Addio al maestro Paolo Villaggio, cantastorie dell'Italia passata e presente

Paolo Villaggio se n'è andato, lasciandosi alle spalle tutti i fantasmi che hanno perseguitato per decenni i suoi personaggi più iconici. Il nostro saluto.

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Quasi certamente Paolo Villaggio avrebbe odiato tutta questa attenzione. Fuori dal set il menestrello genovese è sempre stata una persona schiva, riservata, attenta ai propri spazi, pur non avendo alcun pelo sulla lingua in caso di necessità. Odiava con tutte le sue forze la retorica spicciola, le frasi di circostanza, gli opportunismi, le celebrazioni, possiamo dunque soltanto immaginare come si sarebbe infuriato a leggere le prime pagine dei giornali, o a sentire i telegiornali odierni. Paolo Villaggio però non c'è più, e ci piace pensare che questa volta non sia poi così arrabbiato con noi, dall'alto della sua nuvola da eterno impiegato. Stiamo scrivendo fiumi di parole raccogliendo in fretta e furia i ricordi che ci hanno legato ai suoi personaggi più celebri soltanto per dire grazie, un grazie sincero e commosso. Sfumature sbiadite che mai potranno rendere giustizia, ce ne rendiamo conto, a tutte le risate, i momenti di condivisione sul divano di casa con tutta la famiglia, le citazioni fantozziane che ancora oggi ritornano nelle conversazioni quotidiane, ma che vogliono comunque "esserci" in questo momento particolare.

Il potere e la mediocrità

Niente potrà ripagare l'impegno e il lavoro di un uomo che ha raccontato la mediocrità italiana nella sua forma più feroce facendoci divertire, probabilmente come nessun altro ha mai fatto e mai farà. Mascherandosi da clown, Paolo Villaggio ha messo su carta prima e pellicola poi tutte le paure degli anni '70, dei rampanti anni '80, di chi lavorava con fatica tutta una vita per rimanere - alla fin della fiera - con un pugno di mosche in mano. A spaventare però non erano i suoi personaggi, le sue sfortune, i suoi acciacchi, che sono sfortune e acciacchi di tutti, ancora oggi; oltre le disavventure c'era l'ombra e la furia cieca del potere, di chi gestiva tutto nelle "stanze dei bottoni", i mega direttori senza pietà che godevano nell'abusare, nell'umiliare i propri "sottoposti". Da quei racconti tragici sinceramente è cambiato poco, nei versi dei suoi libri, nelle scene più ridicole dei suoi film c'è tuttora la grandezza del Paolo Villaggio pensatore, intellettuale, capace di anticipare il futuro interpretando il suo presente, alla pari di un Pier Paolo Pasolini o di un Alberto Moravia.

L'ultimo viaggio

Stiamo diventando però troppo seri, probabilmente per mascherare la profonda tristezza per aver perso un amico, un padre amorevole, un collega disponibile, un nonno premuroso - pronto a inventare dal nulla l'attrice Cita Hayworth, pur di non ferire la nipote e raccontarle la verità dei fatti. Paolo Villaggio probabilmente ci vorrebbe meno cupi, saltellanti e spensierati come gli angeli e i diavoli fuori dal finestrino del treno di Io speriamo che me la cavo; in quella scena iconica il maestro Marco Tullio Sperelli capisce di aver raggiunto parte del suo difficile obiettivo, accenna così - guardando il paesaggio - un sorriso disteso, enorme e simbolico. Immaginiamo che l'attore genovese abbia il medesimo sorriso anche durante il suo ultimo viaggio, il più semplice forse della sua vita. Alle sue calcagna non c'è alcun Duca Conte Piercarlo Ing. Semenzara, nessun Dracula, non c'è nessuna stanza di manutenzione da dividere in modo coatto con il geometra Calboni, nessuna vacanza organizzata dal ragionier Filini. Ora persino i trucchi del Maestro Canello non hanno più importanza, il tempo è appena diventato infinito, le lancette del capodanno si sono fermate per sempre, persino la scure e i dolori del diabete - questo purtroppo fin troppo reale - sono un minuscolo ricordo. Resta l'eternità dell'arte e qualche congiuntivo messo male, che a dare del tu si rischia di sembrare sempliciotti, persone qualunque.

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