5 film più o meno sconosciuti che ricordano GTA

Dai neon di Refn alle provocazioni di Korine, alcuni dei titoli vicini, in un modo o nell'altro, alla serie videoludica GTA di Rockstar Games.

5 film più o meno sconosciuti che ricordano GTA
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  • Arrivato con qualche ora di anticipo - per cercare di contrastare gli ennesimi, e insostenibili, leak - l'attesissimo primo trailer di GTA VI è stato finalmente diffuso. Il first look al nuovo capitolo del franchise ha però confermato l'ipotesi circa la data d'uscita, fissata a un poco precisato 2025. In ogni caso, con una velocità assurda, il trailer di GTA VI ha superato il numero di visualizzazioni di titoli come RDR 2 e Zelda TOTK, facendo tornare prepotentemente l'argomento sulla cresta dell'onda.

    Proprio la diffusione del trailer sembra l'occasione giusta per proporre una breve selezione di film che possano, in diversa maniera, rievocare le atmosfere della storica saga videoludica. Non certo i migliori (andrebbero citati i sempreverdi e ovvi Scarface o Carlito's Way, il cinema di Friedkin o Ritchie, fino a quello recente dei fratelli Sadfie) ma cinque che riescono a rappresentare adeguatamente varie sfaccettature di una serie di videogame non così semplici e superficiali, ricchi di stratificazioni e ben accorti alla cultura pop e al lifestyle dell'epoca di riferimento.

    Boyz n the Hood

    La periferia di Los Angeles e le faide del sottobosco criminale californiano sono al centro dell'esordio alla regia del compianto John Singleton (Shaft, 2 Fast 2 Furious). Un'opera cruda e spietata, che non fa sconti nel raccontare le difficoltà di alcuni territori americani, come South LA, tra la fine degli Anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, lanciando un grido di rabbia nei confronti di una condizione sociale che sfocia non di rado in sanguinari scontri tra gang. Un punto di vista, quello del giovane autore, che però riesce benissimo a equilibrare il dovere civico al senso scenico, curando al meglio ogni dettaglio, indagando ma senza perdere di vista il coinvolgimento.

    Un titolo che, al netto della maniera secca e brutale con la quale spesso va dritto al sodo, prova a trovare anche nel peggio un barlume di speranza, evidenziando un messaggio pacifista e uno spirito mai arrendevole, incentrato sulla possibilità di dialogo e di accordo sempre viva. Boyz n the Hood non è esente da difetti ma riesce in una non facile disamina di razzismo e gentrificazione, mostrando zone in difficoltà e personaggi (tra gli attori un giovane Cuba Gooding Jr.) piuttosto vicini a quelli di finzione mostrati, ad esempio, in San Andreas.

    Heat - La sfida

    Una delle pellicole più importanti del genere, in grado di unire concretamente l'action e il poliziesco, il crime e il noir, vero marchio di fabbrica di quella straordinaria fase di carriera di Michael Mann. Heat, i cui richiami nel franchise di Rockstar sono spesso evidenti, con citazioni palesi e omaggi dichiarati, è un capolavoro senza tempo, capace di far scuola anche a distanza di decenni.

    Mettendo in scena, insieme, due star come Robert De Niro e Al Pacino (prima d'allora mai vicini sul grande schermo, pur essendo stati entrambi nel cast de Il Padrino - Parte II), Mann crea una serie di personaggi delineati alla perfezione e costruiti per suggestionare con i loro autentici dilemmi morali, intensi e controversi - quest'ultimo aspetto, forse, resta uno dei pochi distanti dai giochi.

    Una vicenda e una messa in scena che ridefinisce l'epica in chiave contemporanea; una caccia all'uomo spietata che non guarda in faccia nessuno, anche gli affetti, e che regala alcuni tra i momenti più iconici del cinema di quegli anni. È difficile dire se si tratti del miglior lavoro di Mann - ci sarebbe almeno Strade violente a tenergli testa - ma certamente è uno degli esempi più concreti del suo stile trascinante ed esplosivo, che sa essere asciutto e barocco, attento al realismo e sospeso fino all'astratto, rielaborando i classici di genere americani anche attraverso la lezione di Melville.

    Drive

    Guardando direttamente a Walter Hill e ad altri illustri predecessori, tra cui il già citato Mann, il danese Nicolas Winding Refn realizza un sentito omaggio alle strade di Los Angeles, calibrando perfettamente il suo sguardo tra sogno e disillusione. Perché la città vista in Drive, dal punto di vista del regista europeo, può trasformarsi in paradiso o inferno da un momento all'altro. Si parla ancora una volta il linguaggio dell'efferatezza ma la forza di un'opera così sta proprio nel bilanciamento dei toni, riuscendo così ad arrivare a tutti e trovando un'identità precisa proprio nella commistione di elementi eterogenei, creando qualcosa di personale e soprattutto unico.

    È l'auto però al centro di ogni cosa, di momenti dalla natura così distante che trovano nel mezzo a quattro ruote una delicata dimensione privata, sia che essi siano affari loschi o romantiche soste. Forse la prova più convincente della carriera di Ryan Gosling, mai a suo agio come nei panni del driver protagonista, silenzioso e monocorde ma al contempo profondamente espressivo. Collanti per l'insieme, oltre all'automobile e alla criminalità, una colonna sonora - di Cliff Martinez e Kavinsky - da antologia e una regia precisissima, grazie alla quale ogni istante viene filmato con una sicurezza e una solidità encomiabili, un rigore narrativo e formale che si potrebbe riassumere anche soltanto dai primi minuti, nella magistrale sequenza iniziale tutta pensata e realizzata di sottrazione.

    Una vita al massimo

    Tra il successo de Le iene e la consacrazione con la Palma d'Oro, Quentin Tarantino realizzò per Tony Scott una sceneggiatura che rispecchia molti dei temi e delle ossessioni che caratterizzeranno la futura, e prolifica, carriera del cineasta. Una vita al massimo (True Romance, in originale) è un energico distillato di postmodernismo - cifra stilistica di molte delle produzioni di quel decennio, da Scream a Pulp Fiction - perfettamente calato nell'immaginario tarantiniano, fatto di citazioni e dialoghi cinefili, cultura popolare e linguaggio scurrile.

    Il contributo di Scott risulta però incisivo quanto lo script del collega, grazie a un regia che sa essere sia dinamica, calcando la mano quando necessario sulla violenza e la spettacolarizzazione di essa, che morbida, laddove il focus mira verso i personaggi, vero motore delle vicende.

    Un cast altisonante, specie nei nomi dei comprimari, arricchisce un lungometraggio che, a dispetto della sua aura patinata e colorata, sa essere cupo e nichilistico, gettando un velo di incertezza sul mondo che descrive. A cavallo tra generi e dall'identità ibrida ma per tale motivo affascinante, Una vita al massimo (tra i cult anni '90 da riscoprire) mette in opera una versione in chiave moderna di Bonnie e Clyde, adornando la commedia pulp di un romanticismo sui generis che fa la differenza: elementi, soprattutto quelli della coppia criminale, che sembrano esser chiamati in causa nel primo trailer di GTA VI.

    Aggro Dr1ft

    Di progetti audiovisivi come l'ultima sperimentazione di Harmony Korine se ne vedono pochi in giro. Forse non se ne vedono proprio. Rivoluzionando il linguaggio, annullandolo e creandone uno tutto suo, Aggro Dr1ft è un incubo cinematografico, che distrugge le barriere del cinema e diventa altro, affacciandosi nei territori del videogioco, del videoclip musicale, del contenuto social.

    Nasce così una creatura destabilizzante, inclassificabile sotto ogni punto di vista, che appare come una lunga, e allucinata, cut-scene di GTA. Korine prende l'immaginario gangster preconfezionato, fatto di uomini violenti, soldi e donne ipersessualizzate, e lo disintegra, esagerandolo fino alla parodia e facendo così saltare allo scoperto tutto il ridicolo di quelle convenzioni - come già faceva, del resto, con l'immaginario teen-disneyano in quella gemma, liquidata troppo facilmente, che fu Spring Breakers.

    Girato interamente con una camera termica, il mondo vaporwave e demoniaco di Aggro Dr1ft sembra un caos ma è un modernissimo ragionamento calcolato sulle possibilità e la narrazione per immagini, mettendo in dubbio il cinema stesso, il suo senso e la distanza tra arte e vita. Serve lasciarsi trasportare dal flusso (evitando di scappare dalla sala per Aggro Dr1ft come accaduto a Venezia 80) e godersi il viaggio, in quella che è una delle migliori, e allo stesso tempo delle peggiori, esperienze dell'anno.

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