Black Lives Matter: 5 film recenti da vedere contro il razzismo

L'ennesima uccisione a sfondo razzista perpetrata dalla polizia americana ha innescato un nuovo moto rivoluzionario in tutto il territorio USA.

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L'America è oggi come ieri una polveriera. L'ex-cestista Kareem Abdul-Jabbar ne ha parlato in un suo editoriale pubblicato nelle ultime ore sul Los Angeles Times. "È un calderone che ribolle", dice, "dove c'è chi osserva il dilagare delle rivolte da un palazzo ardente e chi invece da uno schermo televisivo". Neri e bianchi, ovviamente, perché il problema è sempre il solito: il razzismo. Ancora dilagante, causa di inutile violenza, di morte e moti rivoluzionari. Tra le tante immagini che stanno riempiendo in questi giorni i social, drammatiche nella loro bellezza prima intrinseca e poi storica, una mostra una donna anziana in strada con un cartello che recita: "Ho 66 anni e sto ancora protestando per questa me**a".
Una vita o quasi di contrapposizione al suprematismo bianco (in ogni sua forma, esplicita o più subdola) che non ha sostanzialmente portato a nulla. A coprire forse il malcontento, che puntualmente torna comunque a galla quando gli abusi diventano evidenti come nel caso di George Floyd, ucciso dall'ex-agente Derek Chauvin che lo ha trattenuto a terra spingendo il ginocchio sul collo dell'uomo per quasi 9 minuti, complicando le sue funzioni vitali e portandolo alla morte. In diretta, per giunta, davanti a decine di persone e poi agli occhi del mondo.
È purtroppo solo l'ultimo degli abusi contro i membri delle comunità afroamericane nella lunga storia del Paese, una nazione unita solo nelle Stelle della bandiera ma che sembra considerare le Strisce bianche della stessa e null'altro.

In questo ciclo di battaglie per il riconoscimento dei diritti degli afroamericani, quelli della persona ma anche sociali e di classe, il cinema ha contribuito più volte a veicolare un messaggio di supporto costante a questa difficile realtà. Lo ha fatto affrontando di petto lo schiavismo prima e durante la Guerra Civile ma soprattutto raccontando storie (anche vere) moderne, di grande sofferenza e di estrema tensione. In supporto - nel nostro piccolo - al #BlackLivesMatter vogliamo allora proporvi cinque lungometraggi recenti sul e contro il razzismo, emblematici e bellissimi, da riscoprire o rivedere proprio in questi giorni di manifestazioni, dove schierarsi - anche a distanza - diventa fondamentale.

The Help

Ambientato durante la Segregazione razziale americana, The Help di Tate Taylor affronta il complesso tema da un punto di vista delicato e femminile. Un film che vive a cavallo tra dramma e commedia, che fa ridere e infervorare, che abbraccia e respinge. La protagonista è Emma Stone, che veste i panni di una giovane aspirante scrittrice che decide di raccontare la storia delle donne afroamericane del Mississipi (stato sudista), che lavorano perlopiù come domestiche nelle case di ricche famiglie bianche. Tra queste c'è Aibileen Clark (Viola Davis), che ha passato la sua vita a crescere i figli dei bianchi benestanti, non potendo però salvare il proprio, morto sul posto di lavoro.
Nel corso della storia, il personaggio della Stone comprende le sofferenze di queste donne, ricordando a se stessa che proprio una di loro l'aveva accudita e cresciuta solo per essere dimenticata. Forti e fragili allo stesso tempo, accolte tra i bianchi e amate dai loro figli solo per poi essere discriminate dai genitori, che le costringono a usare posate portate da casa, a stare lontano dal tavolo dove si cena e a usare latrine in giardino. Gli uomini sono macchine da lavoro disinteressati alla vita di famiglia, che "grava" sulle rispettive mogli che a loro volta delegano con noncuranza e malizia alle domestiche.

Basta un niente per essere disprezzate, soprattutto da chi non le reputa neanche persone. Il grado di tenerezza arriva tanto dalla Davis e da Octavia Spencer quanto dalla Celia Foote di Jessica Chastain, forse una delle sole tre donne bianche protagoniste a dimostrare un gran cuore e uno spirito visionario e luminoso in quegli anni bui. Il messaggio che arriva è forte e dirompente, perché veicolato da un mezzo che sfrutta tragedia e ironia per parlare in modo candido al cuore di tutti. Abbiamo scelto The Help e non Green Book (che pure usa lo stesso meccanismo) perché il primo è un film da riscoprire e di cui tornare a parlare.

Se la strada potesse parlare

Tratto dall'omonimo e apprezzato romanzo di James Baldwin, uno dei must read più importanti della letteratura afroamericana, Se la strada potesse parlare è una trasposizione delicata e toccante, dai toni quasi fiabeschi e sognanti, un po' melò e persino un po' noir (nell'atmosfera). Non fatevi però ingannare: il sentimento anti-razzista post-segregazionista è intenso e centrale. La storia si svolge nella New York degli anni '70, dove i protagonisti Tish e Fonny lottano per formare una famiglia e cercare una casa, trovando il muro della discriminazione dei ricchi proprietari di casa bianchi.
La storia prende una piega ancora più drammatica quando Fonny viene accusato di stupro da una donna bianca, manipolata però da un poliziotto razzista.

Si innesca così il moto della lotta razziale inserito all'interno di una love story profonda e sofferta, che vede gli amanti separati da false accuse e dagli abusi della legge, a cui tutti credono tranne Tish e la sua famiglia. La madre, in particolare, vuole il meglio per la figlia e tenta persino di parlare con la donna stuprata, scoprendola psicolabile ma pregandola, in lacrime, di salvare una vita innocente. Barry Jenkins dirige con tatto e raffinatezza un racconto di crescita e discriminazione che fa male e riflettere sulla lunga storia di violenza sociale sopportata dagli afroamericani, per cui anche l'amore e il vivere appieno il sentimento è un difficile traguardo. Un tema, questo, che anche lo splendido Loving di Jeff Nichols affronta di petto e con una grazia intercambiabile a quella del film di Jenkins, motivo per cui ci sentiamo di consigliarvelo come aggiunta.

Selma

Un film profondamente e indubbiamente politico, Selma, dato che racconta la storia di Martin Luther King e della sua battaglia per il pieno diritto di voto agli afroamericani. Ambientato nel 1964, anno della promulgazione del Civil Rights Act, il film diretto da Ava DuVernay è un forte e significativo spaccato sociale di quegli anni di fuoco, fatti di manifestazioni pacifiche e di risposte violente da parte delle forze dell'ordine e da cittadini sudisti e razzisti. Storicamente, dopo l'incontro con Lyndon Johnson, non avendo ricevuto le risposte sperate, King proseguì la sua battaglia in Alabama, nella cittadina di Selma, simbolica perché governata da un segregazionista che inviò una spedizione punitiva contro i manifestanti neri, portando all'uccisione del giovane Jimmie Lee Jackson. L'evento colpì nel profondo King, che organizzò la nota Marcia su Selma, ovviamente non violenta, durante la quale i partecipanti vennero sopraffatti con brutalità dalla polizia, tra pestaggi e insulti. Questi tragici esempi di discriminazione e razzismo furono però mostrati in diretta nazionale per la prima volta nella storia americana, portando gran parte del paese a un moto di commozione e rivolta e Johnson ad accettare le richieste di Martin Luther King.

Dopo altri 56 anni di storia e con una Legge sui Diritti Civili ancora oggi all'attivo e più volte ripresa e modificata, capite bene quanto sia paradossale e sfiancante continuare a lottare per un tema che ha prima condotto alla Guerra Civile e poi alla Segregazione Razziale, sostanzialmente cambiando solo le modalità d'abuso, specie in un momento politico che vede un repubblicano estremista come Trump alla guida degli Stati Uniti d'America. Da donna e da afroamericana, la DuVernay non risparmia uno sguardo critico e rabbioso contro tutti i personaggi coinvolti nel pestaggio e nell'uccisione ingiustificata di membri della propria comunità, trasmettendo dunque al film una forza tematica infervorata e dirompente, che porterà successivamente su Netflix nella sua When They See Us. Impossibile da dimenticare.

Il coraggio della verità - The Hate U Give

Al centro del romanzo di Angie Thomas e della trasposizione cinematografica di George Tillman Jr ci sono prima di tutto gli adolescenti, donne e uomini del domani, coloro a cui bisogna insegnare i valori più sani del vivere civile. In secondo piano spuntano poi con decisione famiglia e THUG Life, che dà anche il titolo originale al film (THUG è The Hate U Give) ma nella sua accezione originale e non "di strada", cioè atta a spezzare il ciclo di violenza generato da un odio indotto ed ereditato da costrutti razziali o rabbiosi che è necessario lasciare alle spalle.
Tra tutti, proprio Il coraggio della verità è il film forse più vicino a quanto accaduto a George Floyd e ad altri malcapitati afroamericani, dato che la spinta principale del racconto la dà l'uccisione di un ragazzo di colore appena sedicenne da parte di un poliziotto bianco.

A guidare la mano dell'agente è il razzismo e la paura, mentre l'unica colpa di Khalil, migliore amico della protagonista Starr, è quello di essere afroamericano. Lei lo vede uccidere davanti ai suoi occhi, tra grida e lacrime, e questo la cambia nel profondo, spingendola a prendere parte e poi a guidare un moto di rivolta contro la polizia e gli abusi perpetrati ai danni della propria comunità. Tramite la sua rabbia e il suo comportamento violento, però, trasmette odio al fratello più piccolo, che impara così a rispondere con violenza alla violenza. Il cerchio va invece spezzato. Un film di appena due anni fa, attuale ora più di prima e capace di parlare a tutte le parti in gioco per mostrare il limite di paura, rabbia, risentimento e ferocia, che è poi quello delle future generazioni.

Detroit

Alla loro terza collaborazione dopo gli eccezionali The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, Kathyrn Bigelow e Mark Boal confezionano un film teso e straordinario dedicato agli Scontri di Detroit del 1967. Neanche a dirlo, anche questi scatenati da un violento intervento della polizia in un bar privo di licenza che portò successivamente alla morte ingiustificata di un ragazzo di colore, scatenando la rabbia delle comunità afroamericane della zona, in ribellione contro la discriminazione delle forze dell'ordine. Il problema centrale del film è l'omertà e l'accondiscendenza dei supervisori dei poliziotti coinvolti in questi abusi, specie dell'Agente Krauss (interpretato da un odioso e bravissimo Will Poulter), evidentemente razzista e dal grilletto facile, che dopo aver ucciso il ragazzo viene rimandato in servizio, senza essere sospeso.
Questo lo porta, a seguito di alcuni eventi, a fare irruzione nel Motel Agieris, dove c'è un gruppo di ragazzi afroamericani insieme a dei bianchi a divertirsi, un po' presi dall'ebrezza dell'alcool. Il trattamento riservatogli è quello delle bestie: picchiati, messi al muro sanguinanti, divisi, interrogati, torturati e uno di loro ucciso.
Brutale, anche sanguinoso, sicuramente impossibile da vedere restando impassibili: Detroit è cinema di denuncia che incontra la grande tensione di un prodotto autoriale di una regista magnifica, esaustiva e intelligente come la Bigelow, per giunta girato molto in interni e dunque claustrofobico, a provare la stessa paura dei protagonisti, a vivere il loro stesso terrore. Allora come oggi, a sperimentare il soffocamento dei loro diritti fondamentali per mano di chi dovrebbe proteggerli.

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