Amsterdam: perché il nuovo film di David O. Russell è un flop?

Tanti attori famosi per una storia noiosa e ingarbugliata: David O. Russell dovrebbe pensare più alla sostanza che a quali volti di Hollywood chiamare.

Amsterdam: perché il nuovo film di David O. Russell è un flop?
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Amsterdam di David O. Russell è non è un film riuscito - per dare una prima occhiata all'opera guardate il trailer di Amsterdam, ma soprattutto alla nostra recensione di Amsterdam. Ma quali sono i motivi? Prima di tutto c'è da dire che, negli ultimi anni, non sono propri i successi ad aver contraddistinto la carriera dell'autore americano, che solamente poco più di dieci anni fa riusciva invece a far vincere ai suoi attori gli Oscar per i loro ruoli. C'è stato Christian Bale col suo Migliore attore non protagonista per The Fighter, e appena due anni dopo Il lato positivo si è avvalso del premio alla Migliore attrice protagonista andato ad una giovanissima Jennifer Lawrence.

Sicuramente American Hustle - L'apparenza inganna poteva provare a catturare un pubblico che si lasciava più conquistare dalla copia di un simil-Martin Scorsese dal grande cast scintillante ottimamente abbigliato dal costume designer Mike Wilkinson, che da quella brillantezza patinata che nascondeva già un vuoto narrativo gravoso e evidente.

Gli Oscar e, dopo, il declino

È arrivato poi il 2015 e per David O. Russell e i suoi film è stato come attraversare un buco nero. Nonostante la vincita del Golden Globe da parte, ancora una volta, di Jennifer Lawrence per la sua protagonista in Joy, la pellicola non viene accolta entusiasticamente dall'opinione comune, che non apprezza il nuovo lavoro di Russell.

Come anche per l'assurda commedia Accidental Love, una produzione già controversa con diverse divergenze creative tra attori e crew, che ha visto anche l'abbandono del lavoro dell'autore durante le fasi di montaggio, rimanendo un'opera minore e semi-sconosciuta, nonché considerata disastrosa dai più. Soffermandoci ad osservare queste pellicole, a colpo d'occhio la prima cosa che salta alla vista è la quantità di star con cui David O. Russell ha collaborato e che hanno sempre costellato le sue pellicole. Un'abbondanza che sembra equivalere, pian piano, al bisogno di mascherare le cedevolezze dietro alle sceneggiature spesso claudicanti dell'autore, che raggiungono proprio il loro exploit con il mastodontico Amsterdam. Un film che ha un cast di nomi famosi quasi più lungo della sua stessa durata, già considerevole, visto il minutaggio che tocca le due ore e venti, e che ad ogni nuovo volto famoso che compare sullo schermo aggiunge una stoccata alla narrazione sempre più sanguinosa e letale. Amsterdam è la dimostrazione che la quantità non fa la qualità, e che anche la qualità può venire duramente attaccata se non trattata con attenzione e cura.

Sorvolando sull'atteggiamento di David O. Russell sul set con i suoi attori, di cui ha parlato vistosamente una Amy Adams provata dopo il lavoro col cineasta per American Hustle, il fatto di volere tante pedine più di quante, forse, la narrazione avrebbe effettivamente bisogno dimostra una necessità di accumulo da parte dell'autore che non riesce a concentrarsi sulla sostanza delle proprie produzioni. Delle sue storie che, mai come con la pellicola con il trio Christian Bale-Margot Robbie-David John Washington, sembrano essere realizzate più per collezionare stelle del cinema, finendo per non dirigerle nemmeno adeguatamente e facendo risultare sottotono i suoi cavalli di razza, incastrati nel risultato complessivo e insufficiente del film.

Una storia complicata, ma inefficace

L'eccessiva complessità di Amsterdam palesa un voler eccedere anche nella scrittura di un racconto che passa da un misterioso caso di omicidio fino all'arrivo quasi fuori contesto e abbastanza criticabile del partito nazista.

Un voler generare una storia che vorrebbe inserire dei personaggi ordinari in un'avventura ben più grande di loro e che, tratta da fatti reali, lascia che sia la verità dietro al film a intrigare maggiormente rispetto alla messinscena goffamente proposta sul grande schermo. Dopo svolte improvvise, continue e esagerate, è inoltre la noia a subentrare, intesa nei termini più soporiferi e avviluppanti possibili. Una sensazione di tedio che non viene risollevata dall'entrata ogni cinque minuti di un nuovo attore o una nuova attrice di richiamo, che anzi finisce per appesantire ancora di più la visione facendosi domandare come abbiano potuto questi interpreti poter accettare un'opera simile. La smania di voler dire, fare, mostrare è densa a tal punto in Amsterdam da fagocitare il resto degli intenti posti per un thriller che aveva aspirazioni simil-teatrali e che poteva divertire grazie all'ironia macabra e punzecchiante dei gialli.

Invece il film di David O. Russell, attesissimo prima della sua uscita e distrutto fin dal passaggio in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, non ha nemmeno necessità di scoprire chi è il criminale della storia perché è l'opera medesima a rappresentarlo. A incarnare un colpevole che si è rovinato con le sue stesse mani. Un film in cui "Ciò che succede a Amsterdam rimane a Amsterdam" e, forse, sarebbe stato meglio così.

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