I 5 film più belli di Guillermo Del Toro, tra mostri e guerra

Scopriamo insieme i lungometraggi più belli e importanti di un autore capace di scovare la fiaba e il bello anche nelle storie più crude e travagliate.

I 5 film più belli di Guillermo Del Toro, tra mostri e guerra
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Prima di essere autore, Guillermo del Toro è cinefilo. Da sempre. Un tratto formativo, questo, tipico di ogni grande regista, da Martin Scorsese a Quentin Tarantino: la passione per il cinema che diventa lavoro. Anzi, una vera e propria vocazione per la Settima Arte, un'impellente necessità di sfogare il proprio estro artistico e creativo attraverso il mezzo comunicativo più completo di tutti. Le più disparate visioni dei generi cinematografici si affastellano dunque lungo i bordi frastagliati della storia del grande schermo, e oltre a varie idiosincrasie di forma e contenuto ogni autore vive e sperimenta nel corso della propria carriera un ripetersi di schemi stilistico-tematici che incidono non poco sulla riconoscibilità degli stessi.

Nel caso di del Toro è ad esempio citabile la fascinazione per l'orrore e il soprannaturale, sempre però veicolata da venature di gotico o misterioso romanticismo che legano i personaggi maschili e femminili del suo cinema, belle e bestie o viceversa, rappresentando di fatto la firma del cineasta messicano. Pure nei film più impensabili (prendiamo Blade II) esplode questo tratto della sua arte, perno essenziale del concetto stesso di storytelling dell'autore e parte più luminosa ed evidente della sua grintosa cinefilia. In occasione dell'uscita in sala de La fiera delle illusioni - Nightmare Alley, in queste righe vogliamo allora elencare quelli che sono a nostro avviso i cinque film più belli ma anche importanti della carriera di Guillermo del Toro, oggi tra i più amati registi di culto della sua generazione. Non prima, comunque, di invitarvi a leggere la nostra recensione de La fiera delle illusioni.

La spina del diavolo

Quasi dieci anni dopo il suo debutto sul grande schermo con Cronos (seguito nel 1997 da Mimic), Guillermo del Toro portò in sala il suo primo film personale, nato di fatto dall'esigenza di raccontare gli orrori della Guerra Civile Spagnola attraverso un racconto che riuscisse ad essere altro, affrontando le dirette conseguenze del franchismo.

È così che il background storico incontra la fervida e sensibile fantasia dell'autore messicano, che scegliendo come ambientazione un fatiscente orfanotrofio comincia proprio da La spina del diavolo il suo più ampio discorso cinematografico sulla mostruosità umana, fil rouge della filmografia del cineasta.
I bambini sono protagonisti della storia in quanto esseri ancora ingenui e innocenti rispetto agli adulti, da una parte colpevoli di superficialità e poco polso in molte situazioni cardine (anche critica alle mosse spesso non efficaci dei repubblicani durante la guerra), dall'altra invece spregevoli e avide creature in grado di disprezzare e dileggiare anche la vita più piccola e indifesa in nome di salvezza e profitto. Un film di fantasmi, sui fantasmi e con i fantasmi al contempo spaventoso e vellutato, forte di una grazia di genere tipica dell'arte di Del Toro che sarebbe poi divenuta riconoscibile e molto amata del grande pubblico.

Blade II

Dopo il successo del primo capitolo diretto da Stephen Norrington nel 1998, alla regia del secondo film sul Diurno subentrò proprio Del Toro, cambiando quasi radicalmente stile e impatto cinematografico del franchise.

L'esperienza maturata in otto anni di carriera vissuti per intero nel genere horror (ma pure guardando al suo status cult) lo resero nel 2002 la scelta vincente per continuare la storia di Blade al cinema, ancora una volta interpretato da Wesley Snipes. Insieme a La spina del diavolo, fu proprio questo film a sancire in qualche modo i criteri di maturità del cinema deltoriano, la cui firma era ormai evidente, lo stile impregnato in ogni anfratto tecnico, contenutistico o formale del progetto.

E infatti Blade II è uno dei cinecomic pre-Marvel Studios o Universi Narrativi più amati insieme allo Spider-Man di Sam Raimi, titolo con cui condivide lo stesso anno d'uscita. Dentro all'opera di genere troviamo un Del Toro ormai consapevole ma non ancora del tutto sgrezzato. La love story tra mostro e bella comincia a farsi forte e centrale (il rapporto tra il Diurno e Nyssa), mentre sul piano narrativo troviamo un affascinante villain ben congeniato come Jared Nomak, interpretato da un agghiacciante Luke Goss.

Un film anti-eroico che rifiuta di fatto i marcati tratti fumettistici dell'opera originale per essere mainstream ma anche gore, violento, a tratti body-horror, e nel giro di quasi due ore regala alcuni momenti dialogati e d'azione davvero succulenti.

Il Labirinto del Fauno

Se i precedenti titoli rappresentano la maturità e la piena cognizione stilistica dell'autore messicano, Il Labirinto del Fauno ne è a tutti gli effetti la consacrazione (come anche spiegato nella nostra recensione de Il Labirinto del Fauno). Nella sua ormai trentennale carriera, il film del 2006 è parte essenziale del dittico autoriale che ha reso Del Toro tanto stimato e applaudito in tutto il mondo.

Il Labirinto del Fauno è infatti un virtuoso esempio dell'utilizzo di qualità del genere (anzi meglio, dei generi), dove la Guerra Civile spagnola fa da sfondo nemmeno così lontano a un racconto di formazione saturo di oscuro, fiabesco e rurale romanticismo. Un racconto di ricordo, di raccordo e di fervida immaginazione, in grado di sovrapporre senza soluzione di continuità i piani della realtà e della fantasia, ispirandosi un po' ad Alice nel paese delle meraviglie e un po' al Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Il tutto viene declinato sotto un'attenta ed eccezionale visione decadente e favolesca, che guarda all'orrore della guerra e alla disperazione della perdita per nutrire di fatto l'unica via di fuga di Ofelia (forse chiamata così perché vittima degli eventi come l'Ofelia dell'Amleto), quel regno fatato che può ancora salvare rispetto a un mondo invece condannato.

Il Labirinto del Fauno è un film prezioso e commovente, poetico ed elaborato, forte di scenografie, costumi e trucco da Oscar, di una regia delicata che non sovrasta il tutto, tenendo invece insieme le parti, e di un tatto idealista, sognatore e sentimentale che già in precedenza non era estraneo a Del Toro, qui però palesato in tutta la sua potenza cinematografica.

Hellboy: The Golden Army

Appena due anni dopo il secondo capitolo di Blade e prima di confezionare il suo capolavoro, Del Toro scelse di adattare per il grande schermo un altro mitico personaggio a fumetti, l'Helloboy di Mike Mignola, questa volta firmando anche la sceneggiatura del progetto.

Prese spunto da un complesso e frastagliato arco narrativo sparpagliato lungo diversi numeri della serie a fumetti, ricalibrando il percorso narrativo e qualche evento sulla propria sensibilità stilistica e autoriale. Partendo da questo film e acquisendo sempre più coerenza artistica dopo Il Labirinto del Fauno, il cineasta spagnolo arriva nel 2008 a dirigere uno dei suoi titoli più accattivanti, Hellboy: The Golden Army, discostandosi sempre di più dalla visione di Mignola e rendendo il personaggio sempre più personale (potete saperne di più recuperando la nostra recensione di Hellboy: The Golden Army).

A parte l'invenzione del prologo animato con statuine di legno (seminale per il cinema e imitato in forme differenti da molti - possiamo citare Harry Potter e i Doni della Morte), il cinecomic di Del Toro vive di un potenziale espresso davvero sorprendente, che si fa solido e concreto partendo dai vari comparti tecnici (effetti pratici e scenografie, soprattutto) fino a una cura di ritmo, narrativa e azione molto più elaborata rispetto al film precedente.

Le sequenze cult si sprecano e il villain interpretato da Luke Goss è un muscolare e agile principe degli Elfi con grandi abilità da spadaccino, molto più energico, presente e accattivante rispetto al Rasputin del primo capitolo, soprattutto pensando si tratti di una creazione originale del filmmaker. Cresce pure l'elemento commediato (assai caro, dove possibile, al regista) e si fa ancora più forte la love story tra Hellboy e Liz, arrivando a un'esaustiva ottimizzazione d'intenti tanto formali quanto contenutistici (con tematiche pure ambientali e d'integrazione molto decise) che ha dell'incredibile. E infatti The Golden Army invecchia che è una meraviglia, pensato per essere "di passaggio" verso il finale di una trilogia purtroppo mai conclusa e divenuto invece uno dei cinecomic essenziali dell'era pre-Marvel Studios.

La Forma dell'Acqua

Sfiorato da produttore e sceneggiatore nel 2006 per Il Labirinto del Fauno, 11 anni dopo la sua consacrazione internazionale come autore, Guillermo del Toro ha ottenuto due Premi Oscar di grande pregio, quelli da produttore (Miglior Film) e regista per il suo incantato e romantico La forma dell'acqua. Nell'applauditissimo lungometraggio del 2017 c'è tutta l'anima cinefila intrisa di vizi e virtù inossidabili del filmmaker, una summa concettuale e cinematografica del suo estro, della sua formazione e del suo essere.

Guardando indietro ai mitici mostri Universal degli anni '20 - specie a quello della Laguna Nera - Del Toro tenta un'operazione di risalto umano dell'incompreso, cercando ancora una volta di donare nobiltà e dignità alla figura del mostro, oppresso e per questo violento, solo e per questo desideroso di amore e compagnia. Americani e russi della Guerra Fredda sono però più intenzionati a usarlo come arma che a comprenderne la natura, e dato che l'amore non ha bisogno di parole per essere espresso o di suoni per essere udito, è una donna delle pulizie affetta da mutismo e rubare il cuore dell'Uomo Anfibio.

Invitandovi ad approfondire l'argomento nella nostra recensione de La Forma dell'Acqua, possiamo affermare che il film è l'apoteosi del messaggio cinematografico deltoriano: c'è del bello dietro a qualcosa di diverso e solo apparentemente spaventoso, ed è confezionato con superbia tra fotografia, splendide musiche di Alexandre Desplat e un velo di leggero orrore fiabesco che permea l'intera pellicola, che appare fuori dal tempo, magica, delicata.

Un film che ribalta anche lo stereotipo comune attraverso il genere: il mostro diventa umano e l'umano mostro. Per altro l'opera vede come protagonisti degli sconfitti, considerati dalla società in cui vivono come degli scarti e forse proprio per questo in grado di interfacciarsi con tatto ed empatia alla creatura anfibia, comprendendola oltre ogni dialogo. E alla fine c'è anche un po' di biblico, ne La Forma dell'Acqua, dove gli ultimi diventano i primi e rinascono più forti ed eterni, senza bisogno di voce e forti di un amore puro e duraturo, ammantati dalla sua eterea presenza come se abbracciati dell'acqua, tutto intorno come uno scudo senza forma contro l'odio del mondo.

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