Bambola, lo scult erotico degli anni '90 con Valeria Marini

La popolare showgirl romana è protagonista del fallimentare film di Bigas Luna, ricordato più per le derive trash che per i suoi pochi meriti.

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A metà degli anni '90 Valeria Marini è stata il sogno erotico di milioni di italiani: la soubrette romana era salita alla ribalta come primadonna nei programmi del Bagaglino e aveva ottenuto un successo televisivo stratosferico. Bionda, dalle forme procaci e sulla cresta dell'onda, tanto da attirare l'attenzione di Bigas Luna, regista che di bellezza se ne è sempre inteso avendo lavorato in carriera con attrici affascinanti sia sue connazionali che italiane - tra cui citiamo Francesca Neri per Le età di Lulù (1990) e Anna Galiena in Prosciutto, prosciutto (1992).
Certo l'aspetto fisico non basta se non supportato da adeguate capacità recitative, e la Marini aveva dimostrato di non essere propriamente adatta a tal scopo sia sul piccolo schermo nella miniserie Sorellina e il principe del sogno, diretta da Lamberto Bava, che sul grande con brevi partecipazioni in film non propriamente memorabili come Gole ruggenti (1992) e Abbronzatissimi 2 - Un anno dopo (1993).
Bambola rappresentava perciò una potenziale svolta della carriera cinematografica, vista la fama del compianto cineasta catalano - vincitore pochi anni prima del Leone d'Argento a Venezia - e la possibilità di farsi conoscere da un pubblico internazionale. Ma come tutti ben sappiamo, i risultati non sono quelli sperati e in occasione della riproposizione in tv (stasera giovedì 26 novembre alle 22.55 su CINE34) andiamo a ripercorrerne la travagliata storia.

Un amore malato

Bambola è un'avvenente ragazza di campagna, cresciuta nei Lidi di Comacchio dove gestisce una pizzeria insieme alla burbera madre Greta e al fratello omosessuale Flavio.
Quando la capofamiglia muore, i due giovani trovano un aiuto economico da parte di Ugo, un amico di Flavio che è innamorato di Bambola.
Un giorno, mentre stanno trascorrendo ore di festa a un acquapark, la protagonista flirta in modo acceso con il bel Settimio, evento che provoca la gelosia di Ugo e innesca una colluttazione tra i due. Il secondo ha la peggio e perde la vita, con Settimio che viene condannato e incarcerato.
Durante una delle visite all'amato dietro le sbarre, Bambola viene notata dal rude galeotto Furio che da quel momento ne diverrà ossessionato. Un sentimento che finirà per condurre la giovane in un baratro di passione e violenza.

Senza arte né parte

Il 25 novembre 2020 è stata la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, Bambola però è senza dubbio un film poco indicato per tale ricorrenza.
Il personaggio principale è infatti vittima e complice di un rapporto basato sulla sottomissione, che prende sempre più campo con lo scorrere dei minuti fino a una seconda metà in cui questa dinamica raggiunge il suo apice di depravazione.
Criticata alla sua uscita anche per la presenza di sequenze estreme, tra le più bersagliate quella che vede al centro della scena un'anguilla, la pellicola pare in effetti adagiarsi progressivamente su un leitmotiv sempre più stantio e ripetitivo, atto a calcare la mano per diventare oggetto di polemiche - per la serie "nel bene o nel male, basta che se ne parli".
Un escamotage non nuovo nella carriera di Bigas Luna, altrove artista raffinato come nel felliniano La teta y la luna (1994) ma anche autore di opere gratuitamente scandalose come il già citato Le età di Lulù.

Il gusto per l'eccesso appariva d'altronde già nel prologo, dove un'icona della Settima Arte come Anita Ekberg veniva sciupata in un ruolo quasi derisorio e non certo memore del fascino passato.
E allo stesso modo l'inserimento di una sottotrama a sfondo omosessuale risulta un artifizio di sceneggiatura poco credibile, atto a portare gli eventi verso l'improbabile epilogo.

I brevi sussulti da prison-movie scadono poi in una docile e semplicistica caricatura, tra grotteschi pestaggi tra le mura del carcere e il classico "boss dei boss" che comanda a destra e manca al di là di ogni logica, manco fosse Al Capone.
E la resa dei conti che permea le fasi conclusive, con fughe tra i campi e imbarcazioni date alle fiamme, è priva di qualsiasi idonea tensione, trasformando la potenziale drammaticità dei fatti in una buffa e ilare fiera degli orrori.

Quel che rimane

Presentato al Festival del Cinema di Venezia tra fischi e clamore, Bambola rimane un film ricco di scene scult e i più ricorderanno quella in cui Valeria Marini siede a cavalcioni su un'enorme mortadella: proprio questa è stata recentemente omaggiata dalla rapper Myss Keta in un video musicale.
Il problema dei novanta minuti di visione è che, oltre alle banali pruderie, manca sia un contesto secondario degno di nota che il necessario erotismo a tema: i passaggi a sfondo sessuale, con nudi mai totalmente integrali, sono infatti brutali e carnali come gli stessi protagonisti e risultano più ridicoli che effettivamente eccitanti.

Un limite dato dalle interpretazioni non certo memorabili del cast, e fa strano pensare che nelle vesti di villain-padrone al posto dell'anonimo Jorge Perugorría vi sarebbe dovuto essere nientemeno che Javier Bardem, che già aveva collaborato in precedenza con Luna.
Il futuro Premio Oscar deve aver probabilmente subodorato la qualità del progetto, declinando l'offerta.
Performance spente e fredde, a cominciare proprio dalla Valeriona nazionale che biascica per gran parte del minutaggio dialoghi poco ispirati ed è costantemente sballottata da una parte all'altra, in balia di quanto le accade intorno, mai pronta come il suo alter-ego a sfoderare quella personalità necessaria per un intrigo passionale di tal risma.

Fallimenti e rimpianti

Non è un caso che la stessa showgirl abbia avuto dei pesanti contrasti col produttore Marco Poccioni, reclamando il taglio delle tre sequenze più spinte affinché fosse possibile ottenere un divieto ai minori di 14 anni: richiesta respinta, con l'uscita poi riservata a un pubblico di soli maggiorenni.
E che si sia sentita tradita dal regista, come testimonia questa sua dichiarazione dei tempi relativa ai secondi conclusivi: "Mi sono sentita offesa come attrice esordiente e fragile, perché non conoscevo tutti gli inganni delle riprese, e come donna, perché mi è stata tolta l'umanità.
Io non faccio moralismi, non sono contraria al nudo nelle scene erotiche, ma in quel contesto la mia nudità è del tutto gratuita. Mi sono sentita ferita, umiliata. Sono sicura che anche lo spettatore proverà disagio perché la scena non è né divertente né trasgressiva, è solo brutta.
Gli ho chiesto per favore, l'ho supplicato di modificarla, ma non c'è stato niente da fare: e io non posso perdonarlo.
"

Per poi proseguire ancora "Io sono una sua grande ammiratrice, ho visto tutti i suoi film, so benissimo che il suo cinema è violento, che lui trova il suo equilibrio negli eccessi.
Sono stato io a cercarlo, perché volevo lavorare con lui. Ma non è stato leale con me, ha approfittato del mio stato confusionale, delle mie paure, per usarmi.
"
Difficile dire quanto questa situazione abbia influito durante le riprese sul set, certo che a conti fatti questo era forse un matrimonio che non s'aveva da fare, visti i deleteri responsi per tutte le parti in causa. Ma è anche e proprio così che nascono gli scult.

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