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Avengers: Endgame ha messo fine all'era dark de Il Cavaliere Oscuro?

L'epoca del blockbuster oscuro, che ha dominato l'industria cinematografica hollywoodiana per un decennio, potrebbe essere giunta a "fine partita".

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Nello speciale dedicato alla celebrazione del decimo anniversario de Il Cavaliere Oscuro, pubblicato sui nostri canali qualche mese fa e nel quale veniva analizzata l'incontestabile eredità che il film di Christopher Nolan ha lasciato al cinema mainstream americano, segnalavamo anche, sempre nel 2008, la coincidente nascita di una tendenza diametralmente opposta a quella iniziata dal secondo capitolo della trilogia di Batman.
In quello stesso anno, infatti, nascevano i Marvel Studios di Kevin Feige, con Iron Man di Jon Favreau (leggete a tal proposito il nostro Everycult su Iron Man) che si discostava a priori dal discorso nolaniano e dalla sua concezione del cinema blockbuster, presentando immediatamente una linea editoriale e filosofica diversa, più improntata alla leggerezza e al senso di meraviglia ("marvel", guarda caso).
Oggi, undici anni dopo l'uscita di quelle pellicole, è arrivato Avengers: Endgame, il film dei fratelli Russo che, consapevolmente o meno, potrebbe aver deciso le sorti dei due filoni gemelli-speculari inaugurati da Feige e Nolan, ridimensionando incredibilmente il secondo. Vediamo come.


Il blockbuster crepuscolare

Per dieci anni a ritmo quasi praticamente ininterrotto, Hollywood ha cercato di imitare le atmosfere inedite proposte da Il Cavaliere Oscuro in termini di "maturità", accostandole per la prima volta a franchise pre-esistenti oppure iniziandone di nuovi all'insegna di un'idea più "dark".
Pensate a Il Pianeta delle Scimmie, a Spectre e a Skyfall, ma anche a franchise e saghe minori come quella di Cappuccetto Rosso Sangue, Hansel e Gretel, Biancaneve e il Cacciatore, al Robin Hood di Ridley Scott e a tantissime altre pagine più o meno fortunate dell'industria cinematografica, incluso qualche capitolo del Marvel Cinematic Universe (Iron Man 3, Dark World, Winter Soldier ed Age of Ultron): nell'immediato post-Il Cavaliere Oscuro tutto doveva essere dark, maturo, tutto necessitava di essere accostato all'ideologia di Nolan e quindi misurarsi con essa.

Il cinema è sempre uno specchio della società che lo produce, e parlando dell'importanza che Il Cavaliere Oscuro ha avuto per Hollywood bisogna sempre tener conto del periodo storico che stavano attraversando gli Stati Uniti, con le varie guerre che infuriavano in Medio Oriente e il lungo e faticoso processo per riprendersi dal clamoroso shock generato dal crollo delle Torri Gemelle. Era di questo, in fondo, che parlava Il Cavaliere Oscuro, che come nessun altro film prima e dopo di lui è stato in grado di replicare la paura e la paranoia dell'era del terrorismo esorcizzandola attraverso la figura di Batman.
Tutto ciò che è arrivato dopo, nel bene e nel male, ha seguito quella corrente: a volte l'esperimento funzionava, altre volte molto meno, dando vita a pellicole ottusamente forzate (leggi: Suicide Squad), e solo due volte è stato replicato a dovere (con Logan di James Mangold e The War - Il Pianeta delle Scimmie di Matt Reeves, grossomodo gli apici di questa visione crepuscolare del blockbuster moderno riletto in chiave autoriale).
Ma adesso, proprio ora che l'influenza de Il Cavaliere Oscuro sta iniziando a scemare - abbandonando persino i prodotti DC - Endgame ha mostrato un'altra vita.

"Siamo a fine partita"

Parlando dei parallelismi fra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, abbiamo analizzato come l'elemento più incredibile e innovativo del film conclusivo dell'Infinity Saga sia rappresentato dal suo ritorno a situazioni positive, in controtendenza assoluta rispetto al dogma secondo il quale l'avvicinarsi all'epilogo di una storia debba necessariamente essere accompagnato da toni solenni e cupi.
Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit, Harry Potter, Star Wars, Matrix, in tutte le grandi saghe popolari è riscontrabile un crescendo di oscurità, che poi - alla fine - si risolva con il trionfo del bene sul male poco importa: è l'afflato del racconto, le corde che vuole toccare e le atmosfere che lo caratterizzano a definire le relazioni e i punti di contatto di questa "concezione universale" dell'epica.
I Russo, con Endgame, vanno nella direzione contraria: se il modo di pensare e concepire lo sviluppo di una storia fosse un'autostrada, i cineasti dei Marvel Studios sarebbero i pazzi squinternati che avanzano in controsenso.

L'arco narrativo degli Avengers rappresenta una svolta drastica dalla tragedia (oscurità) lasciata dalle fasi finali di Endgame; svolta alla quale in Endgame segue, per tutta la durata del film, una narrazione ispirata a tutte le sfumature di commedia sperimentate dai Marvel Studios nei capitoli precedenti: era molto più facile immaginare situazioni e atmosfere incredibilmente cupe e "pesanti" per lo sviluppo di Endgame, invece la scommessa di Feige è stata quella di un totale ribaltamento.
In questo senso, la scelta può essere riconducibile al desiderio di distrazione ed escapismo che la società contemporanea necessita - per tutta una serie di ragioni socioculturali che non staremo ad elencare in questa sede - e che forse dopo un decennio di Oscurità sta iniziando a sperare di ottenere.

Offrire allo spettatore una temporanea evasione dalla quotidianità era uno dei compiti principali della Vecchia Hollywood, l'epoca in cui le sale cinematografiche hanno registrato la maggior affluenza di sempre, e in un momento in cui si parla della morte dell'esperienza in sala e della nascita di nuovi e migliori modi di fruire l'intrattenimento audiovisivo, i numeri che Endgame sta facendo registrare sembrano quasi una presa di posizione da parte del pubblico di tutto il mondo.
Di sicuro sarà interessante vedere come evolverà la situazione del blockbuster negli anni a venire, ma un sempre più progressivo allontanamento generale dalla cupezza e dal realismo sembra effettivamente in atto.

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