5 film sui samurai da guardare se vi piace Rise of the Ronin

In occasione dell'uscita dell'esclusiva Sony, ripercorriamo la storia del cappa e spada del cinema giapponese rintracciandone le pietre miliari.

5 film sui samurai da guardare se vi piace Rise of the Ronin
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  • PS5
  • È stata Netflix a riaprire la strada con la serie animata Blue Eye Samurai (qui la nostra recensione di Blue Eye Samurai), mentre su Disney+ Shogun la percorre con convinzione (leggete perché secondo noi Shogun è la serie definitiva sui samurai). Il mondo dei videogiochi adesso dice la sua con Rise of The Ronin dopo il successo di Ghost of Tsushima: sì, la via dei samurai è tornata in auge, i mitici guerrieri giapponesi sguainano ancora intramontabili le loro katana e pare che nell'ultimo periodo tutti i media siano disposti ad accoglierne il potenziale spettacolare e drammaturgico. Per completezza, eccovi la nostra recensione di Rise of the Ronin, l'esclusiva PS5 di Team Ninja disponibile dal 22 marzo 2024.

    Una risorsa che il cinema nipponico ha impiegato nel corso della sua golden age e ha poi sfruttato come fonte inesauribile di storie, infarcendo il genere del jidai-geki di cappe e di spade, legandolo in maniera indissolubile al sottogenere chambara, regalando alla settima arte film in costume che entrano di diritto nella storia del cinema. Proprio per accompagnare la vostra avventura in Rise of the Ronin abbiamo stilato una lista di cinque film imperdibili sui samurai, vere pietre miliari capaci di definire un genere e dimostrarne la longevità. Prima di continuare vi ricordiamo che potete votare il disegno più bello di Rise of the Ronin per vincere una PS5 e anche scaricare gratis il fumetto digitale di Rise of the Ronin.

    I Sette Samurai

    Iniziare con un autore diverso da Akira Kurosawa sarebbe sacrilego: il cineasta giapponese è, prima di tutto, un grande conoscitore del mondo dei samurai, dei loro valori e della loro etica, del loro bushido, ed è sia catalizzatore che vettore di un immaginario definitivamente esportato e radicato in Occidente.

    Con I Sette Samurai il regista firma il suo film più influente e universalmente riconosciuto, esemplare archetipico del jidai-geki, modello per un redivivo cinema spaghetti-western che vede in Sergio Leone un esponente rivoluzionario: sarà poi il successivo La sfida del samurai a folgorare il regista italiano e a costituire la base narrativa per la realizzazione di Per un pugno di dollari, con tanto di diatribe legali.

    I Sette Samurai è iniziatore e modello senza tempo delle storie di reclutamento (è già "Avengers Assemble" nel 1954), con i sette ronin assoldati per difendere un villaggio di contadini dai saccheggiamenti di una banda di malviventi. Al samurai Kambei Shimada l'arduo compito di mettere insieme una squadra: si uniscono Shichiroji, vecchia conoscenza del ronin; l'arciere Gorobei; l'amico Hiehachi; il letale ed enigmatico Kyuzo; il giovane Katsushiro; l'iconico Kikuchiyo di Toshiro Mifune, stralunato soldato di ventura di shakespeariana sembianza, vero e proprio collante fra il dimesso mondo contadino e la fiera e altezzosa dimensione guerriera. Al centro proprio il confronto tra le due culture citate, scandagliate per formare un quadro di umanità vivo, variegato, policromo.

    Ran

    Facciamo un bel salto in avanti nel 1985 e peschiamo ancora dalla sterminata filmografia di Akira Kurosawa. Qui la policromia non è metaforica e il regista giapponese fa della palette di colori vibranti e vivacissimi una forte componente simbolica, per un film che ancora più delle sue opere precedenti si rifà al teatro shakespeariano, ponendosi come ideale trasposizione in terra del Sol Levante dei moti tragici del Re Lear.

    Hidetora Ichimonji veste i panni del sovrano della Britannia, i suoi tre figli al posto delle tre principesse, poi le stesse dinamiche di tradimenti e intrighi familiari, congiure e lotte fratricide, gli stessi toni solenni e ancora un ritratto spietato dell'avidità e della ferocia umana, con il caos erto a principio dominante - è il significato letterale della parola giapponese che dà il titolo alla pellicola - e la guerra ad esibirsi insensata e vana, ma visivamente grandiosa (la scena dell'assedio alla fortezza di Hidetora è un momento di estrema bellezza).

    Con quattro nomination e un Oscar, quello ai migliori costumi, Ran è il kolossal definitivo di Akira Kurosawa, opera maestosa anche in termini di proporzioni produttive e modello più alto di jidai-geki per il cinema di genere.

    Harakiri

    Dal jidai-geki per eccellenza a quello rinnegato, perché Harakiri è nelle parole del suo stesso creatore un gendai-geki, un soggetto contemporaneo.
    Volete un'idea della grandezza del film di Masaki Kobayashi? Vi basti pensare che a rubare la scena (e a vincere il Premio Speciale della Giuria) al Festival di Cannes del 1963 fu proprio Harakiri. Gli altri film presentati in quell'edizione? Il Gattopardo (vincitore della Palma d'Oro), 8 e ½ di Fellini e Gli uccelli di Hitchcock (entrambi fuori concorso).

    Lontanissimo da una rappresentazione classica della figura del samurai, Kobayashi fa di Harakiri il suo personale manifesto anti-establishment contro l'oppressione e le menzogne del sistema politico. Il film prende di mira l'ipocrisia all'interno del sistema feudale, dei vertici governativi e militari, demitizza la figura del samurai. Mette in discussione la sacralità del loro codice d'onore e finisce per dare vita ad un lucido affresco di una contemporaneità estranea a qualsiasi principio etico, retta da vili uomini di potere indifferenti alle difficoltà dell'uomo comune e onesto che dal canto suo può solo illudersi di agire per evitare la sopraffazione.

    L'Hanshiro Tsugumo di Tatsuya Nakadai si fa carico di decostruirsi e decostruire la rappresentazione romantica del samurai, per approdare a una demistificazione e rivalutazione (in negativo) del rito del seppuku (o harakiri).
    Il Kobayashi "critico in qualsiasi epoca nei confronti del potere" fa di Harakiri un film di rottura, sia riguardo ai topoi del jidai-geki sia in merito al rapporto con autorità e tradizione.

    Lone Wolf and Cub: Sword of Vengeance

    Primo di una serie di sei film con protagonista Tomisaburo Wakayama nei panni del ronin Ogami Itto (conosciuto come Lone Wolf), il film diretto da Kenji Misumi è l'adattamento dell'omonimo manga di Kazuo Koike e Goseki Kojima e segue le gesta del Lupo Solitario, ex kaishakunin (assistente al seppuku), in cerca di vendetta contro chi ha assassinato la sua famiglia.

    Un Giappone feudale crudo e realistico per un altro dei film cardine del genere, che punta meno sulla coralità e si avvicina al revenge-movie con il tema della redenzione personale di un Itto intento a proteggere il suo piccolo Daigoro e a vendicare i propri cari svolgendo il lavoro di sicario a pagamento.

    Un film che ha influenzato notevolmente il genere, che trova la propria unicità proprio nelle curiose dinamiche che il figlioletto al seguito si porta dietro, con le battaglie che non possono prescindere dalla sua presenza di spettatore ingenuo e di tesoro da proteggere, con il suo volto angelico che si contrappone ai cruenti duelli e alla freddezza del padre, per un duo iconico in un cult sulla parabola umanissima di un assassino errante.

    13 Assassini

    Se c'è un regista che può rendere onore al jidai-geki senza rinunciare al suo revisionismo e alla sua anima pulp, quell'artista è Takashi Miike, eclettico autore di Audition e Ichi the Killer. Nel 2010 Miike firma il remake di un film di Eichi Kudo pensando bene di rimanere fedele all'originale e di rendere omaggio al già citato I Sette Samurai kurasawiano: il personaggio di Koyata ha molto del Kikuchiyo di Mifune e possiede la stessa funzione straniante, vero contraltare per i comportamenti codificati del bushido. Lo scopo di Miike era limitare i propri slanci manieristi e approcciarsi al genere con un certo rigore filologico e cinefilo.

    Il film vive di due momenti ben differenziati e nella seconda parte il ritmo è discontinuo, lo schermo si riempie della violenza e del sangue tanto cari al cineasta, ma Miike è consapevole di dover dar vita ad un film in costume epurato da qualsiasi eccentricità e dai consueti eccessi stilistici. Per questo, nella prima parte, si fa erede della riflessione kobayashiana, proseguendone l'opera di ridimensionamento.

    Miike dà insomma vita a uno dei suoi film più classici, muovendosi nel pieno rispetto dei topoi del genere e nel recupero di tutta una tradizione iconografica. Poi il regista non resiste e si lascia andare alla battaglia sanguinaria, ma il suo rimane uno dei migliori film sui samurai del ventunesimo secolo.

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