Aquaman, l'anti-Black Panther di casa DC

È finalmente nelle sale l'avvincente e riuscito cinecomic firmato da James Wan, che fa dell'avventura e dell'azione le sue grandi chiavi di lettura.

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James Wan è come Re Mida. Sembra che tutto ciò che tocchi si trasformi in oro, o meglio in un margine di profitti interessante, soprattutto per la Warner Bros, che è lo studio per cui ha sviluppato prima il The Conjuring Universe e adesso questo riuscito Aquaman. Cambia il modello produttivo, è vero, ma il risultato è invariato: il successo arriva sia per i suoi film horror (e derivati) che per il cinecomic con protagonista Jason Momoa.
Tutto sta nella conoscenza del mezzo d'espressione e nella forma stilistica da modellare. Per Aquaman, allora, Wan ha scelto una strada irta di criticità e produttivamente complessa, ritardando sotto l'egida di Walter Hamada la promozione del film per non anticipare nulla di rilevante prima di aver impacchettato a dovere la confezione. Già dal primo trailer, però, si avvertiva un'atmosfera differente dai titoli DC a cui siamo stati abituati, più kitsch, carnevalesca e salmastra, che si sa, fa bene alla salute. E all'uscita nelle sale, adesso, Aquaman si dimostra effettivamente un cinecomic di portata visiva gargantuesca, dinamico, scoppiettante e con un comparto artistico da Oscar - anche se l'Academy lo ha poi rifiutato.
In sostanza, un progetto che si pone nell'attuale mercato di genere come l'esatto opposto del Black Panther di casa Marvel, e il perché è presto spiegato.

Atlantide vs Wakanda

Sì, l'accostamento più valido e scontato per il film di James Wan è effettivamente il Thor della Marvel: un po' per la stazza "hemswortiana" di Jason Momoa e un po' perché Atlantide e i suoi abitanti sembrano Asgardiani marini, con quelle armature scintillanti e un fare maestoso e a tratti austero. A noi la semplicità non piace però così tanto, e quindi puntiamo a un paragone differente, meno radicato nella somiglianza e incentrato invece sulle differenze che pongono le due parti, Aquaman e Black Panther, esattamente agli antipodi.
Parliamo infatti di due film che in termini artistici partono da un ragionamento identico: come costruire un mondo e una civiltà che in realtà non esistono. Da una parte quella Atlantidea, dall'altra quella del Wakanda. La prima sommersa, la seconda soltanto nascosta. I due mondi sono accomunati in particolar modo da un'esigenza identitaria impellente, che deve mostrare sul grande schermo personalità stilistiche ben inquadrate e consolidate nei loro rispettivi habitat d'appartenenza, quindi il mare e l'Africa Orientale. Proprio nella costruzione di queste due civiltà tanto differenti quanto ricche di storia e costumi, sia Aquaman che Black Panther tirano fuori il meglio delle due produzioni, tra investimenti enormi per opulenti e raffinati set pieces, costume design ricercati ed eleganti e in generale una cura per il dettaglio davvero certosina.
La capitale dei Sette Mari è edificata in CGI, a partire dai profondi bassifondi marini, quelli dove un tempo si ergeva la vecchia Atlantide, lasciata alle alghe come residuo di una civiltà perduta, fondamenta della nuova e più moderna Atlantide, fatta di palazzi altissimi e tecnologie futuristiche che incorporano al loro interno coralli e altra flora oceanica, compresa la loro luminescenza naturale.

Al contempo, il Wakanda è un regno che si nasconde in bella vista al resto del mondo tramite una barriera iper-tecnologica. Nell'economia dell'Universo Marvel, il regno di T'Challa è il più ricco e sviluppato del globo terracqueo, esattamente come Atlantide in casa DC, ma come spiegavamo l'identità architettonica del Wakanda è centrata sulla cultura africana.
La città è quindi ricca di mezzi, abiti e strutture che fanno del vibranio il loro elemento cardine, ma non dimentica mai di essere un paese del Terzo Mondo, incorporando all'intero di palazzi giganteschi o abitazioni borghesi elementi tipici dell'Africa, come ad esempio le capanne di bambù trasformate in bellissimi attici.

Il punto di contatto principale tra Aquaman e Black Panther è insomma il world building, che punta in entrambi i casi alla veridicità stilistica dei mondi creati: magnifici, credibili e particolarmente affascinanti. Sono due titoli di grande produzione che dimostrano l'importante valenza artistica degli elementi generalmente considerati tecnici, ai quali appartengono tutti i designer, dal production al costume e via discorrendo. Per un film come Aquaman, comunque, lo sforzo è stato più elevato, dovendo ricreare l'effetto subacqueo per circa due terzi della pellicola, pur girando all'asciutto.
Si sono così occupati 9 teatri di posa e ricreati almeno quattro set, come quello della Sala del Trono (reale anche in Black Panther, tra l'altro) e il Galeone Sommerso. Effetti di distorsione visiva e sonora sono stati poi ricreati sia artigianalmente, con trucchi del mestiere, sia in post-produzione. Sono state addirittura utilizzate due grandi cisterne per immergere completamente i set pieces e riprenderli in solitaria, sgomberati da aggiunte in CGI e attori. Uno sforzo produttivo davvero enorme, che è poi il motivo che ha portato Wan a scegliere di ritardare la promozione, così da non mostrare ai fan un prodotto incompleto e... asciutto.

Tornado al paragone, andando oltre il world building di Atlantide e del Wakanda, Aquaman e Black Panther si dimostrano totalmente agli antipodi sul lato azione e storia. Il cinecomic di Ryan Coogler ci tiene infatti molto a costruire una trama solida che trova nella tematica razzista e nella segregazione l'elemento narrativo primario.

È un film apertamente rivolto alle minoranze, che vuole e riesce a trovare nelle comunità afro-americane il suo pubblico tipo, motivo che tra l'altro ne ha in parte decretato il successo economico. Il primo supereroe di colore ad apparire al cinema, in un film stand-alone dove viene trattato con cognizione di causa, tatto e intelligenza il discorso razziale e xenofobo, sempre e costantemente attuale: ovvio che abbia sbancato colpendo la coscienza sociale collettiva.
Black Panther non è però un cinecomic totalmente riuscito, perché manca di spettacolarità e di scene d'azione valide - eccetto una - che lo rendono sì, un validissimo film sul Wakanda, ma non un così eccezionale titolo supereroisitico dedicato alla Pantera Nera. Aquaman è invece l'esatto opposto.
Il film di James Wan è un titolo che punta alla totale spettacolarizzazione dell'immagine, all'azione martellante e vera protagonista del racconto. Il cinecomic DC vive di intuizioni tecniche brillanti, di scontri gladiatori entusiasmanti e di risoluzioni finali epiche, tutto immerso in una storia che fa dell'avventura il suo genere e del kitsch il suo mantra. Diciamo kitsch perché lo schermo è costantemente bombardato di colori, di suoni, di location differenti e di un montaggio frenetico che incantano i sensi senza per questo disorientare l'attenzione. Aquaman è il carnevale cinecomic di casa DC, così pompato tecnicamente, muscolare e ricercato nell'azione e a tratti spassoso nella sua ironia - un po' naif ma funzionale - che trova una precisa identità nell'esagerazione della forma, vincendo tutto.
Si rigioca in parte la serietà dark del DCEU, ma la smorza costantemente con sequenze di combattimento infervorate e stimolanti e battute continue, aderendo ai canoni dall'avventura declinati in ambito supereroistico. È un film lungo, Aquaman, ma non si prende mai sul serio, anche quando vorrebbe.
Se Black Panther è un parco a tema, Aquaman è un luna park itinerante. Da una parte intenzioni ben precise, che miscelano forma e contenuto con un occhio di riguardo al secondo elemento, dall'altra divertimento e iperattività come in un autoscontro. Sta poi a voi decidere quale intrattenimento vale di più.

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