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A.I. - Intelligenza artificiale, i 20 anni del classico sci-fi di Spielberg

All'inizio del nuovo millennio Spielberg realizza un progetto fortemente voluto da Kubrick, dando vita a un film che mescola influenze e atmosfere.

A.I. - Intelligenza artificiale, i 20 anni del classico sci-fi di Spielberg
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Il cinema, così come la vita, è spesso una questione di casualità, di svolte del fato che determinano o meno il successo di un determinato progetto. E il destino di A.I. - Intelligenza artificiale ne è uno dei casi più emblematici, dato che ha accomunato due dei più grandi cineasti della storia del cinema, ossia Stanley Kubrick e Steven Spielberg.
Un film fortemente ambito dal primo e poi girato dal secondo, che oggi quindi conosciamo e apprezziamo nella formula forse più accomodante per il grande pubblico, per quanto certe influenze dark possano ancora parzialmente disturbare le platee più impressionabili, piccoli spettatori in primis.
Alla base vi è l'omonimo racconto pubblicato nel lontano 1969, un anno probabilmente non casuale, da Brian Aldiss e dall'atipico ma centrato titolo Supertoys che durano tutta l'estate. In fase di adattamento per il grande schermo molti passaggi sono stati ampliati e modificati anche per catalizzare maggiormente l'attenzione sulla complessa tematica delle intelligenze artificiali, che all'inizio del nuovo millennio stavano prendendo sempre più piede.
A vent'anni dall'uscita nelle sale riscopriamo insieme pregi e sbavature di un'opera ambiziosa, che tenta di rinvigorire il blockbuster di stampo fantascientifico con un preponderante slancio umanistico.

Essere o non essere

D'altronde come può non essere attuale la vicenda di un ragazzino che si trova a lottare per il proprio Io in un mondo dove la diversità viene vista come un pericolo da estirpare sul nascere? Se poi il ragazzino in questione è un robot dalle sembianze umane, identico in tutto e per tutto a un bambino nato naturalmente, è ovvio che la situazione diventi ancora più complicata e aperta a molteplici sfumature.
Soprattutto nella prima parte si respira una dose di ficcante ambiguità, laddove i pericoli di questa ipotetica deriva tecnologica vengono osservati da entrambi i lati della medaglia.
Il sospetto, giustificato o meno, che dietro ai comportamenti di un automa possano celarsi insidie impreviste e l'affetto sempre più crescente provato dalla "madre adottiva" nei confronti di esso mettono chi guarda davanti a interessanti quesiti, con gli spunti di riflessione che aumentano progressivamente con lo scorrere dei minuti.

Ciò che emerge, anche nelle figure di carne e sangue più compassionevoli, è un imperterrito egoismo, dettato o dalla stupidità o da un trauma subito: gli stessi genitori che accolgono David in casa si trovano a fare i conti con opinioni antitetiche, ma qualsiasi sia il loro pensiero a farne le spese è sempre comunque il piccolo Mecha.
L'incontro con i suoi simili è il vero elemento chiave della visione, lo spartiacque che svela quel mondo oscuro dove l'Uomo diventa Bestia e ricicla in chiave volutamente grottesca sia il tema del razzismo e dell'ostilità verso l'estraneo, sia la morbosa attenzione della massa per la violenza, fattore chiave di questo mondo futuro dove tutto sembra andato perduto.
Perché nonostante il background sia limitato a un rapido voice-over dopo i titoli di testa, l'anno 2125 che ci aspetta è tutt'altro che roseo, con il nostro pianeta devastato dall'effetto serra e dall'innalzamento degli oceani, tale da avere sommerso gran parte della superficie. Ed è una presenza spesso invisibile ma costante, almeno fino all'ennesimo evento chiave che indirizza il racconto su altri spunti in continuo divenire.

Una stravagante coesistenza

La struttura narrativa si può dividere in tre tronconi abbastanza netti, più il prologo e un epilogo che in molti credono essere frutto dell'approccio di Spielberg ma, come confermato da più fonti, è assai fedele a quanto avrebbe voluto la buonanima di Kubrick.
Nella prima parte si vive, almeno inizialmente, su atmosfere più quiete ed emozionali ma con il procedere dei minuti si respira un senso di sempre più profondo disagio, di tragedia incombente i cui germi si scatenano al ritorno a casa del figlio umano, con le gelosie e i non detti che ben presto assumono un ruolo assimilante.
Ideale preambolo allo spezzone più cupo e visionario, quello centrale, dove l'anima spettacolare trova sfogo in un vero e proprio luna-park degli orrori, dalla discarica dove gli androidi guasti cercano parti di ricambio fino allo show in cui sono vittime del delirio della folla e di un macabro circo del grottesco.
Tra atmosfere notturne che rimandano al suo successivo remake de La guerra dei mondi (2005) e un immaginario di automi che si rifà metaforicamente al Freaks (1932) di Tod Browning, il messaggio esce chiaro e forte di pari passo con la potenza, a tratti brutale, delle immagini.

Ma il cuore portante dell'insieme, il filo su cui tutto si regge, si esplica nel terzo atto, in quella traslitterazione della favola di Pinocchio in salsa cyberpunk che darà vita alle fasi più intense e commoventi dell'intera visione.
Città piene di luci al neon, invenzioni strampalate e il principio del deus ex machina messo in evidenza in un'ottica del tutto inedita lasciano il campo alla futura "resa dei conti", al momento della decisiva rivelazione che in realtà è soltanto preambolo del futuro a venire.

Futuro a venire che diventa l'effettiva chiosa e che è stato oggetto delle maggiori critiche, per via di un approccio che ricalca i maggiori successi a tema "alieno" del regista di Cincinnati e della grondante retorica che addolcisce, in maniera non del tutto omogenea e coerente con quanto visto in precedenza, una storia dalle connotazioni tragiche.
Lo scopo era sicuro quello di non trascinare il grande pubblico in un amaro pozzo senza fine e un minimo di dolcezza era preventivabile, ma il percorso poteva trovare soluzioni decisamente migliori.

Mente e anima

Disponibile nel catalogo di Netflix, A.I. - Intelligenza artificiale rimane in ogni caso una pellicola ricca di fascino e peculiarità, impreziosita da valori tecnici e attoriali di livello assoluto. Gli effetti speciali nella rappresentazione dei Mecha sono di primissima qualità, in particolar modo nelle sequenze in cui vari esemplari sono sfigurati o menomati e cercano di rimettersi in sesto "fai da te".
La finta luna che incombe come oscura mietitrice di anime cibernetiche o i motociclisti dalle tute luminose vantano un design ispirato e la stessa rappresentazione di quel pezzo di mondo, "the end of the world", sommerso dalle acque, al di sopra o al di sotto di esse, è esteticamente immaginifico.
Con una menzione particolare per il burbero orsetto Teddy, inseparabile compagno d'avventura del protagonista, il cast di personaggi secondari vede eccellere in particolare modo il Gigolò Joe di Jude Law, abilissimo nel calarsi nei panni di un androide creato esclusivamente per il piacere femminile e di tingerlo di inedite tonalità noir, e William Hurt, inventore tanto geniale quanto incapace di comprendere le sue stesse creazioni.

Ma a rubare la scena in ogni singola occasione è ovviamente lui, il piccolo Haley Joel Osment che solo due anni prima aveva entusiasmato pubblico e critica con la sua fenomenale interpretazione ne Il sesto senso (1999). Il giovanissimo attore è qui alle prese con un'altra performance totalizzante, capace di rendere credibile un alter-ego complicato e di non facile lettura, moderna impersonificazione di quel burattino che sognava di diventare umano con il quale tutti siamo cresciuti.

A.I. - Intelligenza artificiale paga una certa diversificazione, come se in esso fossero confluiti gli stili di Kubrick, nel suo approccio più decadente e ferale, e di Spielberg, nel suo sguardo mélo alla costante ricerca di facili e genuine emozioni per grandi e piccini.
Il mostro di Frankenstein è stato comunque scampato senza troppe difficoltà e ogni tassello si ricollega, più o meno organicamente, al suo giusto posto e nonostante suddetti vizi di forma, il film sa offrire un sano spettacolo di genere e altrettanti incisivi spunti di riflessione.

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