5 war movie migliori di Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale

Capolavori indimenticabili che esplorano la guerra su ogni confine, da quello puramente storiografico al dramma di un'umanità troncata.

5 war movie migliori di Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale
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I conflitti armati sono uno dei temi più complicati da trasporre su pellicola, essendo pregni di significati politici, economici e identitari, ma soprattutto di un dolore atavico che si scontra con la stessa idea di umanità. Il cinema utilizza da sempre il contesto della guerra per imbastire storie che glorifichino i caduti in opere orgogliose, segnate dal desiderio di celebrare la propria fazione, mentre altre si lanciano in una condanna feroce che illumina la profonda ipocrisia di fondo e non lasciano alcuna via di salvezza.

L'ultimo appartenente al filone dei war movie è Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale, terzo adattamento di uno dei romanzi più noti sulla Prima Guerra Mondiale: nella recensione di Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale vi abbiamo descritto un film che non ha nulla da invidiare ai kolossal americani per quanto riguarda la messinscena, ma risulta purtroppo carente sul piano del dramma più puro, incapace di trasmettere quell'incontenibile angoscia che ha reso la versione del '79 un classico del cinema. Pescando da quell'oceano sconfinato che sono le pellicole sulla Prima Guerra Mondiale, abbiamo scelto cinque opere semplicemente imprescindibili per ogni appassionato di cinema, storie così potenti da superare la prova del tempo e che risultano tuttora ineguagliate all'interno di un genere molto complicato da sviscerare.

1917

Può una guerra avvenuta più di un secolo fa avere ancora qualcosa da raccontare ai nostri giorni? La risposta è uno straziante "sì" quando guardiamo all'ultimo gigantesco film di Sam Mendes: 1917 prende un conflitto che vede il mondo in subbuglio e lo rende intimo, avvicina la telecamera ai suoi due giovani protagonisti e li segue nel loro viaggio suicida senza lasciarli mai, come un terzo compagno fedele che lotta e si nasconde insieme a loro.

Il finto piano sequenza attorno al quale è cucita la storia serve a dare immanenza ad uno scontro di trincee e attese agghiaccianti, vissuto attraverso gli occhi di soldati fallibili e impauriti come lo sarebbe chiunque in una situazione così drammatica, ben lontani dalla figura del superuomo tanto cara al cinema di genere. Recapitare un messaggio cruciale prima che l'avanzata britannica si trasformi in un massacro è la missione del protagonista, legata a doppio filo a quella personale di un caporale che si ritrova con il destino del fratello tra le dita, sgusciando tra le esplosioni e le distese spettrali di una Francia dilaniata dalle bombe (recuperate qui la nostra recensione di 1917).

Orizzonti di Gloria

Da un "instant classic" dei nostri giorni passiamo ad una delle pellicole più importanti del mezzo cinematografico, perché Orizzonti di Gloria è servito a spogliare di qualsiasi eroismo una catena di comando che si serviva dei suoi uomini come mera carne da macello, salvo poi presentarsi davanti alle alte cariche con la testa alta e il petto pieno di nuove medaglie.

Nel titolo originale del film si nasconde in bella vista l'intera carica emotiva ed il messaggio sociale di un film che ripudia la guerra senza mezzi termini: "Paths of Glory" sono soltanto all'apparenza i sentieri che i soldati percorrono verso la gloria, perché - come continua il poema di Thomas Gray - essi non conducono che alla tomba. La regia di Stanley Kubrick si fa cinica e spietata mentre striscia tra le trincee dove i militari combattono i loro terrori personali, creando un divario disgustoso con le sale sfarzose nelle quali i comandanti scelgono di lanciarli in missioni suicide. L'interpretazione magistrale di un'icona come Kirk Douglas, unita ad un finale così potente da rimanere incollato allo spettatore per sempre, hanno reso Orizzonti di Gloria uno di quei film da vedere almeno una volta nella propria vita.

La Grande Guerra

A quel dannato conflitto mondiale ha purtroppo partecipato anche il nostro Paese, mandando al fronte migliaia di soldati assolutamente impreparati all'orrore che li avrebbe accolti nelle trincee. Mario Monicelli firma con La Grande Guerra uno dei capisaldi del cinema italiano, uno peculiare connubio tra commedia e tragedia che è a tratti straziante nel suo realismo: le assurde vicissitudini di due commilitoni - portati in scena da Alberto Sordi e Vittorio Gassman - dipingono un fronte di combattimento complesso, ingarbugliato tra i pregi ed i vizi di uomini strappati dalle loro case per attendere nella gelida terra mentre intorno a loro scoppiano le bombe.

Accolto all'uscita con estrema freddezza (ed anche una malcelata rabbia) per il suo ritratto di militari bonariamente vigliacchi, la pellicola è stata subito rivalutata diventando un vero e proprio pezzo d'arte contemporanea, celebrato in patria ed all'estero come uno degli esempi più fulgidi del cinema di guerra. Monicelli, insieme agli sceneggiatori Age & Scarpelli e Luciano Vincenzoni, non nasconde nemmeno per un attimo la brutalità di un conflitto inutile, ma la illumina con quegli sparuti momenti di pura umanità attraverso i quali ogni provincialismo scompare, ed i soldati italiani si ritrovano uniti e compatti contro le sofferenze, nonostante tutti i loro difetti.

Gli Anni Spezzati

Non furono soltanto gli italiani a lanciarsi in guerra senza avere la più pallida idea di cosa li avrebbe attesi, perché anche gli australiani imbracciarono i fucili in cerca di gloria, ma vennero dilaniati dai nemici morendo molto lontano da casa. Gli Anni Spezzati ricostruisce - piegandosi ad alcune ovvie drammaticità - la campagna di Gallipoli, una sanguinosa battaglia nella quale persero la vita quasi diecimila uomini dell'ANZAC, un corpo di spedizione che comprendeva soldati australiani e neozelandesi.

Peter Wier segue la tragedia partendo dagli iniziali sogni patriottici, con i giovani caporali (tra i quali spicca un giovane Mel Gibson) decisi a rendere orgogliosa la propria nazione oltreoceano, ma una volta arrivati sulla penisola turca vengono travolti dalla violenza di un conflitto assordante e spietato, molto diverso dai racconti favoleggianti con i quali erano stati indottrinati in gioventù. L'opera riscosse immediatamente il successo di pubblico e critica, è considerata tra le più importanti del cinema australiano ed ha contribuito alla popolarità di un regista che, in seguito alle grandi pellicole dalle forti ispirazioni tradizionali, era ormai pronto per il grande salto hollywoodiano.

E Johnny Prese il Fucile

Un grido d'aiuto, un messaggio antibellico ed una toccante riflessione sul significato della vita: c'è questo e tanto altro in E Johnny Prese il Fucile, un film dall'impatto visivo ed emotivo fragoroso che lascia sorgere numerosi interrogativi nella mente degli spettatori. L'esistenza di Joe Bonham, un giovane soldato americano, viene sconvolta dall'esplosione di una granata proprio l'ultimo giorno in cui si è combattuta la prima guerra mondiale.

Salvato per miracolo dai medici sul campo, il ragazzo ha perso gli arti, la vista e l'udito, ed è ormai ridotto ad un mero pezzo di carne che respira solo grazie alle attrezzature dell'ospedale. Tra gli scampoli di una coscienza che va e viene, Joe ritorna ai ricordi familiari di una vita tranquilla, ma si sofferma anche sulla lancinante assurdità che l'ha costretto in quelle condizioni, arrivando non solo a detestare la macchina politica che l'ha mandato al fronte, ma anche i principi religiosi attraverso i suoi deliranti dialoghi con Gesù. Dalton Trumbo firma il suo primo ed unico impegno da regista - dopo i decenni di sceneggiature e soggetti per film capolavoro - con un'opera impegnata sia sul fronte sociale che su quello morale, capace di lasciare un segno profondo nello spettatore costringendolo a porsi delle domande molto scomode.

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