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Avengers: Endgame è lo specchio riflesso di Infinity War?

Analizziamo le differenze dicotomiche che separano la doppia fatica dei registi Anthony e Joe Russo, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

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Nell'Everycult dedicato ad Avengers: Infinity War abbiamo osservato come, progressivamente, i registi Anthony e Joe Russo abbiano trascinato il Marvel Cinematic Universe fino al raggiungimento di un'epica inedita per il genere cinecomic. Siccome per arrivare all'epica bisogna passare attraverso la tragedia, quel primo atto della "bilogia" dei Russo (che diventa quadrilogia se includiamo The Winter Soldier e Civil War) ci mostrava la sconfitta, ci faceva sentire il sapore amaro della polvere e il bruciore delle lacrime.
In sostanza si partiva da un Marvel Cinematic Universe conosciuto - quello della risata, della battuta, dell'ironia - per mettere piede in qualcosa di inedito e inesplorato, un mondo di agonia, di rimpianti, di perdita, in cui gli Eroi Più Potenti della Terra erano diventati vittima di un gigantesco e ineluttabile (termine scelto non casualmente) senso di inadeguatezza.

Avengers: Endgame fa la stessa cosa, ma in senso inverso: dalla tragedia si rialza per ottenere la propria rivincita, per sistemare le cose, per tornare indietro nel tempo non solo letteralmente, ma anche idealmente, filosoficamente, editorialmente.
Continuare a espandersi al di là delle vette toccate da Infinity War, anche solo a livello logistico e massivo, con tutte quelle vicende intrecciate fra loro in una perfetta sincronia narrativa, era impensabile. L'unico modo per andare avanti era riuscire a cancellare in retrospettiva quegli eventi.


Re-make

Tony Stark la chiama "passeggiata nel viale dei ricordi", Kevin Feige preferisce remake: non nel senso più cinematograficamente canonico del termine ma in quello letterale di "rifare un qualcosa", di ricostruirla, di riplasmarla.
Non è un caso che, oltre alla rivisitazione di tantissime scene chiave della Infinity Saga, iniziata undici anni fa col film stand-alone con Robert Downey Jr. firmato da Jon Favreau (cui abbiamo dedicato uno speciale Everycult su Iron Man), Avengers: Endgame proponga un ritorno letterale alle atmosfere originali pre-Infinity War, dominate dal sorriso e non dall'ansia, dalla speranza e non dall'arrendevolezza, dalla battuta sagace pensata per nascondere un abisso interiore (in questo senso è Thor il personaggio più emblematico di tutti).

Oltre a citazioni verbali e sequenze chiave di altri film - il momento che più passerà alla storia di Endgame si collega direttamente all'esordio cinematografico dei Marvel Studios - l'opera conclusiva dei Russo funziona quasi completamente come un rifacimento di Infinity War, ne diventa un gemello identico ma diversissimo che deve rimediare agli errori commessi dal fratello (leggi: magistrale il lavoro fatto con Nebula e Thanos), come una sorta di fotogramma complementare di un'inquadratura tagliata in due parti.

L'atto del tornare indietro nel tempo va al di là del mero svolgimento narrativo e viene utilizzato da Feige per rimodellare il Marvel Cinematic Universe in vista di ciò che verrà. Come percorrendo la stessa strada ma in senso opposto, Endgame riparte da dove Infinity War era arrivato, la materia della tragedia, per tornare a ciò che c'era prima, per sradicarla dalle menti di personaggi e spettatori, a qualunque costo. Questo è esattamente il contrario di tutto quello che le grandi saghe cinematografiche ci abbiano mai detto: Star Wars, Il Signore degli Anelli, Matrix, Harry Potter, nell'andare avanti c'è sempre un avvicinamento alla disperazione, al senso di fine incombente, alla paura dell'oscurità. In Endgame questo non accade perché si va da un'altra parte.

Siamo già nell'oscurità, a dircelo sono la cattiveria di Thor nel prologo e poi le fasi iniziali del sorprendente primo atto, tutte le lacrime e le città deserte e i discorsi sul rimorso e sul superamento del dolore che sembrano usciti da una puntata di The Leftovers di Damon Lindelof. Poi, neanche troppo gradualmente grazie al senso di sorpresa e meraviglia (Marvel non a caso) instaurato da determinate scelte narrative, il film vira verso la commedia pura, rigettando la paura di sfornare gag e restando fedele ai propri canoni editoriali, rifuggendo l'azione per un'intera prima ora (!) per gettarsi poi in una costruzione del racconto fatta esclusivamente di scrittura: è una scelta geniale che prende in contropiede, e che conferisce all'apparato filmico quell'afflato dell'epopea tipico di una Hollywood passata.


Commedia e dramma

Lo showdown promesso arriverà com'è giusto che sia nell'atto finale, ma prima di giungere all'azione c'è un viaggio da compiere: è un viaggio per riappropriarsi del proprio destino ma anche per rendere omaggio a tutto ciò che è stato, ai personaggi e alle situazioni, ai luoghi e ai momenti.
In questo senso si spiega la scelta di puntare così tanto sulla componente verbale piuttosto che su quella dell'azione irrefrenabile (che poi era quella che più sarebbe stato lecito aspettarsi), così da dare risalto a una componente che in questa tipologia di film (non solo in quelli targati Marvel Studios, ma nel cinecomic in generale) è sempre rimasta in secondo piano: la recitazione degli attori.

A differenza di Infinity War, dove il senso del dramma era dato dalla corsa a perdifiato per le Gemme dell'Infinito e poi dai momenti shock, qui quelle stesse sensazioni vengono restituite dagli sguardi, dalle parole, dal grande cuore di questi personaggi, che come mai prima d'ora vengono chiamati a mostrare ciò che nascondono davvero sotto i loro costumi.

Per Mark Ruffalo e Jeremy Renner si dovrebbe fare un discorso a parte (il primo ha poco spazio di manovra nel suo dover essere Hulk, mentre il secondo è un grandissimo attore drammatico, e infatti in questo film funziona benissimo in maniera canonica), mentre Scarlett Johansson, Chris Evans, Robert Downey Jr. e Chris Hemsworth (il migliore di tutti a bilanciare commedia e dramma, passando dall'una all'altra con un solo sguardo, come già dimostrato in Thor: Ragnarok e ancor meglio in Infinity War) sono chiamati a lavorare tantissimo sotto questo aspetto, il film lo pretende e la sceneggiatura glielo permette grazie alla riduzione di quell'azione che nei film precedenti è sempre stata il motore principale della scena, e quindi della narrazione.

In Endgame accade il contrario: il dramma è il motore, l'azione solo una diretta conseguenza. Il risultato è essenzialmente lo stesso ottenuto da Infinity War, quello della commozione come risposta all'epica, ma è l'approccio a essere completamente diverso. Il che, oltre a dare vita a due film dicotomici e integrativi, che potrebbero benissimo essere proposti come un unicum coeso ed esaustivo, in maniera spicciola conferisce un sapore differente alle lacrime, che da quello corrosivo della sconfitta senza repliche arrivano ad avere il retrogusto dolceamaro del più nobile e glorioso dei sacrifici.

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