Speciale Andreij Tarkovskij

Lo Zar della Settima Arte

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Possono soli sette film consacrare nel gotha del cinema di sempre un regista? La risposta è si, se questi risponde al nome di Andreij Tarkovskij, le cui generalità sono state più volte riportate nella versione anglicizzata Andrei Tarkovsky. Nasce il 4 aprile del 1932 a Zavrazhe, un tempo facente ancora parte dell'URSS ma attualmente in Bielorussia. Origini russe, comunque, per uno dei più talentuosi e visionari maestri cinematografici di sempre. Figlio di un poeta, e questo lo influenzerà molto nelle sue future produzioni: infatti ogni suo film è sempre pregno di una forte presenza poetica e letteraria, con a volte lunghi monologhi a esprimere il suo senso dell'esistere. Subisce molto la separazione dei genitori, dovuta anche a un incidente che coinvolse il padre durante la guerra (guerra che sarà trattata con grande maestria nel suo primo lungometraggio, che affronteremo tra poco). E' così che, in un periodo difficile e interlocutorio per la Russia, dopo la morte di Stalin e con esso della rigidità ottusa del comunismo, Andreij cerca di trovare una propria via nella vita, iscrivendosi prima a un corso di musica e in seguito a uno di arabo. In seguito, grazie a un casuale incontro, decide di tentare la via del cinema. Ed è proprio qui che, nel 1960, realizza la sua prima produzione...

I primi passi

E' stato recuperato solo recentemente, e risponde al titolo alquanto insolito e spiazzante, almeno in italiano, de Il Rullo Compressore e il Violino, sua prova di diploma rimasta per anni nascosto negli archivi del VGIK (l'Istituto di Cinematografia Sovietica). Si tratta di un mediometraggio di poco più di 40 minuti, nel quale egli consacra il proprio amore per la musica nella storia di un bambino, chiamato il "musicante", che prende lezioni di violino e per questo viene denigrato da tutti i suoi coetanei. Questo fattore tutt'altro che insignificante, infatti anche nella vita reale Tarkovskij non aveva un buon rapporto con la gente, mantenendo solo uno o due rapporti di seria entità. E così, il bambino escluso e tormentato viene difeso da un giovane operaio, che appunto lavorava sui rulli compressori (e da qui, che originalità, spunta il perchè del titolo..). Tra i due nasce un rapporto di pura amicizia, per quanto contrastato dalla differenza d'età, cui però agenti esterni, tra cui la madre del piccolo, impediranno di avere un continuo. Una storia sofferta, un lietofine mancato che già segnala la sua produzione per una malinconia imperante che non sparirà mai, e che vedremo più avanti sarà ricorrente nel tema del Sacrificio. Anche qui alla fine l'operaio pare guadagnare l'amore di una donna, perdendo però l'amicizia del suo nuovo amico. Non vi è ancora, dovuto soprattutto al budget limitato, il grande utilizzo di artifizi visivi, anche se la scena degli specchi in cui il bambino vede riflesso il mondo da diverse angolazioni è stupenda. Mancano anche i grandi silenzi contemplativi, ma in un'opera di così breve durata era difficile concedere loro spazio.

Un ruggito per farsi conoscere

La prima vera opera che ha fatto conoscere Andreij al grande pubblico è stata L'Infanzia di Ivan, premiata con il Leone d'Oro a Venezia nel 1962. Ispirata a un racconto russo, la pellicola racconta la storia di un bambino che, per sua volontà, viene usato in guerra come una sorta di spia che si infiltra nelle fila nemiche. Infatti, chi avrebbe mai sparato a un bambino? O chi comunque avrebbe potuto ritenerlo un pericolo? Gli stessi superiori di Ivan, chiamato Vaina diverse volte (ma in Russo è una sorta di diminutivo), i primi tempi che si trovano a contatto con lui, non informati del suo arrivo e della sua identità, stentano a credere del suo ruolo nella guerra. E' proprio con uno di questi, un giovane tenente, che instaurerà un rapporto d'amicizia, molto simile a quello del precedente film. Attorno a Ivan ruotano diversi personaggi, ognuno con le proprie vicissitudini, rappresentate più che bene come nei rapporti di gelosia e di ricerca di un amore mai così lontano come in guerra. Ma è attraverso i sogni del ragazzino che Tarkovskij comincia a mostrare il suo grande talento visionario. Infatti è solo in quel limbo illusorio che Ivan ritrova la serenità, ricordando l'infanzia, le sue corse sulla spiaggia con gli amici, il suo primo amore, tutto cancellato dalla brutalità della guerra. Ricorda la madre, persa anch'essa a causa del conflitto. Sta qui il significato più profondo del film, nel ricordo malinconico e sempre vivo di un passato sereno e felice, ormai solo mera utopia. E così Ivan si butta corpo e cuore nella sua battaglia, forse per vendetta, forse per ritrovare una pace che in vita stenta a credere possibile. Quando la guerra infine finisce, e tutto sembra tornare alla normalità, il giovane tenente, facendo un ispezione in un campo di torture nemico, trova delle schede dei condannati a morte, tra i quali risulta proprio quella di Ivan. Ed ecco così, finalmente sviluppato appieno e nel più triste dei modi, il tema del Sacrificio, senza il quale non si può ottenere niente. Bisogna sempre sacrificare qualcosa o qualcuno per ottenere una felicità globale: senza offrire qualcosa al mondo, il mondo non darà niente indietro. E molte volte questa offerta coincide col dono più grande che si possa fare. Osannato in patria, il film è diventato una sorta di apripista per il cinema russo nel resto d'Europa, riscuotendo successi un po' ovunque (e il Leone d'Oro ne è la più chiara conferma).

Un antieroe di difficile comprensione

L'opera successiva è stata forse anche la più tormentata della produzione Tarkovskiana, realizzata nel '65 ma che vide la luce in Russia e nel resto d'Europa molti anni più tardi. Si tratta di Andrei Rubliov, biografia dedicata a uno degli artisti russi più contrastati della storia, pittore e monaco nella Chiesa del '400. Convinto che nella vita conti solo la sua arte e la religione, si dovrà ben presto ricredere all'incombere dell'invasione tartara, che spezza il suo mondo idilliaco in piccoli frammenti, e lo costringerà anche a venir meno ai suoi valori spirituali, portandolo ad uccidere per difendere i più deboli. Cerca di riportare la luce con le sue opere, in un mondo dilaniato da morte e sofferenza, ma non sempre verrà apprezzato per questo, cosa che lo porterà a un mutismo che sarà rotto solo in un finale difficile. Il film è un'opera mastodontica, oltre tre ore di pellicola nel quale, insieme alla vita del protagonista, viene anche raccontata la Russia di quel tempo, diventando una sorta di epopea storico-eroica che però non piacque molto alla critica sovietica del tempo. Infatti il film, oltre a subire diversi rinvii all'uscita, venne aspramente criticato dalla parte più comunista, accusando l'antieroe di Rubliov di falsità storica e ideologica, ritenendolo poco propagandistica verso i temi socialisti. Una pellicola contrastata, forse non la più significativa del grande cineasta, ma sicuramente coraggiosa e ambiziosa, che mostra ancora una volta le sue grandi doti umanistiche, realizzando sfumature morali che non toccano solo bianco e nero, ma che spesso si fermano sul grigio.

Fantascienza o filosofia esistenziale?

Alzi la mano chi ha visto il recente Solaris made in Hollywood, con Clooney e diretto dall'amico Soderbergh? Molte mani andranno verso il cielo, presumo. Ecco, ora la alzi chi ha apprezzato quella ciofeca? Spero molto poche... E ora direte, ma cosa c'entra tutto questo con Tarkovskij? C'entra eccome, infatti molti non sanno che quella bieca operazione commerciale altro non è che un remake omonimo di Solaris, straordinaria opera realizzata nel '72 proprio dal regista russo. Putroppo la versione originale italiana è giunta a noi mutilata, inspiegabilmente, da De Laurentiis, che per realizzarne una versione più appetibile alle masse, la troncò di oltre 40 minuti. Ma cosa ben più grave, non si tratta di piccoli tagli qua e là, che, seppur fastidiosi, avrebbero potuto avere un senso. No, si decise di eliminare del tutto i primi 40 minuti del film. Una scelta inspiegabile, che provocò non pochi dilemmi e dubbi irrisolti nella visione finale del film. Per fortuna, con trent'anni di ritardo sì è posto rimedio, e poco tempo fa è uscita una versione integrale in dvd, in cui la prima parte è presente, anche se in russo sottotitolata. Tralasciando queste diatribe tecniche di bassa lega e che sarebbe meglio dimenticare, andiamo ad analizzare quello che probabilmente è una delle opere di fantascienza più grandiose di sempre. Fantascienza forse può apparire riduttivo, perchè all'interno di questa sofferta storia di spazio (inteso come universo) e follia troviamo dei veri e propri trattati psicologici, personaggi mai così vivi e reali, sofferenze dure e pulsanti, una follia che avanza inesorabilmente senza trovare una cura. Come dimenticare frasi indimenticabili, lunghi discorsi ricchi di sfumature ideologiche e sentimenti arcani, forse rappresentati al meglio da questa considerazione del protagonista ("Spero che l'epoca dei miracoli crudeli non sia finita"). A volte di difficile comprensione, quasi come un trattato filosofico atto a mostrare il degenero della mente umana nei suoi momenti più cupi. Lunghe inquadrature fisse, immobili, con la camera che si sposta lentamente a mostrare o lo spazio o i volti silenti dei protagonisti, si comincia qui la ricerca maniacale dell'esistenza di ogni singolo atomo, oggetto o persona che sia, che sarà uno dei cardini portanti della sua filmografia. La storia portante, le allucinazioni sulla navicella spaziale, il ritorno della moglie morta, non sono altro che un veicolo per raccontare il cammino di un uomo, ancorato così tanto al passato da arrivare al punto di credere all'impossibile, e a cui piano piano non importa più sapere cosa è vero e cosa no, solo attirato morbosamente e senza ritorno dalla ricerca della felicità. Lo stesso finale, che per un attimo lo spettatore pensa un happy ending, è qualcosa di straordinariamente folle e perverso, triste nel suo nostalgico epilogo. Peraltro un finale che si collega all'inizio del film, senza il quale molti particolari andrebbero persi. Una sorta di ennesimo Sacrificio, qui più velato e involontario, ma sempre presente senza il quale non vi sarebbe l'ottenimento di una, seppur fasulla, felicità. Questo non è un semplice film, questa è Arte, è il primo grande capolavoro di Tarkovskij, da vedere assolutamente nella sua versione intera.

Faccia a faccia col passato

Uno dei film più astratti e di difficile comprensione di Tarkovskij è sicuramente Lo Specchio, targato 1974. Ricco di riferimenti autobiografici, tutto comincia quando un uomo, malato nel suo letto, comincia a ripercorrere la sua vita, dalla nascita in poi, e si sforza di trarre un bilancio della sua esistenza. L'infanzia con la madre, in campagna, tra tragedie mal celate e picchi di felicità, e la partenza del padre per la guerra, così come accadde al regista nella realtà. I sacrifici che la madre deve compiere per il bene del figlio sono l'ennesimo esempio del tema ricorrente citato in precedenza, qui forse in maniera minore ma non per questo di inferiore importanza. Lo specchio è una sorta di collegamento tra il presente e il passato, una sorta di ponte che unisce il vecchio e il nuovo, la giovinezza e la vecchiaia e per questo punto fondamentale del'intero esistere. I paesaggi, visioni arcane e di grande poesia intrinseca non fanno che concedere a questo film un grande valore poetico, magari eccedendo forse troppo in virtuosismi fini a sè stessi, ma di grande impatto visivo. I fermi immagine sono qui ancor più incisivi, a volte veri e propri protagonisti di certe scene, come se fossero dotati di una vita propria, pronti a trasmettere un'espressività nascosta, ma intuibile, che nessuno come Tarkovskij è mai riuscito a provocare. E così via, con in mezzo un protagonista che cresce, si innamora, si prepara alla guerra. Tutto questo inframmezzato da passaggi all'apparenza insensati, dove vengono recitate poesie del padre del regista, un omaggio sentito verso una delle figure più importanti per il suo percorso artistico. E poi ancora immagini della seconda guerra mondiale, ancora senza un senso apparente ma da ritrovare nella mente di Andreij. D'altronde è inutile cercare di capire il senso di un autore senza conoscere il suo pensiero e studiarne le motivazioni. Ma mentre nelle altre pellicole, di più facile assimilazione, un senso comune è più facile da trovare, ne Lo Specchio è più difficile, e questo non preclude di certo la bellezza del film, quanto il modo di avvicinarsi ad esso. E il finale, in cui si torna all'infanzia e il protagonista corre felice con la madre è la sorella è il più chiaro esempio della nostalgia provata dal regista verso il passato. Il suo film più personale, sicuramente.

Quanto sei disposto a spendere per realizzare i tuoi desideri?

Una domanda a cui nessuno è in grado di rispondere. Fin dove ci si può spingere per ottenere tutto ciò che si desidera ardentemente con tutto sè stessi? Nè filosofi o arcani maestri religiosi troveranno mai una risposta. E perciò Tarkovskij mostra la ricerca spasmodica, e l'impossibilità di ottenere il come. Torniamo al connubio fantastico-esistenziale, dopo Solaris, con un altro grande capolavoro, sicuramente il più riuscito dal punto di vista visivo, che risponde al nome di Stalker. Tratto da un romanzo russo, ha una trama prettamente di fantasia, usata qui di nuovo per scopi che vanno al di là del semplice entertainment. La storia appare semplice, ma in realtà non lo è: in un luogo non precisato, dalle comunque chiare apparenze dell'Est Europa, esiste una posto selvaggio immerso nella natura, dove secondo una leggenda vi sarebbe una zona dove esprimere i desideri. Chiusa alla gente dalle forze militari, per evitare euforia spasmodica o follia di massa, si può penetrare all'interno di essa solo con l'aiuto degli Stalker, una sorta di esploratori fuorilegge, che previo pagamento, conducono i visitatori in questo arcano luogo. La pellicola è la storia di uno di loro, in crisi con la moglie e con una figlia malata, che farà da guida a due singolari personaggi, anch'essi delusi dalla vita: uno scrittore e uno scienziato. Superata senza non poche difficoltà la base militare di protezione alla zona, realizzata per altro con una carica visiva molto forte e potente, si arriva attraverso un carrello che si muove su un binario, nel mezzo della foresta magica. Il carrello pare essere una sorta di collegamento tra la prigionia e la libertà, tra l'ombra e la luce. Fattore che viene ancora più enfatizzato dal cambio del colore, da inizio film rappresentato in bianco e nero tendente al verde sfumato ocra e ora, giunti all'obiettivo, trasformato dal colore, che rende tutto vivido e energico. E qui inizia l'epopea dei tre protagonisti, tra superstizione e paura dell'ignoto. Un ignoto che si rivela nemico, veramente diabolico e "vivo", come una sorta di entità insita nella natura, o forse la natura stessa, che si ribella ai suoi visitatori, cambiando strade in una sorta di labirinto senza fine. Una natura incontaminata e bellissima nel suo selvaggio essere, reso ancor più maestoso dalle splendide inquadrature del regista, fermi immagine a volte lunghi, o che lentamente si spostano a mostrare ogni minimo dettaglio nel suo più insignificante particolare. Come nell'acqua, durante il riposo dei viandanti, della quale Tarkovskij coglie ogni piccolo flutto riuscendo a essere magico dove altri sarebbero solo noiosi. E così, tra mille peripezie, i nostri arriveranno infine alla suddetta stanza del desiderio, dentro alla quale però nessuno avrà il coraggio d'entrare. Come in Solaris, buona parte del film si gioca tutta su lunghi dialoghi esistenziali, laddove scienza e filosofia combattono attraverso la bocca dei due visitatori una battaglia epocale, dalle quali nessuno dei due sembra uscire vincitore. In fondo, chi sa cosa vogliamo veramente? Chi conosce il desiderio più profondo del nostro animo, che può essere così terribile da distruggere tutto ciò che amiamo? Lo Stalker, stanco e disilluso dalla vita e dai suoi due "datori di lavoro", torna a casa distrutto nello spirito e nel corpo, non sicuro più nemmeno lui se la leggenda sia verità, o se la verità sia leggenda. Una poesia ermetica lunga oltre due ore e mezzo, una magia mozzafiato che lascerà dentro un senso di malinconia e bellezza veramente unico.

Cos'è il presente se non un effimero e continuo ricordo del passato...

Ecco che Tarkovskij giunge anche in Italia, e realizza assieme all'amico e consigliere Tonino Guerra, una pellicola dal forte sapore malinconico quale è Nostalghia, ambientata proprio sul suolo italico, e per la precisione nelle campagne fiorentine. Il protagonista è un intellettuale russo, accompagnato da un'interprete italiana, venuto in Italia per visitare luoghi rinascimentali, e che dopo aver viaggiato in lungo e in largo, si ferma in una località di villeggiatura a Siena. Incontrano strani personaggi, che ruotano tutti intorno a un antica piscina di Santa Caterina. Tra questi vi è Domenico, un vecchio che abita da solo e considerato pazzo da tutti, poichè anni prima s'era rinchiuso con la sua famiglia in casa per un lungo periodo, durato anni, senza mai uscire. Egli, si scoprirà in seguito, aveva fatto ciò per Fede, o meglio per una sua visione particolare della fede. Il russo diventerà amico di Domenico, e comincerà a chiedersi il perchè la gente lo ritenga matto, se in fondo lui faceva tutto per Fede. Tra inquadrature bizzarre, luoghi decadenti (la casa di Domenico in sfacelo è un grande esempio di maestria visiva, tra giochi d'acqua e di muri inesistenti) e teorie folli, i due diventeranno amici, ma questo porterà entrambi ad una fine tragica, Domenico in modo più plateale, per la ricerca di dare un messaggio all'umanità intera, l'altro per una missione molto più semplice solo all'apparenza, ma che gli costerà grande fatica fino a costargli la vita. Ancora il Sacrificio, qui visto come via per ottenere un mondo migliore, una ricerca di Fede che se ad alcuni può apparire incomprensibile, può spingere altri a dare tutto. Attenzione però, più che un film religioso è un film sui valori spirituali, una lunga metafora su come niente nella vita venga dato per niente, e che solo con sforzi, a volte anche immani, si possa ottenere una parvenza di serenità. Bellissimo il finale, onirico e sfuggente, dove è protagonista il russo in compagnia del suo cane, immobili, sotto le volte di una grande cattedrale gotica, e dove appare, miracolosamente, anche la casa natia del protagonista, con un'immagine fissa che emoziona e commuove.

Sacrificio

Ebbene sì, dopo averlo tenuto come argomento portante per tutta la sua produzione, Tarkovskij poco prima della sua dipartita, dedica una pellicola intitolandola proprio Sacrificio. Un capolavoro, degna conclusione di una carriera breve ma straordinaria. E qui confluiscono tutti i temi a lui più cari, quasi come fosse una raccolta, un best of di tutto il suo passato ibridato in un raccoglitore dorato dalle pagine preziose. Torna l'elemento fantastico, qui però applicato alla realtà e non poi così irreale, anzi ogni giorno che passa più possibile davanti a noi. L'imminente scoppio di una guerra atomica. Ambientato in una piccola isola svedese, praticamente sempre nella villa del protagonista, Aleksander (ex attore teatrale che smise di recitare per paura di perdere il proprio io), che vive con la moglie, il piccolo figlio chiamato Ometto e per l'occasione viene visitato da amici di vecchi data. Tutto appare tranquillo, tra racconti di un postino un po' bizzarro che narra di fantasmi e spiritualità, e momenti di tenerezza col bambino. Finchè la pace non viene interrotta dal telegiornale, anticipata dal rombo nel cielo di aerei militari, che provocano un effetto anche eccessivo, una sorta di terremoto, atto però ad aumentare il senso emozionale del tutto. Aleksander comincia a pregare Dio, e promette di sacrificare ciò che per lui è più caro in cambio della salvezza del mondo. Quando sembra persa ogni speranza, e ognuno reagisce nel modo più diverso, tra pianti e follia, smarrimento e immobilismo, torna una luce, alquanto fioca e innaturale, attraverso una leggenda raccontatagli dal postino. Solo se il protagonista andrà a letto con la domestica, considerata da alcuni una strega, tutto tornerà come prima, come se niente fosse mai successo. L'attore è incredulo, ma in seguito convinto poichè non vede nessun'altra via di salvezza, accetterà e trascorrerà non senza rimorsi una notte con la donna. Al suo risveglio si ritroverà a casa, e la profezia si rivelerà vera: infatti tutto è tornato come prima di quel terribile giorno. Ritrova i suoi familiari e amici intenti a dialogare tranquillamente in giardino, ma in seguito perseguitato dalla promessa che aveva fatto, si troverà costretto ad adempierla, e brucerà la sua casa. Ritenuto pazzo da tutti, viene portato via in ambulanza mentre la casa è in fiamme. Oltre alla casa egli ha sacrificato la sua stessa figura di Uomo, ritenuto pazzo da tutti e impossibilitato a tornare alla vita di prima con i suoi cari. Significativa è la frase finale del film, dove il piccolo Ometto si trova a guardare il mare, innaffiando un alberello piantato poco tempo prima proprio col padre: "In principio era il verbo... Papà, perchè?". Il fim, dedicato al figlio come scritto nei titoli finali, è una metafora di tutta l'esistenza umana, con il tema del Sacrificio qui ai suoi liveli più sofferti e tragici. Tarkovskij concluderà il montaggio di questa pellicola in ospedale, già divorato dal cancro. E mai commiato fu più riuscito, un'opera unica da osservare in puro silenzio e contemplazione. Da applausi, come tutta la sua carriera.

Andreij Tarkovskij Un virtuoso, un genio, un poeta. Ma soprattutto un uomo in grado di esprimere tutte le proprie più intime emozioni attraverso la celluloide. Un modo di fare cinema unico e a tutt'oggi ineguagliato. Rivoluzionario dal punto di vista visivo, grazie ad immagini contemplative che diventano vere e proprie protagoniste dei suoi film, o paesaggi o stanze di qual sorta, tutte con un qualcosa di magico al loro interno, catturato in un modo che sà tanto di mistico. Maestro nel portare avanti i temi a lui più cari, i valori spirituali che hanno caratterizzato tutta la sua filmografia, con in primis quello del Sacrificio, senza il quale non si può ottenere nulla. La felicità è solo un obiettivo da raggiungere attraverso mille sofferenze e perdite, questa è la sua visione disillusa, ma che vede nella lotta per ottenere lo scopo il suo più grande pregio e insegnamento. Fantascienza e morale, arcano e reale, sogno e vita, niente viene lasciato al caso. E non è un caso, se uno degli autori a cui lui sì è più ispirato per il suo stile, Ingmar Bergman, dirà che Tarkovskij è stato uno dei più grandi di sempre. Come non confermare questa inconfutabile verità, come non rendere omaggio al più grande regista dell'Est Europa, che ha condizionato tutto il cinema della sua terra natale, e che ancora oggi rimane attuale e fulgido esempio di cosa sia la Settima Arte.

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