Berlinale 68: alti e bassi di un'edizione controversa

Tra premi discutibili e incertezze sul futuro, cosa resta dell'edizione 2018 del prestigioso festival tedesco?

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Si è conclusa il 25 febbraio scorso la sessantottesima edizione della Berlinale, aperta in pompa magna da Isle of Dogs di Wes Anderson e chiusa da un palmarès che ha fatto arrabbiare non pochi addetti ai lavori. Due estremi affascinanti per un festival che ha confermato il proprio rapporto fruttuoso con il pubblico, che si è fatto sedurre da un programma sempre più vasto e variegato (persino la retrospettiva dedicata al cinema della Repubblica di Weimar ha registrato il tutto esaurito in molte occasioni), anche in un'edizione che per certi versi è stata "di passaggio", dato che la prossima sarà l'ultima diretta da Dieter Kosslick, il cui contratto scadrà nel maggio del 2019, dopo quasi vent'anni come volto ufficiale della terza più longeva tra le maggiori manifestazioni cinematografiche in Europa (Venezia festeggia quest'anno la settantacinquesima annata, Cannes la settantaduesima). Nell'attesa di sviluppi futuri, questa edizione numero 68 (che ha tenuto conto del cinquantenario dell'anno rivoluzionario tramite un'apposita selezione d'epoca nella sezione Berlinale Shorts) rischia di passare alla storia come quella più contestata in tempi recenti per quanto riguarda il premio principale, ma non solo.

I misteri dell'Orso

Che la stampa non concordi in toto con le decisioni delle giurie dei festival è inevitabile, soprattutto a Berlino dove la componente socio-politica tende ad avere la meglio su quella strettamente cinematografica (basti pensare al riconoscimento a Jafar Panahi nel 2015, per quello che a detta di molti è il più debole dei suoi film realizzati dopo le sanzioni da parte del governo iraniano, che costringono il regista a lavorare in totale clandestinità). Raramente però succede che l'Orso d'Oro venga assegnato al lungometraggio che ha messo d'accordo quasi tutti in termini negativi: nella pagella di Screen, che raccoglie i pareri di critici autorevoli a livello internazionale, Touch Me Not, vincitore di questa edizione, aveva come media di voto 1,5 su 5. Il film sperimentale di Adina Pintilie, cineasta rumena residente nella capitale tedesca, mescola finzione e documentario per raccontare i problemi sessuali di un gruppo di persone, partendo dal caso di una donna che si sente a disagio quando viene toccata da altri. Un intento nobile la cui esecuzione è stata però percepita da molti come respingente, per non dire pornografica e quasi offensiva, ed è difficile pensare che un eccesso di correttezza politica non abbia influito sulla decisione di Tom Tykwer e dei suoi colleghi giurati. Discutibile anche il Premio Alfred Bauer, destinato a film che aprono nuove prospettive sul cinema, a un prodotto molto convenzionale come Las Herederas, nel cui caso ha inciso il fatto di essere un lungometraggio insolito per il suo Paese d'origine, il Paraguay. È rimasto completamente a bocca asciutta il norvegese Utoya, 22 July, generalmente apprezzato da stampa e pubblico, mentre uno dei premi più condivisibili è stato quello per la regia a Wes Anderson, che può vantare un riconoscimento di non poco conto per lanciare il suo nuovo film nelle sale (17 maggio in Italia).

Quo vadis, Dieter?

Quella del 2018 è stata un'edizione ricca e in più punti stimolante, quasi sempre al di fuori della selezione ufficiale (Forum ha ospitato i nuovi lavori di Hong Sang-soo e Corneliu Porumboiu, mentre Panorama ha accolto il lungometraggio più recente di Kiyoshi Kurosawa, passato dall'horror ad atmosfere più fantascientifiche). Resta il problema, sia per l'avventore curioso che per il professionista, di un'offerta davvero sterminata (la mole di film presenti nelle sezioni parallele rende difficile parlare di un vero lavoro di "selezione"), dove prodotti molto validi rischiano di passare inosservati (per quanto riguarda l'Italia, il titolo più degno di nota non era Figlia mia, in concorso, bensì La terra dell'abbastanza, presentato in Panorama), e di un'aria un po' stanca dettata da anni di staticità a livello organizzativo: quasi tutti i curatori delle varie sezioni sono in carica da almeno dieci anni (Panorama, che quest'anno ha subito un cambio ai vertici, era stata precedentemente in mano a Wieland Speck dal 1992 al 2017, mentre Kosslick nel 2001 era subentrato a Moritz De Hadeln che dirigeva il festival dal 1979). Da questo punto di vista, l'arrivo di un nuovo direttore il prossimo anno potrebbe essere un passo incoraggiante verso nuove destinazioni, che tengano conto della natura della kermesse teutonica ma sappiano anche guardare oltre le tradizioni.

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