American Psycho, l'insostenibile leggerezza dell'uccidere

Il romanzo di Bret Easton Ellis rivive agli inizi del nuovo millennio in un film altrettanto cult, con protagonista un incontenibile Christian Bale.

American Psycho, l'insostenibile leggerezza dell'uccidere
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L'abito, si sa, non fa il monaco e le apparenze spesso ingannano. Non è un caso che gli autori di efferati delitti siano spesso persone insospettabili e la casistica relativa ai serial killer d'Oltreoceano ne è uno degli esempi più lampanti.
Ted Bundy, colpevole di trenta omicidi e sospettato di altrettante morti misteriose, era la classica "faccia d'angelo", capace di sedurre con il suo fascino le sue ignare vittime.
John Wayne Gacy, aspetto bonaccione, si dilettava come clown per i bambini per poi perpetrare le sue violenze proprio sui giovanissimi, dando origine all'archetipo horror del pagliaccio assassino.
Dennis Rader, per un periodo presidente del Consiglio della Congregazione della Chiesa Luterana, vanta "soltanto" dieci omicidi nel curriculum, ma la sua fama è tale da averlo reso una figura ricorrente della serie Mindhunter.
Il Male è abile a nascondersi, a celarsi agli occhi altrui e dell'opinione pubblica per esplodere in gran segreto nella più cieca violenza e continuare indisturbato nella sua mattanza. Lo scrittore Bret Easton Ellis ha quindi avuto molteplici fonti di ispirazione per la genesi di uno dei suoi romanzi cult, quell'American Psycho che ha consacrato ulteriormente il suo successo con la relativa trasposizione su grande schermo agli inizi del nuovo millennio.

Uccidi che ti passa

Contenitore da cui attingere per GIF e meme di ogni tipo, l'adattamento cinematografico è stato anche il definitivo trampolino di lancio per la carriera di Christian Bale, che dopo quest'iconico ruolo ha visto le porte di Hollywood spalancate e il costume di Batman ad attenderlo qualche anno dopo.
E pensare che la scelta originaria avrebbe visto Leonardo DiCaprio nelle vesti del protagonista, poi scemata per via di varie polemiche e incomprensioni tra la produzione e la star di Titanic. Difficile oggi immaginare qualcun altro negli instabili panni di Patrick Bateman, per il quale Bale ha saputo trovare la perfetta chiave di lettura calandosi - come nel suo tipico approccio - completamente nel suo alter-ego, al punto da generare una sana inquietudine che buca lo schermo in più occasioni.
Il personaggio richiedeva d'altronde un'adesione totale e la costante presenza del voice-over a catapultarci nei suoi torbidi pensieri è una preziosa aggiunta atta a comprenderne meglio la stratificata psicologia, fino al pensiero finale che segue una rivelazione inaspettata e crudelmente ambigua, in grado di sfaldare certezze e lasciare allo spettatore un subdolo beneficio del dubbio.

Angelo e diavolo

Chi è Patrick Bateman? Un affascinante consulente finanziario che, nella New York di fine Anni Ottanta, vive un'esistenza agiata in uno splendido appartamento, manifestando una maniacale cura per il corpo e l'aspetto fisico. Una dedizione data dalla volontà di apparire sempre e comunque migliore di tutti gli altri, in particolare dei suoi colleghi per i quali cova un sentimento di odio e gelosia.
Circondato da splendide donne, impegnato in relazioni con fidanzate di conoscenti e sempre alla ricerca di emozioni di carattere sessuale, Patrick nasconde in realtà un disturbante segreto. Nei momenti di maggior ira la sua bramosia di sangue diventa incontrollabile e si macchia di efferati delitti, siano questi di barboni che chiedono l'elemosina o di giovani prostitute. La situazione si complica quando nel suo mirino finisce Paul Allen, uno dei suoi colleghi "colpevole" di essersi fatto realizzare un biglietto da visita migliore del suo.

Attirato in casa sua con l'inganno, Paul viene fatto a pezzi con un'ascia e da lì partono le indagini relative alla sua scomparsa, affidate al detective privato Donald Kimball. Da quel momento le sicurezze di Patrick, sempre metodico e perfezionista nel suo "sporco hobby" cominciano a vacillare, finendo per trascinarlo su sentieri sempre più oscuri dove rischia di perdere il controllo.

Sangue e risate

A dispetto della tematica scabrosa e dell'emoglobina che scorre copiosa, American Psycho è un film incredibilmente divertente, capace fin da subito di legare lo spettatore alla storia tramite uno stile cool e accattivante, dove l'incisiva e variegata colonna sonora viaggia di pari passo con la varietà di situazioni e atmosfere.
Intorno al protagonista, che beneficia di spassosi e numerosi overacting da parte di Bale, ruota una miriade di personaggi secondari, alcuni destinati a una triste fine, altri quali ipotetiche ancore di salvezza, con l'addentrarsi nella follia che avviene in maniera progressivamente omogenea, fino al citato cliffhanger che nella conclusione pone l'intera vicenda sotto un'altra ottica.
Definito da alcuni studiosi come l'ideale rappresentazione in forma di finzione del narcisismo maligno - sindrome psicologica che comprende un mix estremo di comportamenti antisociali, aggressività e sadismo - il film, e il libro di ovvio rimando, è un accattivante viaggio negli inferi, dove tensione e ironia nera coesistono in un magistrale equilibrio d'intenti, con scene madri che inorridiscono e dilettano al contempo.

Basti pensare alla scena in cui il Nostro si prepara al massacro del povero Jared Leto o ancora alla sequenza della motosega, lanciata nella tromba delle scale per eliminare una delle sue vittime intenta a fuggire. E poi invece altre sono un concentrato di pura suspense, come nell'invito a cena della segretaria di Chloë Sevigny dove Patrick affila armi di vario tipo, pronto alla carneficina, prima che una provvidenziale telefonata non risolva la situazione.

Tra il dire e il fare

La regista Mary Harron, tornata recentemente al cinema con l'imperfetto biopic Charlie Says (2018) dopo un lungo periodo passato sul piccolo schermo, firma qui la sua opera più famosa e lo sguardo femminile si rivela un'arma vincente nella gestione del personaggio e delle dinamiche in cui esso è invischiato. L'anno scorso la Harron ha dichiarato di aver trattato la figura di Patrick Bateman come quella di un imperterrito buffone e di aver volutamente amplificato la verve satirica e sarcastica del romanzo.
In American Psycho tutto è infatti sopra le righe da risultare amabilmente paradossale, eventualità che difficilmente si sarebbe potuta realizzare con David Cronenberg alla regia. Il maestro canadese, contattato inizialmente per dirigere la pellicola, avrebbe sicuramente dato vita a un'opera drasticamente diversa, più cupa e focalizzata sulle descrizioni anatomiche da lui tanto amate nella sua tipica dicotomia uomo-macchina. E lo stesso si può dire per Oliver Stone, anch'esso per lungo tempo associato al progetto.

Il risultato che ha visto la luce è invece un cult fuori di testa, ricco di spunti e capace di trovare forza ed energia proprio nella sua caleidoscopica essenza. Il successo fu tale da generare un sequel apocrifo con protagonisti Mila Kunis e William Shatner, denunciato dallo stesso Ellis in quanto totalmente scollegato dall'idea originale e mai autorizzato.
E mentre voci di un potenziale remake hanno circolato negli ultimi anni, fortunatamente senza poi alcun effettivo riscontro, il mito che ancora circonda la figura di Patrick Bateman e della sua delirante sete omicida circola ancora oggi, nel mondo del web e nei pulsanti cuori cinefili.

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