Speciale Bastardi senza gloria

Quentin Tarantino presenta a Roma i suoi Bastardi.

speciale Bastardi senza gloria
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L'evento è dei più esclusivi: Quentin Tarantino, il padre di Pulp Fiction e Kill Bill, presenta nel lussuoso Hotel Hassler, a Roma, il suo ultimo film. Bastardi senza gloria è un ritorno, per il regista di Knoxville, al cinema di intrattenimento delle origini. Intervistato dalla stampa italiana, non ha esitato a chiarire il suo punto di vista da cineasta internazionale (“Si, sono americano ma non sono un prodotto di Hollywood”) ed ha sottolineato il fatto di voler continuare a girare solo perchè spinto da una grande passione verso la settima arte. Nient'altro. E quando arriverà il momento in cui sentirà di abbandonare definitivamente la cinepresa, promette, si dedicherà alla critica cinematografica... Un artista a tutto tondo il mite Quentin. Mite, però, apparentemente. Un breve accenno ad un discorso evidentemente irritante gli ribalta il morale e lancia parole dure nei confronti della critica online: “Non tutti i giornalisti che scrivono sul web sono degni del ruolo che ricoprono, ci sono molti ciarlatani. E poi mi piace sfogliare una rivista, un quotidiano. Trovo fastidioso dover scorrere una pagina in verticale. Viva la carta stampata!”

Per carità, il suo rimane un parere personale, condivisibile o meno ma le dinamiche interne delle redazioni italiane non fanno parte della sua giurisdizione. Forse non ha ben presente delle differenze che intercorrono tra il giornalista del belpaese e il Giornalista americano. I ciarlatani non si rifugiano sul web, sviluppano piuttosto strade alternative per manifestare il proprio dissenso nei riguardi di una società, dedita al profitto, data in mano a loschi figuri. Eppure, poco da dire sul Quentin regista. La sua parlantina attrae come il miele attrae le api. Si fa fatica a stargli dietro... Nonostante ciò ci siamo sforzati di proporre per intero l'intervista in virtù del fatto che, ogni parole espressa quest'oggi, meritava di essere riportata.

In sala, oltre a Tarantino, anche Eli Roth (succeduto a Christoph Waltz, impegnato a girare un nuovo film) e il produttore Lawrencer Bender.

Attenti però agli spoiler: se non avete ancora visto il film, evitate di proseguire oltre...

Conferenza stampa

ALLERTA SPOILER. L'INTERVISTA CONTIENE DETTAGLI IMPORTANTI SULLA TRAMA

L'attentato si consuma all'interno della sala cinematografica: che si possa intendere come metafora al cinema in grado di cambiare il destino del mondo? Fa parte della sua spirale di sperimentazione?
Quentin Tarantino: Esatto. Mi piaceva l'idea di ambientare la caduta del Terzo Reich all'interno di una sala cinematografica, perchè il cinema ha in sé questo grande potere, quello di cambiare il mondo. La ragione che mi spinge a mettermi in gioco è certamente la sperimentazione, il “Maccaroni Kombat” come direbbero i giapponesi. In seguito, mentre sviluppo la storia, emergono altri temi (profondi) oltre a quelli originali, e di conseguenza cambia l'idea della guerra.

Perché ha scelto di trattare, seppur in maniera alternativa, un fatto storico?
Quentin Tarantino: Quando ho iniziato a scrivere non volevo raccontare la morte di Hitler, non sapevo di andare così lontano. Inizialmente volevo onorare la storia, ma poi mi sono detto, verso la fine: “a che scopo?” Così ho intrapreso un'altra strada. Non ero più io ad avere il controllo sulla storia ma i miei protagonisti, poiché in effetti non c'era nulla che proibisse loro di cambiare le sorti della storia. Non sapevano dove oltre potevano spingersi, non avevano legami con la realtà. Questa disgressione è stata fondamentale poiché ha permesso uno sviluppo trasversale, distante dalla mia idea originale eppure altrettanto interessante.

Qual è il suo rapporto con la critica cinematografica?
Quentin Tarantino: Seguo molti critici, alcuni sono diventati i miei migliori amici, li amo, altri meno e se non facessi questo mestiere sarei io un critico cinematografico. Quando andrò in pensione, vorrei scrivere di cinema. È chiaro che dopo diciassette anni di duro lavoro dietro la macchina da presa la critica abbia capito i miei intenti. Alcuni mi amano, altri non mi sopportano ma in ogni caso nessuno mi evita. Il modo in cui i critici definiscono il mio cinema mi aiuta a prendere coscienza di ciò che sono diventato e definisce la mia estetica. Trovo alcune recensioni stimolanti e ricordo che nel '95 un giornalista scrisse: “Tarantino non sarà mai un regista di suspence.” Una critica legittima la sua, che mi spinse tuttavia a perfezionarmi e a seguire questa nuova strada proprio in Bastardi senza gloria.
Eli Roth: Quando ho letto lo script mi sono detto: “Wow, fantastico!” Quentin ha la capacità di far recitare insieme attori importanti; ed è uno dei pochi ad arricchire i suoi film di riferimenti al cinema del passato, senza per questo ledere all'economia della storia.
Lawrence Bendere: Da un punto di vista esterno è senz'altro un ottimo regista, ormai abbiamo consolidato il nostro rapporto ed è un piacere per me lavorare con lui. Ricordo quando la prima volta mi lasciò un messagio in segreteria: “ Cosa ne pensi?” Mi aveva mandato la sceneggiatura del film. Poi mi disse: “Ce la faremo a presentarlo a Cannes?” Un anno dopo ci trovammo a filmare a Berlino, seguire il casting in tre paesi diversi e girare la complessa scena dell'incendio. Questo per dirvi che nutro una grande fiducia nei suoi confronti. D'altra parte è un regista che sa sempre ciò che vuole. Infonde sicurezza.

L'ebreo spietato: l'altro lato della medaglia.

Dato che nel film recita in italiano, ha fatto un corso di lingua?
Eli Roth: Posso dire di aver studiato in un college di lusso... “Bombolo” è stata la mia guida spirituale. E comunque: Viva la Foca! (ride)
Lino Banfi, Edwige Fenech, Alvaro Vitali, Barbara Bouchet e tutta la commedia all'italiana, i b-movie e tanto altro. Questa è stata la mia scuola.

Come hai avuto l'intuizione dell'incendio finale?
Quentin Tarantino: Il ruolo dello sceneggiatore è difficile. Capita però che in giorni particolari si abbiano delle idee eccezionali. È come se Dio poggiasse la sua mano sulla mia spalla e mi desse un regalo. Al che esclamo: Eureka!
Ho pensato a svariate possibilità e diversi finali... quando finalmente mi è arrivato il lampo di genio. Mi è venuta dunque l'idea delle pellicole infiammabili (35 mm) e su di esse ho sviluppato l'epilogo. Negli anni '50 il lavoro più difficile da svolgere non era il proiezionista ma salvaguardare tale materiale, costantemente in pericolo.

Secondo lei, Bastardi senza gloria è il suo film della maturità?
Quentin Tarantino: Non credo che un cineasta segua un percorso univoco, non esiste infatti che da un film comico si passi ad un drammatico senza la voglia di mettersi in gioco. A dire il vero Jackie Brown rappresenta forse il mio film della maturità, ma nel mio caso a stimolarmi è solo l'amore che nutro verso il cinema. Con Kill Bill ho voluto omaggiare il cinema d'azione orientale. Mi piace andare avanti e indietro...

Con “Defiance - I giorni del coraggio” abbiamo preso parte alla rivolta, vera, di un gruppo di ebrei contro le armate naziste. La stessa cosa succede in “Bastardi senza gloria”: quali sono state le sue preoccupazioni e le sue intenzioni?
Quentin Tarantino In verità, volevo realizzare un film su un gruppo di mercenari in missione (Quel maledetto treno blindato, i film di Umberto Lenzi). Una volta stabilito il genere, mi piaceva l'idea di rappresentare gli ebrei americani e la loro resistenza Apache contro il predominio fascista, attraverso tranelli, violenza e premi (scalpi). L'idea di proporre qualcosa di alternativo mi stuzzicava, anche perché storie di ebrei vittime dei sopprusi dell'esercito tedesco se ne sono viste centinaia.
Eli Roth: Io sono un ebreo, e per noi ormai lo stereotipo dell'ebreo “vittima” è diventata una barzelletta. Ecco perché ho accettato immediatamente il ruolo offertomi da Quentin. Quando ho letto di un ebreo, orso, con quel potere in mano ho finalmente visto un'idea brillante. Diversa dal solito, soprattutto.

Lezioni di sceneggiatura

Perché ha voluto omaggiare Ugo Stiglitz?
Quentin Tarantino: Non sono un fan di Stiglitz, ho visto Tintorera e poco altro. Mi piaceva però il suo nome, soprattutto quando veniva pronunciato da un tedesco: Ssstigliiitz!
Stigliz è messicano, ma il suo nome potrebbe essere quello di un perfetto tedesco (ride).

Come si è relazionato agli attori?
Quentin Tarantino: Quando si lavora con attori diversi, si deve necessariamente lavorare in modi diversi, altrimenti non potrei fare questo mestiere, bisogna adattarsi. Non c'è un modo universale che vada bene per tutti, dipende dalla personalità di ciascuno, in linea di massima è lo script che decide cosa devono fare/diventare.
Quando ho scritto i loro personaggi, li ho creati dal nulla, in seguito ho dato loro un passato e un presente: questa la reputo una delle cose più preziose del mio lavoro. Se mi avessero chiesto, tempo fa: “Ti piacerebbe lavorare con Brad Pitt?”, la mia risposta sarebbe stata: “Certo, perché no? lo reputo un buon attore.” Il problema è che devo creare un personaggio adatto a Brad Pitt. Mi piacerebbe fare l'opposto, ma non funziona così. Forse è pretenzioso da parte mia affermarlo, ma conosco ormai queste dinamiche: l'unico modo per me di partecipare alla storia è da cronista. Sono i personaggi stessi a scrivere di loro, non io. Racconto quello che loro mi suggeriscono di raccontare...
Eli Roth: da attore quale sono, ma anche da regista, posso dire di partecipare, ogni volta che lavoro con Quentin, ad un prezioso corso di regia. Amo recitare e prendere seriamente questo lavoro ed è quello che pretende Quentin. Il DNA del mio personaggio era scritto sulle pagine che mi ha fornito, è incredibilmente bravo a descrivere i particolari e mi diceva: “Devi conoscere il tuo personaggio come se fosse il tuo migliore amico.” Il primo giorno che ci riunimmo per le riprese, disse a ciascun attore: “Parlami del tuo personaggio.” Non tutti capirono cosa volesse dire, ma se per caso non rispondevano alla domanda, li cacciava. Per lui era importante capire il DNA del personaggio. La sua cura per i dettagli attraversa tutto il processo creativo e va dunque preso sul serio. Quando si fida ti lascia libero e ti mette a proprio agio. Ho visto fare cose a Quentin mai viste da nessun altra parte: cellulari, computer... tutto quello che di “tecnologico” apparteneva al cast e alla troupe veniva abolito dal set. Pretende un ambiente naturale ed esige la massima professionalità.
Lawrence Bender: Come ho giò detto, nutro una grande fiducia in Quentin: non ho problemi a fidarmi di lui, la cosa che mi fa sorridere è che, quando giriamo, spesso si sente in sottofondo la sua risatina... Questo mi diverte e talvolta vorrei rimanesse nel girato. Questo per dirvi che non si allontana mai dalla scena, anzi, partecipa attivamente a tutte le fasi della produzione. Sempre in prima linea.
Quentin Tarantino: Quando si scelgono buoni attori, è facile che il risultato soddisfi le mie aspettative. Sul set, non “dico, dico, dico” ma “chiedo, chiedo, chiedo.” Quando Christoph Waltz tira fuori la pipa (e che pipa!) alla Sherlock Holmes, mi sono chiesto: “Forse non fuma, forse è una tecnica dell'interrogatorio." Sa che Petite fuma la pipa e per questo motivo vuole metterlo a suo agio, dimostrando al contempo la sua superiorità. Allora ho chiesto un parere a Waltz: “Ma secondo te Hans Landa fuma la pipa?” La sua risposta? “No che non la fuma.” Se avesse detto il contrario, avrei modificato la sceneggiatura.

Come si rapporta alle differenze di platea che la criticano/osannano?
Quentin Tarantino: Ottima domanda! Forse non sono il migliore o il più indicato per rispondere ma ci proverò, e se me lo concedi, prendendo spunto da Le Iene. I due emisferi quasi mai si sovrappongono... Non vorrei sembrare un idiota pieno di sé, ma passerei la domanda a qualcun altro, in ogni caso... Io non mi considero un cineasta americano. Si, sono americano, ma faccio cinema per il mondo. Ne “Le Iene”, i protagonisti partecipando ad una rapina, ok? Forse gli americani non si sono resi conto delle influenze europee ed orientali, mentre gli europei possibilmente si. C'è Fernando Di Leo, ci sono i richiami ai film sulla Yakuza giapponese, le “triadi” e “Melville”. Queste influenze mi hanno dato il modo di raccontare una storia ed è tutto in quei riferimenti. Gli americani, potrebbero compararlo a Gli Intoccabili mentre un italiano ritroverebbe immediatamente il cinema di Di Leo. È dunque un cinema che si adatta a tutti gli spettatori... andrebbero cambiati giusto i riferimenti culturali. Faccio film di genere ma non sfrutto l'approccio hollywoodiano, questo mi permette di coinvolgere diverse fasce di spettatori e ciascuno di loro risponde in modo diverso.

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