A War: perché è uno dei migliori war-movie degli anni 2000

Sei anni fa usciva in Italia il film di Tobias Lindholm, uno dei più potenti affreschi bellici sul dramma di essere un soldato.

A War: perché è uno dei migliori war-movie degli anni 2000
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La guerra al terrore, in questi ultimi vent'anni, ha prodotto instabilità, morti, dolore in tutto il globo e pressoché nessun effetto positivo da parte di chi l'aveva cominciata con la speranza di arginare l'estremismo islamico.
Se il cinema americano ha cercato ora di giustificarla, ora di condannarla, quello europeo si è invece connesso a una dimensione autoriale sui dilemmi morali e pratici che la guerra moderna comporta.
Il cinema danese sei anni fa ne offriva uno degli esempi autoriali più raffinati e di maggior caratura, con Krigen (A War) di Tobias Lindholm, presentato a Venezia 2015 e poi nominato agli Oscar l'anno dopo in qualità di Miglior Film Straniero.

La guerra come conflitto interiore

A War ha come protagonista il comandante Claus Pedersen (Pilou Asbæk, l'Euron Greyjoy de Il Trono di Spade) che a capo di un contingente di soldati danesi è chiamato a garantire la sicurezza di un vasto territorio afgano, in cui sono presenti numerosi ostili talebani.
I soldati sotto i suoi ordini rimangono sovente vittima di attentati, agguati, cecchini e trappole esplosive. La popolazione civile locale si trova tra due fuochi, sospettata dai soldati di essere dalla parte dei talebani, gli stessi che appena possibile li massacrano. Tutto questo non fa che aumentare sia la sensazione di impotenza di Claus e dei suoi uomini, sia le paure più recondite del giovane ufficiale. Intanto, a casa, anche la moglie Maria è alle prese con la sua quotidiana battaglia per compensare l'assenza del marito, con due figli piccoli a cui badare. Quando però durante un conflitto a fuoco Claus per errore ordina un attacco aereo che causa undici morti tra i civili, si trova sottoposto a un processo dall'esito imprevedibile.
A War nel 2016 ha avuto un solo, enorme, difetto: è arrivato nello stesso anno in cui è uscito il bellissimo Il Figlio di Saul di Laszlo Nemes, uno dei più grandi film di sempre sull'Olocausto. In caso contrario non è poi così sbagliato pensare che avrebbe meritato la statuetta.
Quello di Lindholm è un potente e mai banale film sulla guerra. Non è l'azione bellica in sé a essere protagonista, quanto l'essenza stessa dello scontro, inteso come interno e non solamente esterno.

A War e una terra prigioniera della morte

Al contrario di un Black Hawk Down, un Salvate il Soldato Ryan o un Lone Survivor, A War non utilizza l'iter narrativo come sorta di viaggio adrenalinico ed estetico sull'esperienza bellica. Non mancano scontri a fuoco, morte, proiettili che volano, ma tutto viene declinato secondo uno stile che risponde a due funzioni specifiche: un realismo naturalista e la dimensione simbolica di un conflitto che è trasversale, universale ma anche personale e intimo.
La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck è perfetta per riconsegnare uno spazio così immenso, lo stesso dentro cui si sono persi tutti gli eserciti dai tempi di Alessandro Magno, un mondo di desolazione, un arido inferno dove regna un silenzio funebre.
La regia di Lindholm è semplicemente sensazionale nel rendere tuttavia l'Afghanistan, terra immensa e dalla topografia a dir poco terribile, una sorta di labirinto, di angusto inferno in cui tutto si ripete all'infinito, fatto di muri a secco, desolate abitazioni, sabbia, polvere, un sole pallido che non scalda nulla, che crea ombre e paura ovunque.
Dietro ogni angolo vi può essere la morte, ogni essere vivente è una minaccia che però non arriva mai, non dà un senso all'eterno spostarsi di quei soldati.

Un viaggio dentro la mente del soldato moderno

A War ci mostra cosa vuol dire essere soldati nella guerra di oggi: non ci sono più migliaia di uomini in armi gli uni contro gli altri, niente più ondate di carri o decine di macchine nei cieli.
La guerriglia, il caos, l'incertezza, regnano sovrane. La tecnologia di cui sono rivestiti quei ragazzi, figli di uno dei Paesi più evoluti e imperscrutabili d'Europa, è sostanzialmente inutile, aggiunge confusione alla confusione.
Qualcosa di simile l'aveva creato anche Sam Mendes nel suo Jarhead, era stato capace di far comprendere cosa sia la guerra per un soldato, a dispetto dell'adrenalinico furore che piace tanto al pubblico: la guerra è attesa.
Sven Hassel scriveva che un soldato passa metà della sua vita ad aspettare, e A War rendere tangibile cosa voglia dire. Il pensare è nemico di ogni soldato, la mente vaga, cerca la paura che vuole scacciare, la accoglie, se ne fa compenetrare.

La paura non è legata al presente, ma al passato, quel proiettile scansato ieri, quella scheggia che ci ha mancato, e al senso di colpa.
In guerra vi è dolore e pena per un compagno caduto ma anche un istintivo sollievo per non essere al suo posto, e da tale consapevolezza nasce un senso di colpa enorme.
A War rende tutto questo tangibile, mentre quei soldati cercano un nemico che la sapiente scrittura di Lindholm rende distante, quasi invisibile ma drammaticamente presente.
Claus, a cui il bravissimo Asbæk dona un'umanità profonda, è diviso a metà come lo sono tutti i soldati di tutte le epoche: una parte di lui conosce la morte intimamente, un'altra agogna la vita, il focolare domestico.

La guerra giusta è un privilegio dell'Occidente

Quel focolare è animato da uno scontro non meno problematico da parte della moglie Maria, che deve non solo badare ai due figli piccoli ma anche tenere per sé la paura di non vedere più tornare il marito.
La guerra quindi non è solo nei fucili, è nella mente, è in Afghanistan e nell'algida e spartana Danimarca, dentro quella casa e poi dentro quel tribunale in cui Claus deve rispondere di undici "vittime collaterali", formula con cui l'Occidente da sempre rende nulle le vite di chi è parte di quell'Oriente troppo distante e diverso perché conti qualcosa.
Il Processo, dietro il pericolo per Claus, dietro il manifestare e rendere ovvi i suoi errori, il suo essere un comandante ormai spezzato e senza più l'equilibrio mentale necessario, viene reso da A War il perfetto esempio della doppia morale, del rito ipocrita attraverso il quale il Sistema Occidente perdona se stesso,
Claus viene prima sconfessato dal suo più fidato amico e braccio destro, ma poi salvato da uno dei suoi uomini che mente di fronte ai giudici, dà a loro ciò che volevano e cercavano: un motivo per assolvere lui, e assieme a lui se stessi, l'esercito, il sistema.

Eppure, nonostante sbagli molto, causi anche la morte di civili amici ben prima di quel bombardamento, ci viene difficile odiare Claus.
Perché non viene descritto né come un eroe, né come un antieroe. Egli è semplicemente un uomo, con una divisa addosso che gli pesa ogni secondo di più.
American Sniper di Eastwood aveva bene o male fatto di un texano intollerante e limitato un eroe, quel Chris Kyle che fuori dal Texas disprezzava tutto.
Lone Survivor aveva decantato la favola del "buon selvaggio" in salsa fordiana. A War invece non ci offre alcun happy ending, alcuna consolazione o certezza, se non quella di essere dalla parte del mondo così privilegiata da non dover neppure fare i conti con i propri errori, pagati da un popolo con cui non riusciamo e non riusciremo mai a comunicare sul serio.

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