Aspettando Death Stranding: Hideo Kojima tra cinema e videogioco

Il titolo di Hideo Kojima tenta di accorciare il divario tra i media, in senso narrativo e interpretativo, tra ispirazioni e citazioni di vario genere.

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  • "Le persone hanno costruito dei muri, abituandosi a vivere nell'isolamento". Questa la premessa dello stupefacente Death Stranding, ultima fatica videoludica del geniale Hideo Kojima, già creatore della mitica saga di Metal Gear Solid. Il concept è il seguente: in un'America dilaniata da un evento soprannaturale e cataclismatico senza precedenti, il protagonista deve abbattere quei muri che dividono l'umanità e riunire una nazione, fare in modo che si torni a combattere insieme, con lo stesso obiettivo, contro lo stesso nemico.
    Curioso quanto la tematica sia attuale e anche strettamente correlata alle vicissitudini lavorative e personali dello stesso game designer. Non poi più di tanto, a dire il vero, dato che non esiste arte migliore di chi mette se stesso nel proprio lavoro, che è quello che Kojima ha sempre fatto: riversare ogni sua passione nei videogiochi, dando personalità, fascino e contenuto alle sue creazioni.

    Dopo anni di collaborazioni positive con la Konami, l'artista si è infatti ritrovato ingabbiato da clausole contrattuali quasi schiaviste durante lo sviluppo di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, ultimo capitolo della serie, per giunta uscito "troncato" di un terzo atto.
    Dopo ritorsioni anche pesanti della software house e mesi di querelle mediatica sulle condizioni di lavoro dell'autore, costretto appunto all'isolamento e impossibilitato a divulgare qualsivoglia dettaglio sulla faccenda e sul suo videogioco, il contratto di Kojima è finalmente scaduto, abbattendo quei muri che gli impedivano persino di volare all'estero, in America ad esempio, sede ideale di uno dei suoi più grandi amori: il cinema.

    Mai così grande

    La situazione è stata a lungo sofferta, e ancora oggi l'artista non può (e forse non vuole) discutere dei problemi intercorsi durante il lavoro su The Panthom Pain e su tutte quelle speculazioni legate ai suoi obblighi legali. Adesso può però dirsi libero e in fervente fase creativa, come poi abbiamo avuto modo di vedere negli ultimi tre anni, dal momento della presentazione fino al trailer gameplay di Death Stranding. Hideo Kojima si è sempre dimostrato un artista attento e ispirato, grande conoscitore della cultura popolare in molti ambiti dell'intrattenimento, adoratore di David Bowie, Sergio Leone, Ennio Morricone e di molti altri idoli della musica, della letteratura e del cinema. Unico problema: non ha ma potuto creare delle connessioni con loro, almeno non così forti e reali, situazione poi mutata con l'addio a Konami, la fondazione della Kojima Productions e l'inizio dei lavori alla sua nuova, folle e stimolante produzione.
    Ne avevamo già parlato, ma in questo ultimo triennio l'autore è diventato l'Amico di Hollywood, chiacchierando e coinvolgendo nel suo progetto alcuni dei nomi più noti e amati del settore cinematografico, quello rinomato, delle grandi firme. Dal prendere poco l'aereo, Kojima ha iniziato un tour de force in giro per il mondo, per svago e lavoro, passando da Los Angeles a Milano (da noi ha salutato il grande Sandrone Dazieri) per incontrare diverse personalità del mondo artistico, forse anche per formare un personale senso di cosmopolitismo, di benessere nel trovarsi in qualsiasi parte del globo, approfondendo culture e sensibilità differenti.

    Un po' un riconnettersi con il mondo e creare quei legami che invece prima venivano spezzati sul nascere, specie con il cinema. È cominciata così (o forse si è evoluta da qualcosa di minore) l'amicizia e la collaborazione con Norman Reedus, Mads Mikkelsen, Guilleremo Del Toro e Nicolas Winding Refn (per non citare tutti gli altri), artisti incredibili che hanno colto subito l'occasione di entrare in pompa magna nel mondo dei videogiochi dalla porta principale, accompagnati da una delle sue figure più di spicco. Parafrasando Neil Armstrong, "un piccolo passo per il singolo, un grande passo per il settore", perché nonostante i vari L.A. Noir, Beyond: Two Souls e quant'altro, finora non si era mai visto un ensamble tanto importante e rinomato di attori collaborare a una produzione Tripla A con un forte (fortissimo!) taglio cinematografico, dalla narrativa centrale e totalizzante.

    Bastone e Corda

    L'obiettivo non è poi colmare il vuoto formale tra i due media ma quello concettuale di costruire un ponte che permetta al cinema di raggiungere il videogioco e chissà, magari in futuro anche il contrario. C'è comunque da sottolineare quanto Death Stranding sembri nutrirsi di ispirazioni cinematografiche, addirittura in modo più spudorato dei precedenti titoli di Kojima, a partire proprio dall'idea. Resta certamente originale nella struttura, abbiamo comunque colto un pizzico dell'Inception di Christopher Nolan, soprattutto nell'utilizzo delle fasi di game over, che saranno del tutto particolari (lo spiega bene il nostro Giuseppe Arace nella sua analisi del trailer). In sostanza, si verrà trascinati in una sorta di aldilà riempito di fantasmi del passato, dove a muoversi troveremo però delle creature scheletriche che sembrano essere guidate da tale Cliff (Mikkelsen), anche lui parte significativa di una precedente vita di Sam (Reedus). Sì, sembra ricordare da vicino la concezione dei sogni di un soggetto addestrato e riempito delle proiezioni del suo subconscio, ovviamente revisionato e cambiato a dovere per adattarsi alle esigenze del videogioco.

    Ancora più esplicita è poi la citazione ad Apocalypse Now: nella scena finale in cui Cliff esce da questa melma nera insieme a un gruppo di soldati, per poi dare fuoco a tutto con una sigaretta, incendiando il Napalm che riposa loquace sulle increspature dell'acqua, confondendosi con la melma.
    Il coinvolgimento di Del Toro e Refn potrebbe poi influenzare parte della regia, le cui elucubrazioni stilistiche si avvicinano molto al cinema estetico del regista di Drive, mentre da Del Toro potrebbe aver imparato una certa gestione della profondità emotiva dei personaggi, legata in particolar modo ai sentimenti e all'apertura (anche qui torna l'abbattimento dei muri).

    È comunque lo stesso Kojima a citare gli scritti del drammaturgo giapponese Kobe Abe, dimostrando ancora una volta tutta la sua cultura nel riferirsi a Death Stranding come a un capovolgimento delle dinamiche action, un passaggio dal Bastone alla Corda. Ne parla in termini di gameplay, ma tematicamente parlando è abbastanza evidente come l'idea possa essere traslata anche al pensiero che guida la narrativa del gioco, che è proprio quella della riunificazione, del cambiamento in meglio, del tendere insieme verso un'unica meta.

    Non sembrano comunque esserci pulsioni negative, di perdita di un'identità personale per diventare "Uno", come succedeva ad esempio nell'Evangelion di Hideaki Anno (altra ispirazione?), anzi: dietro sembra esserci tutto un discorso legato anche alla salvaguardia dell'ambiente e una certa dimensione patriottica di stampo prepotentemente americano. È così che si passa alla Corda, "creata per legare insieme le cose importanti" - dice Abe - , rifiutando al contempo il Bastone, "primo strumento ideato per creare distanza e proteggersi". Per questo, forse, Death Stranding è uno dei più importanti ponti concettuali tra collaborazione e amicizia, personaggi e persone, cinema e videogioco.

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