Alien: xenomorfi, maternità e l'evoluzione del terrore nello spazio

Prima di atterrare in sala il 5 maggio con Alien: Covenant, ripercorriamo i temi dei film della prima tetralogia, da "Alien" a "La Clonazione".

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L'Alien di Ridley Scott, dal 1979 sino ad oggi, ha deposto un inestirpabile embrione nell'immaginario collettivo che, nel tempo, è cresciuto, si è evoluto e si è diffuso come un incurabile parassita, divenendo un vero e proprio fenomeno di culto. Tra sequel ufficiali ed apocrifi, romanzi e spin-off, il franchise non ha conosciuto un attimo di sosta nell'arco di circa un quarantennio: ed ora, a distanza di due decadi dal quarto capitolo canonico e di cinque anni dal prequel Prometheus, la saga è pronta a tornare sul grande schermo con Alien: Covenant, diretto nuovamente dallo stesso regista che ha dato inizio all'incubo cinematografico di Ellen Ripley. Prima di "atterrare" in sala il 5 maggio, quindi, abbiamo deciso di rinfrescarci la memoria, ripercorrendo tutti gli episodi della quadrilogia originale, ognuno dei quali propone una personale visione dell'orrore e della figura dello Xenomorfo. Preparatevi allora: dalla partenza sull'astronave Nostromo sino all'approdo sulla navicella stellare Auriga sarà un viaggio lungo più di 200 anni, trascorsi in compagnia della paura.NB: L'articolo contiene importanti anticipazioni sulle trame dei film presi in esame.

Dove nessuno può sentirti urlare

Il primo Alien inizia - e finisce - nel silenzio. Nel vuoto cosmico di uno spazio sereno, rilassato, armonico, ma che in realtà, nella sua solitudine, diviene ben presto un nido di morte. L'incipit del capolavoro di Scott gioca con le attese, con eleganti movimenti di camera che, poco a poco, ci accompagnano nell'esplorazione dell'astronave da carico Nostromo e del suo equipaggio. La quiete che si respira è il proverbiale preludio alla tempesta. È il lento crescendo di "terrore" la cifra stilistica che sorregge la prima metà della pellicola: il film di Scott "innesta" amabilmente nello spettatore una tensione d'alta scuola, s'infiltra nelle sue viscere proprio come farà il celeberrimo parassita alieno. Il ritmo narrativo diviene quindi sapientemente flemmatico, sempre più angoscioso, inesorabile, con una paura che s'insinua sottopelle e con il brivido di un ignoto (la sceneggiatura, non a caso, fornisce meno dettagli possibili sull'"ospite" della Nostromo) che si mostra solo a sparuti sprazzi d'orrore.

Allo stesso modo dell'atmosfera che permea tutta l'opera, la creatura aliena si palesa soltanto a piccoli singhiozzi intermittenti. L'alternanza di luci ed ombre, sagome inquietanti e deformi, grugniti animaleschi e improvvisi impeti di violenza contribuiscono a creare suggestioni di grande impatto visivo. Senza lesinare in scene ad alto tasso di gore, Alien predilige una forma di orrore più incisiva e angosciosa: temere ciò che non si vede, sopravvivere a ciò che non si conosce. Allo stesso modo dell'equipaggio, quindi, anche il pubblico va alla ricerca di un parassita di cui non sa nulla, né forma, né abitudine, né nome. È per questo che quando la bestia ci concede l'onore di mostrarsi rapidamente, con repentini tagli di montaggio, l'empatia ed il coinvolgimento assumono le forme delle paure primordiali. Il leitmotiv che accomuna tutti i film della saga (ossia quello di una belva che si nasconde, con fare predatorio, alla vista dei protagonisti), in quest'opera di "fondazione" possiede un'enorme valenza artistica, utile a trasmettere un senso d'inquietudine che - nei sequel - finirà invece progressivamente per affievolirsi. E così anche l'alieno - molto più "timido" rispetto alle pellicole successive - resta sottotraccia, quasi invisibile: e nel frattempo rimane in attesa, radicato profondamente dentro di noi, pronto a fuoriuscire d'improvviso con orribile veemenza, come un grido di terrore esploso nel silenzio.

Sparagli, Ripley, sparagli ora

È James Cameron a mutare radicalmente i toni del racconto, che influenzeranno anche gli altri due seguiti canonici. L'apparente deriva virile e bellicosa, il finto inno al machismo che caratterizza la prima parte del film (anche la "troppo troppa" Vasquez ha atteggiamenti tipicamente maschili) rappresentano solo un paravento per una tipologia d'orrore al contempo diversa e similare rispetto a quella inscenata da Scott. Aliens - Scontro finale, infatti, vive di una doppia anima: da un lato un avvio più ritmato, istrionico ed incalzante, in cui la creatura - tuttavia - continua a restare sempre fuori campo; dall'altro il ritorno alle atmosfere più violente e terrificanti della seconda metà. Sicché, insieme all'andamento della pellicola, cambia anche la "presenza" della creatura (qui chiamata per la prima volta "Xenomorfo"): non più una singola belva assassina, ma un'intera covata malefica di predatori alieni contro cui combattere ("escono dalle fottute pareti"). Ancora una volta, quindi, la bestia si prende il suo tempo per comparire sulla scena in tutto il suo disgustoso splendore: prima di farci incontrare di nuovo l'alieno, Cameron ci introduce - con la dovuta calma - tutti i marines spaziali che affiancheranno la protagonista Ripley, semplice carne da macello per un essere implacabile. Il regista, con piena autorialità stilistica, non ricalca pedissequamente gli stilemi narrativi e scenici del suo predecessore, ma li rielabora e li trasforma.

Scontro finale è un ibrido tra il war movie sci-fi e l'horror viscerale: sebbene gli alieni continuino per buona parte del film a giocare a nascondino, non mancano momenti in cui l'occhio di Cameron indugia marcatamente sulla fisionomia della creatura, che acquista tratti nuovi e molto più dettagliati. L'abominio extraterrestre è ora una minaccia molto più tangibile e reale, che va affrontata a viso aperto: si modifica, di conseguenza, anche il linguaggio cinematografico usato per veicolare la paura. A metà tra il timore causato dall'attesa ed il sussulto per uno spavento molto più esplicito, allora, Aliens si diverte a sperimentare inedite soluzioni visive, in cui l'adrenalina e l'eccitazione si mescolano al terrore. Mettendo da parte l'orrore psicologico di Scott e le sue riluttanze nel mostrare lo Xenomorfo, Cameron - nell'ultima parte del film - ci presenta l'alieno in ogni minimo particolare. Ora non c'è più spazio per il panico, bensì per il coraggio: l'incontro di Ripley con la Regina Madre è una sequenza da antologia, al pari della battaglia conclusiva tra la protagonista armata di esoscheletro e la sua acerrima rivale, in un duello che si s'ispira chiaramente agli scontri fra i colossali kaiju di tanti "monster movie" orientali.

Una prigione senza sbarre

Quello che è tutt'oggi considerato da molti come il capitolo meno riuscito della prima tetralogia è anche il lungometraggio che segna l'inizio della carriera registica di David Fincher. Alien³ segue da una parte l'insegnamento di Cameron, dove predominano i toni del testosterone, e dall'altro quello di Scott, nella scelta di porre degli ignari prigionieri (disarmati e senza addestramento militare) contro un'implacabile furia assassina. Senza trovare una propria identità dal punto di vista stilistico, il terzo episodio della saga non si preoccupa di mettere in scena un'adeguata tensione narrativa, e prosegue l'irrefrenabile banchetto della creatura aliena attraverso una serie di escamotage piuttosto prevedibili ed abusati. In tal modo, la suspense lascia il posto alla sonnolenta attesa che separa lo spettatore dalla resa dei conti tra una rediviva Ripley ed il suo ospite indesiderato.

Agli ambienti claustrofobici di un'astronave, Alien³ affianca i soffocanti corridoi di una colonia carceraria popolata da criminali redenti, che hanno abbracciato la religione e hanno fatto voto di castità. In un mondo di soli uomini, la storica protagonista della serie viene, per la prima volta, inquadrata nella sua sessualità, nella sua natura di "donna" che - paradossalmente - è nascosta sotto una coltre di abiti maschili e capelli rasati a zero. Ed è proprio nell'esaltazione della femminilità "celata" che risiede l'unico guizzo del film: Ripley porta in grembo una progenie maledetta, il feto di una Regina Madre che potrebbe dar vita ad una nuova maligna covata. Il legame simbiotico tra la coraggiosa ufficiale ed il mostro che la perseguita da anni, allora, si fa totale: solo la morte di uno dei due potrà segnare la definitiva scomparsa dell'altro. Ripley e lo Xenomorfo, pertanto, si muovono all'interno di una prigione senza sbarre, incatenati in un corpo estraneo, intrappolati da un destino che li unisce inesorabilmente. David Fincher - che si rivelerà un cineasta d'alta classe - non esordisce, però, nel migliore dei modi e annichilisce il simbolismo della pellicola sotto una patina orrorifica molto meno appariscente e virulenta in confronto alle atmosfere dei suoi ormai leggendari predecessori.

Morte e resurrezione

Dopo il decesso di Ellen Ripley in Alien³, ci pensa il regista francese Jean-Pierre Jeunet (ai più noto per Il favoloso mondo di Amelie) a resuscitare (letteralmente) la protagonista e l'intero franchise. Sebbene sia distante anni luce dalle opere di Scott e Cameron, La Clonazione mantiene comunque una certa dignità autoriale che, nel terzo episodio, era purtroppo andata perduta: il merito è di una messa in scena innovativa e personale, che non ricalca il mood dei prequel ma intraprende un percorso artistico tutto nuovo e, in parte, anche abbastanza coraggioso. Jeunet non prova a "nascondere" l'alieno, né ad imbastire un climax di tensione: sin da subito, del resto, la sua cinepresa insiste sui dettagli più microscopici delle bestie, presentandoceli nella loro interezza, nella loro ripugnante bellezza e diversità. Scevro da qualsiasi velleità horror, che invece il terzo capitolo provava debolmente a mantenere a galla, La Clonazione trae ispirazione da un'estetica più smargiassa e fumettistica, eccessiva e -a tratti-persino virtuosa.

L'ottavo clone di Ellen Ripley non è più un'umana, ma un ibrido tra la creatura aliena e la protagonista originale: la simbiosi accennata in Alien³ si concretizza qui in modo definitivo: il quarto episodio esplicita così a chiare lettere quel simbolismo che aveva accompagnato le precedenti incarnazioni cinematografiche del brand. In quest'opera, quindi, lo Xenomorfo - da sempre un essere mutaforma e in continuo cambiamento - si manifesta nelle sue diverse varianti, a seconda del corpo che lo ha "gentilmente" ospitato: tra alieni capaci di nuotare come sirene e mostruosità dai tratti simili a quelli degli esseri umani, insomma, Alien: La Clonazione cerca una propria identità tramite l'uso di peculiari e destabilizzanti scelte artistiche, grazie soprattutto ad alcune sequenze dall'alto impatto figurativo. Su tutte, troneggia il momento in cui l'ultima Ripley distrugge con il lanciafiamme le sue sette copie malriuscite, abomini deformi a metà tra una donna ed un alieno. L'annientamento del suo "passato", di tutto ciò che la serie aveva rappresentato fino a quel punto, avviene proprio attraverso il fuoco, ossia l'unico elemento che - non a caso - gli Xenomorfi hanno sempre temuto sin dalla loro prima comparsa sulla Nostromo.

L'abbraccio della madre

Il computer di bordo del primo Alien si chiama Mater ("Mother" nella versione originale); le uova di Xenomorfo avrebbero dovuto avere (nelle intenzioni iniziali di H.R. Giger) un aspetto che assomigliasse maggiormente ad una vagina; l'atto di fuoriuscita dello Spaccapetto è ovviamente legato all'immaginario del parto (recuperato in modo molto più esplicito nel cesareo autoindotto di Prometheus): questa è solo una parte degli elementi ricorrenti all'interno del franchise, che confermano quindi l'esistenza di una delle tematiche principali dell'intera saga, ossia il concetto di "maternità". Ad esso si affianca anche quello della predominanza femminile: Ripley è sempre l'unica (vera) donna realmente al centro della scena, il perno attorno al quale ruotano le vicende della serie. E insieme a lei, inoltre, trionfa anche la meravigliosa Regina Madre conosciuta in Aliens, genitrice della specie predatoria che tanto l'ha fatta penare. È proprio nel film di Cameron che il tema inizia a farsi molto più invasivo: è chiaro che nel secondo episodio Ripley compensi la morte della figlia con la volontà di proteggere la piccola orfana Newt (che sul finale si rivolge alla protagonista chiamandola "mammina").

In Aliens, quindi, comincia uno scontro tra due "madri", pronte a fronteggiarsi per proteggere i loro pargoletti. Nel capitolo di Fincher, la battaglia diventa interiore: in Ellen è sedimentata un'altra figlia, disgraziatamente di natura aliena, che a sua volta rappresenta l'embrione di una futura Regina. Ma è con La Clonazione (in cui il computer di bordo, quasi per corrispettivo speculare, è chiamato Pater) che il simbolismo si fa ancora più marcato: gli alieni che nascono dal clone di Ripley sono davvero figli suoi, sangue del suo sangue. Ibridi ripugnanti ed innaturali, mossi da istinti disgustosamente simili a quelli degli esseri umani (si pensi alla sequenza in cui uno Xenomorfo massacra un suo simile affinché il sangue acido corroda la cella in cui è rinchiuso). L'argomento della maternità trova il suo culmine nella scena in cui la Regina Madre - nata dal ventre di Ripley - genera nuovi alieni tramite parto uterino, e non più depositando le uova. Il processo di umanizzazione "materna" è così compiuto: il neonato che ne fuoriesce possiede, infatti, sembianze vagamente antropomorfe e si connette alla protagonista attraverso l'imprinting, dando vita ad un legame filiale che porterà Ripley persino a commuoversi per la morte di suo "bambino". In nessuno dei quattro film, del resto, Ellen è mai riuscita a dimostrarsi una madre in grado di proteggere fino in fondo i suoi figli. E forse è per questo che, in una delle sequenze più belle di La Clonazione, Ripley si lascia catturare, con repellente dolcezza, dall'abbraccio dei tentacoli della Regina: anch'essa una mamma - seppur aliena - fallimentare esattamente come lei.

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