Addio mia concubina: l'Opera di Pechino come specchio della Storia cinese

Il regista cinese vince nel 1993 la Palma d'Oro con un sontuoso dramma storico, ricco di sfumature e tematiche e con un cast in stato di grazia.

Addio mia concubina: l'Opera di Pechino come specchio della Storia cinese
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Il titolo del film nasconde in realtà un commiato dalle molteplici destinazioni, dalla consapevolezza che la Cina di un tempo, scossa nel corso del ventesimo secolo da invasioni e rivoluzioni, non tornerà forse mai più, fino all'afflato nostalgico verso quel mondo operistico classico della tradizione autoctona, pressoché bandito per via di imposizioni politiche dall'ambigua moralità.
Addio mia concubina è stato un film simbolo dei primi Anni Novanta, non soltanto per ciò che riguarda la scena orientale ma per il Cinema tutto: non è un caso che il capolavoro di Chen Kaige sia stato premiato al Festival di Cannes con la Palma d'oro, il primo proveniente da tali latitudini a vincere l'ambito riconoscimento, ex aequo con Lezioni di Piano (1993).
Pur meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri cult allora contemporanei, e non del tutto dissimili per ambientazione e duttilità narrativa, come il di poco precedente Lanterne rosse (1991), il lascito che ancor oggi si porta dietro è fondamentale per chiunque si voglia avvicinare alla malia della scena asiatica, anche per via del suo valore di divulgazione storica. Se si racconta infatti una vicenda romanzata con personaggi di finzione, gli accadimenti che questi si trovano ad affrontare nel corso degli eventi ripercorrono alcune delle fasi più drammatiche e salienti che hanno portato il cosiddetto Paese del Dragone allo stato attuale.

Crescere nel nome dell'Arte

I primi quaranta minuti, su quasi tre ore complessive di visione, sono quelli più duri da digerire, almeno per gli spettatori maggiormente impressionabili. Pur senza cedere a una gratuita e ingiustificata esibizione del sangue, la dose di violenza psicologica è a tratti insostenibile nelle dure reprimende con cui vengono puniti i giovani allievi/schiavi della scuola di recitazione, in una società in cui il mestiere dell'attore era equiparato a quello svolto nelle case di piacere.
Ma andiamo con ordine e introduciamo per l'appunto le linee base della complessa e stratificata trama. Ci troviamo nel 1924, con il piccolo Douzi - figlio di una prostituta - che viene venduto dalla madre alla scuola per futuri attori gestita dal rude e integerrimo maestro Guan.
Qui gli studenti, tutti in età adolescenziale o di qualche anno più piccoli, vengono sottoposti a uno sfiancante allenamento fisico e mentale e chiunque commetta un errore o tenti la fuga viene punito nel più brutale dei modi.
Douzi viene assegnato a ruoli da donna per via del suo aspetto femmineo, ma la scelta non sembra semplificargli la vita anche per via della sua incerta identità sessuale.

Ciò nonostante il piccolo riesce a superare i momenti più duri grazie al legame stretto con il compagno Shitou, che lo prende sotto la sua ala protettiva. Con il trascorrere degli anni il rapporto tra i due si intensifica sempre di più e quando raggiungono infine la fama in età adulta, i due sono ormai inseparabili. La coppia ottiene un clamoroso successo interpretando a teatro proprio Addio mia concubina.
Douzi prova forse qualcosa di più di una semplice amicizia per Shitou, ma quest'ultimo finge di non accorgersene e decide di sposare la bella Juxian, salvata dal locale di prostitute nel quale lavorava.
Una situazione sempre più tesa che, anno dopo anno, si trova a fare i conti con il vissuto storico dell'intero Paese: dalla proclamazione della Repubblica all'invasione giapponese e all'ascesa del comunismo, il trio di personaggi principali affronterà gioie e dolori di ogni tipo.

Il proprio posto nel mondo

Adattamento dell'omonimo romanzo di Lilian Lee, Addio mia concubina differisce dall'opera originaria nello struggente epilogo, che ovviamente non vi riveleremo, adattato per l'occasione su un nuovo evento che mette ulteriormente in luce la complementare connessione tra il mondo del teatro e la vita reale. Connessione incarnata magnificamente nella figura di Douzi, che diventa un tutt'uno con il proprio alter-ego di finzione.
La tensione (omo)sessuale rispetto al libro è qui fortemente suggerita ma mai resa completamente esplicita, ulteriore veicolo per sfumare con maggiore complessità il trio di protagonisti. Il fatto stesso che nell'opera i ruoli femminili venissero sempre e comunque interpretati da uomini aggiunge carne al fuoco nelle svolte introspettive e nel relativo gioco identitario.
L'entrata in scena della terza incomoda - la fresca moglie di Shitou - getta ulteriori ombre e innesca una tensione sotterranea che si innesta sottopelle, per poi esplodere in intense scene madri giocate sui primi piani e sugli sguardi, feriti o mossi da rimorsi e rimpianti.

Il regista fa le cose in grande, letteralmente, giacché il numero di comparse e la varietà di ambientazioni sono quelli delle enormi occasioni, ricostruendo un affresco estetico e scenografico di livello assoluto. Una pari attenzione è stata rivolta ai costumi, ai programmi radio che cominciavano a trasmettere le proclamazioni comuniste e, naturalmente, alle rappresentazioni teatrali che caratterizzano gran parte del minutaggio. La meticolosità per il trucco, lo sfavillio degli abiti e quel particolare stile di canto tipico della tradizione operistica di Pechino emergono qui in tutto il loro fascino e la loro bellezza, come una sorta di "film nel film".
D'altronde la rappresentazione teatrale di Addio mia concubina è inerente a un'epoca lontana, nel 200 avanti Cristo, quando le dinastie Han e Chu si trovavano alle prese con un aspro conflitto. E oscilla tra atmosfere più liete e quelle di una fine imminente, ideale paradigma nel quale rispecchiare le influenze che permeano lo svolgimento del racconto sul grande schermo.

La Cina è vicina

L'impressione è quella di attraversare idealmente i passaggi chiave dell'evoluzione, o involuzione, della Cina, esempio seguito dal collega Zhang Yimou solo un anno più tardi con il forse ancor più esaustivo - almeno da questo punto di vista - Vivere! (1994). Un viaggio irto e denso di insidie, dove una parola fuori posto o una presa di posizione contraria alla corrente politica del momento potevano indirizzare o verso la gloria o verso un ignominioso baratro.
All'interno di questo caleidoscopio pieno e assimilante, la tormentata storia d'amore e amicizia incentrata sull'estremizzato ménage à trois cresce con forza e prepotenza, tra rivelazioni, colpi di scena e parziali riavvicinamenti nelle vicende sempre più tribolate che i protagonisti si trovano ad affrontare giocoforza, in un avvicinamento tra simili e opposti che si apre a disparate sfumature e contrasti, offrendo una schermaglia di punti di vista per renderli ancora più credibili e umani.

Merito questo da condividere con le magistrali performance del cast, in assoluto stato di grazia anche per ciò che concerne i ruoli secondari o di supporto.
È comunque indubbio che a dominare la scena sia proprio il suddetto trio. Zhang Fengyi è forse nel ruolo più scomodo, quello di conteso "oggetto del desiderio", mentre la splendida Gong Li - la cui parte, assai più ridotta nel romanzo, è stata ampliata appositamente per lei - è assolutamente magnifica nelle ostiche vesti di terza incomoda.
A brillare su tutti è però Leslie Cheung, star del cinema e della musica suicidatosi esattamente dieci anni più tardi, che grazie anche alla sua bisessualità è riuscito a rendere ricca di sfaccettature la complessa figura di Douzi.

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