è chiaramente dipinto nelle sue uniche caratteristiche fisiche - compresa la goffaggine -, quasi per nulla in quelle caratteriali o mentali. Sviluppando meglio queste ultime e creando evidentemente un rapporto vittima-carnefice più elaborato (ma il film dura comunque 102 minuti), regista e co-sceneggiatore hanno optato per un look più appropriato all'inquietudine e alla tensione dell'atmosfera, inserendo all'interno del tessuto del racconto anche un pizzico aggiuntivo di mistero e curiosità con la scelta della maschera. Guardando al materiale finora trapelato e alle parole della stampa internazionale,

ci rendiamo conto che il lavoro degli autori è stato davvero fondamentale per estrarre tutto il succo qualitativo di The Black Phone, già concentrato di genere ben studiato da Hill e ora grande scommessa orrorifica dell'estate - in Italia. Un appuntamento davvero imperdibile, magari anche dopo aver recuperato la storia breve del Principe dell'Orrore.

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