Berlinale 66

A Lullaby To The Sorrowful Mystery

Il nuovo film di Lav Diaz torna a far discutere alla Berlinale, non solo per la sua durata di otto ore ma anche per la sua presenza all'interno della Selezione Ufficiale in concorso. Può un film del genere competere per l'Orso d'Oro?

speciale A Lullaby To The Sorrowful Mystery
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"Il mio primo film, se così può essere chiamato, fu Batang West Side, della durata di cinque ore. Fu uno shock al sistema, ed era solo il 2001". Così inizia a parlare del suo A Lullaby To The Sorrowful Mystery il regista Filippino Lav Diaz, che ha fatto del suo cinema una battaglia contro il tempo. Evolution of a Filipino Family dura ben undici ore, Century of Birthing sei ore, Death in the Land of Encantos nove ore, tanto per citarne alcuni. Il maestro Diaz non ha mai realizzato un film canonico, proprio perché per sua stessa definizione lui nei canoni proprio non vuole starci. Il cinema convenzionale è attaccato all'imposizione della durata, "qualsiasi" film più lungo di due ore viene lanciato fuori dalla finestra, ma Lav Diaz non è parte di quel mercato, per sua stessa ammissione. "Ho emancipato il mio cinema", ha dichiarato il regista: "la mia battaglia si risolve nel mettere il cinema accanto alla lotta dell'uomo. La più grande lotta dell'uomo è il tempo, e io voglio rendere il tempo un fantasma". Lottare per capire la natura del cinema e, in questo modo, lottare per capire la natura dell'uomo stesso. C'è un principio filosofico molto potente dietro le scelte del regista, sicuramente rispettabile ma difficile da far digerire al grande pubblico, e che tuttavia nonostante il rifiuto di qualsiasi categorizzazione classica è finito comunque in concorso all'ultimo Festival di Berlino.

Un regista essenziale pronto a sfidare il sistema

Il cinema di Lav Diaz non può essere commercializzato, e di questo il regista sembra andare piuttosto fiero. Per questo si permette di uscire da ogni logica senza preoccuparsi di avere una sceneggiatura piena di colpi di scena, movimenti di macchina spinti, colonne sonore potenti. Il suo cinema è ridotto all'osso, è fatto di dialoghi allungati e di formato 4:3, ma soprattutto di bianco e nero. E' l'unico modo, per il regista, di raccontare la sua storia - che nel caso di A Lullaby To The Sorrowful Mystery è anche la storia del suo paese, della rivoluzione Filippina, della morte di Andreas Bonifacio e della ricerca del suo corpo da parte di Gregoria de Jesus. Un intreccio di vite, di storie che connesse dal destino hanno giocato un ruolo fondamentale all'interno delle lotte per la repressione spagnola, durata più di trecento anni sul suolo filippino. Una storia che merita di essere raccontata, ma che nel modo in cui viene proposta fa nascere immediatamente il primo e più semplice interrogativo: siamo davvero sicuri che questo sia fare cinema? I confini della settima arte sono molto labili, così come deve essere per una qualsiasi forma di espressione artistica. Ma il cinema è anche e soprattutto comunicazione, una comunicazione che forse nel suo processo di semplificazione Lav Diaz ha lasciato per strada, dimenticandola così come ha dimenticato tutte quelle "regole" che in realtà servono per rendere il cinema fruibile al grande pubblico. La sua storia viene raccontata a quei pochi disposti a dedicare otto ore al suo film, pronti a non lasciarsi intimorire dalla totale mancanza di appigli che il regista fornisce per non deviare l'attenzione - e sono davvero pochi, come se in effetti Diaz non si curasse del prossimo, dimenticando forse uno dei principi più importanti: raccontare la propria storia a qualcuno che dall'altra parte sta guardando e ascoltando, non solo a se stessi.

Uscire dagli schemi per poi entrare in Concorso a Berlino

Nello spazio di una vetrina come il concorso del Festival di Berlino, una delle kermesse europee più importanti per quanto riguarda il cinema, l'interrogativo sembra risuonare in maniera ancora più evidente. Il Concorso di un Festival del Cinema conta in genere tra i 18 e i 20 film, che vengono giudicati per concorrere ad un premio. Non vengono inseriti cortometraggi ad esempio, perché facenti parte di una categoria completamente diversa che non può competere con gli altri film, né con essi essere giudicata. Perché quindi inserire una pellicola lunga otto ore? Come si può pretendere che venga giudicata da chi è chiamato a farlo (in questo caso la presidente di giuria Meryl Streep insieme ai suoi colleghi) con lo stesso metro di giudizio utilizzato per dei normali lungometraggi? E soprattutto, a che scopo inserirlo quando è lo stesso regista il primo a rifiutare ogni categorizzazione? Viene il dubbio che l'intento del Festival di Berlino sia stato solo cercare il particolare, trovare l'anomalia che scatena polemica al fine di attirare su di sé la curiosità del pubblico medio e le parole dei giornalisti presenti all'evento. Scopriremo a fine festival come si comporterà la giuria di fronte alla presenza di un film del genere all'interno del Concorso, se deciderà di premiarlo o ignorarlo, ma una cosa è certa: forse un cinema che chiede a gran voce di non essere categorizzato non andrebbe inserito in una categoria, in nessun modo.

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