Al cinema con King Arthur: tra storia e mito

Una rilettura dei film più importanti tratti dal celebre ciclo arturiano, iniziando dal Parsifal del 1912 ed arrivando fino al King Arthur di Guy Ritchie.

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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Ormai non si contano più tutte le volte in cui Excalibur è stata estratta dalla roccia, o nelle quali il Santo Graal è stato rinvenuto, oppure ancora i momenti in cui Lancillotto e Ginevra si sono abbandonati ad un'impura passione. La materia bretone (meglio conosciuta come "il ciclo arturiano") è infatti fonte inestimabile di miti e racconti, alle volte anche assai discordanti tra di loro, soggetto prediletto di tanta letteratura epico-cavalleresca che, in prosa o in versi, ha conosciuto nei secoli un'imperitura fortuna. Ed il cinema, in verità, non è stato da meno: immaginate quindi i registi come fossero degli abili cantastorie, tutti intenti a declamare una propria, personale "visione" delle gesta di Arthur Pendragon, del mago Merlino e dei prodi Cavalieri della Tavola Rotonda. Ne è nato un "canone" cinematografico ricco e variegato, che abbiamo provato a riassumere in occasione dell'uscita nelle sale di King Arthur: Il Potere della Spada, nuova versione "pop" di una leggenda mai abbastanza decantata.

Proemio

Prima che fosse la Hollywood degli anni '50, con i suoi colori sgargianti e la sua patina edulcorata, a rileggere il mito arturiano, una delle più antiche rappresentazioni cinematografiche del canone risale addirittura agli albori della Settima Arte. Parsifal, dell'italiano Mario Caserini, è infatti datato 1912: restaurata dalla società olandese EYE Filmmuseum, l'opera - com'era prevedibile - esaspera la lettura in chiave "religiosa" della materia bretone, concentrandosi sulla ricerca del Santo Graal da parte del nobile condottiero Parsifal, indotto in tentazione da due perfidi stregoni al servizio di Mefistofele.

La magia assume così i caratteri della demonizzazione, mentre solo la visione "angelicata" della grazia di Dio può guidare l'uomo verso la gloria e la salvezza. È interessante, a questo proposito, notare come la corte di Re Artù sia raffigurata, nel film, al pari di un luogo di perdizione, di barbarie "pagane", reame di orge e bisbocce, dove non sembra trovare spazio l'etica cavalleresca. Accanto all'ovvia esaltazione della cristianità, non manca anche un pizzico di epica ante litteram: in Parsifal, tra l'altro, possiamo ammirare uno dei primi esempi di "effetti speciali" della storia del cinema, quando il protagonista, sperduto nella foresta, affronta eserciti di "fantasmi" che appaiono e scompaiono sulla scena, in tempo reale. Un vero e proprio "pezzo d'antiquariato" che vale certo la pena riscoprire, se non altro, per pura curiosità cinefila.

"Anal nathrakh"

Anche la Metro-Goldwyn-Mayer ha contribuito alla creazione dell'iconografia arturiana: I Cavalieri della Tavola Rotonda di Richard Thorpe, distribuito nel 1954, è a tutti gli effetti una produzione figlia dell'estetica hollywoodiana degli "anni d'oro". Pomposo, ricco e sfarzoso, ma anche piuttosto imbolsito, il film vanta nel cast star del calibro di Robert Taylor ed Ava Gardner (rispettivamente nel ruolo di Lancillotto e Ginevra), e non si discosta in alcun modo dagli stilemi registici e scenografici tipici dell'epoca, tra accesi cromatismi e costumi decisamente appariscenti. Resta avvolto da un manierismo privo di sostanziali guizzi artistici, ma riesce comunque ad inscenare la leggenda di Artù con un rigore ed una classe d'altri tempi.

Sarà invece il celeberrimo Éric Rohmer - più di vent'anni dopo - a proporre una visione piuttosto anticonvenzionale del ciclo bretone: tratto da un poema di Chrétien de Troyes, il suo Peceval le gallois (altresì noto nei territori nostrani come Il fuorilegge) è un'opera tanto affascinante quanto straniante e suggestiva. L'impostazione teatrale, la recitazione innaturale, un linguaggio tra l'arcaico ed il moderno (che rielabora la prosodia del testo originale), uniti ad una scenografia che rimanda alle miniature di stampo medievale, creano quindi a schermo un quadro alquanto destabilizzante. Perceval le gallois fa leva, d'altronde, quasi esclusivamente sulla forza della sua arte figurativa e sul desiderio di raccontare la ricerca del Graal in un modo unico e raffinato, ancora oggi talmente originale da risultare piacevolmente controverso.
A metà tra il classicismo di Thorpe e lo sperimentalismo di Rohmer si situa invece Excalibur, prodigioso poema per immagini di un John Boorman in stato di grazia, capace di ravvivare l'epos cavalleresco grazie ad un connubio di stili in perfetto equilibrio tra conservatorismo ed innovazione. Accanto allo scintillio di armature, al clangore delle spade e ad un'eleganza visiva con pochi eguali, Excalibur non teme di indugiare su corpi nudi, lerci, fangosi, su corazze arrugginite, su volti smunti ed intristiti dal tempo. Da un lato, il ritratto della tavola rotonda recupera i canoni tipificati del tradizionalismo, e dall'altro - di tanto in tanto - il regista si abbandona a trovate artistiche più violente ed ardite, che riscrivono in parte le regole dell'epica.

Scandito da un sensazionale accompagnamento musicale (come dimenticare la cavalcata sulle note dell'inarrivabile O Fortuna - Carmina Burana musicato da Carl Orff), Excalibur offre una splendida rivisitazione della mitologia: lo script mantiene inalterato il vorticoso ensemble di religiosità e magia, ed adatta meravigliosamente la vastità del romanzo Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, ad opera di Thomas Malory, contraendo i tempi ed abbandonandosi a necessarie ellissi narrative. Il risultato - a detta di chi scrive - è probabilmente la migliore (e più potente) trasposizione in pellicola dell'epopea arturiana.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse

Non soltanto di armi e cavalieri si nutre la leggenda, ma anche di amori. E di uno, in particolare: quello tra Sir Lancillotto del Lago e Ginevra, amata e fedifraga sposa di Re Artù, divenuto nei secoli un elemento portante del racconto, al pari della presenza di Excalibur o del Sacro Graal. Paradigma del sentimento puro e tormentato, la relazione adultera tra i due amanti incarna il perno centrale intorno al quale ruotano interamente le trame di due film: Lancillotto e Ginevra e Il primo cavaliere. Mai come nelle due suddette opere, la ben più ampia storia di Camelot si limita a fare da semplice sfondo all'innamoramento dei protagonisti: non è dunque la grande saga britannica a svolgere il ruolo primario, né il destino di un regno e di un popolo, bensì il legame proibito tra la sposa del sovrano ed il suo valoroso campione. Senza ricorrere a magie, profezie e spade incastonate nelle rocce, Lancillotto e Ginevra si figura come il lavoro più ricercato (quantomeno sul fronte della messa in scena) del francese Robert Bresson, considerato uno dei massimi esponenti del "minimalismo" cinematografico.

Scarnificando la recitazione e rallentando il ritmo narrativo, l'autore insiste su una riproduzione scenografica il più realistica possibile, che si distanzia profondamente dai toni epico-romantici delle precedenti versioni per abbracciare un'atmosfera sofferente, psicologica ed emotiva. L'espressività attoriale ridotta all'osso filtra, del resto, le emozioni degli innamorati tramite l'utilizzo di un linguaggio forbito, attento, letterario. In Lancillotto e Ginevra, insomma, non c'è spazio per il mito trionfante ma solo per un amore impossibile e doloroso, "ch'a nullo amato, amar perdona". Lo stesso che ritornerà, seppur con modi, forme ed ambizioni assai diverse, anche ne Il primo cavaliere di Jerry Zucker, pellicola che declina il tradimento della regina e del paladino attraverso sfumature facilmente propense al melenso. Il film, che beneficia dell'apporto recitativo di un fuoriclasse come Sean Connery nella cotta di maglia di un Re Artù ormai anziano, prova a riproporre la gesta dei cavalieri della tavola rotonda senza ricorrere all'elemento fantastico o smaccatamente eroico, ma conferendo alla vicenda un tocco più intimo e sentimentale: un triangolo amoroso, delicato ma superficiale, che trova solo nel ricco immaginario folkloristico e nella tragicità della conclusione la sua vera ragion d'essere.

Sacro e Profano

Alle numerose opere più "canoniche" derivate dalla ricchissima materia bretone si sommano anche quelle meno usuali, e maggiormente inclini a mescolare generi e tonalità narrative: tra queste è un dovere morale citare Camelot, kolossal in costume del 1967 diretto da Joshua Logan, capace di mescolare con sufficiente efficacia la commedia, la leggerezza, il pathos, il musical e l'epicità. L'intreccio amoroso tra Re Artù (dotato delle fattezze di Richard Harris), Ginevra (interpretata da una graziosa Vanessa Redgrave) e Lancillotto (cui presta il volto il nostro Franco Nero) è allestito con il medesimo brio di uno spettacolo di Broadway, opportunamente riadattato per il grande schermo. Non a caso, l'opera è ispirata all'omonimo musical di Lerner e Leowe che spopolò sui palcoscenici degli anni '60: una notevole pomposità scenica, una generale raffinatezza visiva ed un tono sognante e quasi fiabesco permettono a Camelot di alleviare le sfumature fortemente drammatiche che con cui, di solito, l'immensa saga arturiana tende ad essere celebrata.

E a proposito di atmosfere leggiadre e favoleggianti, non possiamo astenerci dal ricordare La Spada nella Roccia, undicesimo "classico" Disney (ma ben lungi dall'essere uno dei migliori) che narra l'avventura del piccolo Semola (alias Artù), di Merlino e dell'iconica Maga Magò: tra metamorfosi animali, rigogliosi scenari naturalistici, siparietti musicali e un microscopico (ma intrigante) accenno metacinematografico sul finale, La Spada nella Roccia propone una lettura "a misura di bambino" delle peripezie di un giovane re. Il film di Wolfgang Reitherman del 1963, inoltre, sembra a tratti recuperare, come modello di riferimento, l'estetica di matrice hollywoodiana, forse per rendere più "familiari" alcuni soluzioni grafiche: l'immagine iniziale della lama conficcata nell'incudine, dimenticata dagli uomini ed avvolta da verdi rampicanti, infatti, è molto simile alla prima apparizione di Excalibur nel già citato I Cavalieri della Tavola Rotonda, uscito nelle sale circa un decennio prima. Ma tra tutte le pellicole fin qui elencate, quella più stralunata, folle e pungente è senza alcun dubbio Monty Phyton e il Sacro Graal, interpretazione comica e demenziale del romanzo arturiano.

Palesemente ostracizzato dalla penuria di mezzi d disposizione, il film compensa in stravaganza ciò di cui pecca sul fronte meramente "qualitativo". I Monty Phyton - ed il loro riconoscibilissimo umorismo - non indugiano un singolo istante per desacralizzare l'epos cavalleresco, deridendone i topoi più noti e granitici: si prenda ad esempio la sequenza in cui il Cavaliere Nero continua a duellare imperterrito nonostante abbia perso entrambe le braccia in combattimento - chiara dissacrazione dell'eroismo e dell'onore guerriero - oppure ancora il modo in cui i personaggi scimmiottano la nobiltà dei condottieri, fingendo di galoppare in sella ad un destriero mentre in realtà trottano a piedi, e simulando al contempo il rumore degli zoccoli con delle noci di cocco.

Dove finisce il mito

Con King Arthur di Antoine Fuqua, il "mito" di Re Artù volge al termine. E non solo per la discutibile qualità del prodotto, ma anche (e soprattutto) perché la versione del regista statunitense modifica radicalmente l'ambientazione in cui si svolgono le vicende del canone. Artù (o meglio: Artorius Castus) - impersonato da Clive Owen - è qui un comandante anglo-romano, alla guida di un manipolo di cavalieri nella Britannia del V secolo dopo Cristo, durante la decadenza dell'Impero: dopo aver liberato la guerriera Ginevra (una sempre bellissima Keira Knightley) fronteggerà così a viso aperto la tirannia dei Sassoni, sebbene la sua fede nella gloria di Roma inizi, poco alla volta, a vacillare.

Fuqua dona alla pellicola un piglio più "storico" rispetto a quello dei suoi predecessori, pur senza alcuna pretesa di fedeltà: mescolando la mitologia romana con qualche influenza tipicamente nordica, King Arthur possiede un'impronta ruvida e violenta, lontanissima dalla patina quasi stucchevole delle prime manifestazioni filmiche. L'unico merito dell'opera, allora, se si esclude il tentativo di rivitalizzare ed ammodernare la fonte d'ispirazione, riguarda la rinnovata "fede" del protagonista, cristiano sì, ma seguace dell'eresia del monaco Pelagio, il quale predicava l'obbligo dell'uomo di costruire da sé la propria sorte, senza alcun tipo di intervento divino. Benché sia trattata in maniera molto banale, questa tematica, a ben pensarci, segna un distacco abbastanza netto con la materia originale: il mito di Artù, del resto, ha sempre fatto della predestinazione la propria colonna portante, con Excalibur pronta ad essere brandita solo da colui che - secondo la profezia - sarebbe stato degno di impugnarla e governare l'Inghilterra seguendo il volere di Dio. In King Arthur, invece, il fronte si capovolge: distante dai confini di un sentiero già tracciato, spetta ora soltanto all'eroe, ed alle sue azioni, determinare il proprio destino.

Dove ricomincia il mito

È grazie a Il Potere della Spada, invece, che la leggenda di Excalibur torna a rinascere, seppur in un modo indubbiamente inusuale. Quello del poliedrico e visionario Guy Ritchie è un film che reinserisce la vicenda di Artù all'interno dei sentieri battuti dalla tradizione: eccoci quindi di nuovo alle prese con la magia, la potenza di una lama sacra, il volere del fato che plasma le azioni degli uomini. Eppure, tutto è miscelato in un cocktail avanguardista e fumettistico, che riversa sullo schermo una gustosa mistura nella quale l'estetica medievale si fonde con quella post-moderna. Nel portare al cinema la propria, personalissima immagine del mito arturiano, Ritchie ricorre ancora una volta al suo marchio di fabbrica stilistico, fatto di ritmi sincopati, puzzle narrativi, montaggio schizofrenico ed umorismo smargiasso.

Quest'ultimo King Arthur si muove in bilico tra l'epos romanzesco e il gangster movie da ghetto scorsesiano, apparecchiando per lo spettatore una tavola (rotonda) satura di pietanze di diversa natura, che offrono quindi un pasto scorrevole, vivace e divertente quanto basta. Pertanto, con il suo prorompente e fragoroso ventaglio di generi e suggestioni, Il Potere della Spada è, prima di tutto, la riconferma che - al giorno d'oggi - l'epica segue regole ben diverse da quelle del passato. Tuttavia, l'opera di Ritchie si marchia a fuoco nella tradizione filmica del canone britannico non tanto per l'onda d'urto del suo impatto visivo, quanto per il merito d'aver ricondotto Artù dritto "a casa", in quella Camelot dove Excalibur è pronta, finalmente, a splendere ancora.

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