Everycult: Watchmen di Zack Snyder

In occasione del decimo anniversario del lungometraggio, in attesa della serie TV HBO, l'Everycult della settimana è dedicato a Watchmen di Zack Snyder.

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Nel 2009 la Warner Bros. aveva costretto l'Academy ad ampliare a un massimo di dieci gli slot per l'Oscar al miglior film, come ammenda per aver tenuto fuori, l'anno prima, Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan: l'anno dopo, agli Oscar 2010, i candidati per la statuetta più importante furono proprio dieci (vinse The Hurt Locker), cosa che non accadeva dal 1944 e che sarebbe successa solamente un'altra volta, l'anno successivo, agli Oscar 2011.
Questo era solo l'ultimo degli indizi che portavano verso una prova innegabile, ovvero che il cinecomic stava diventando una cosa seria, un genere cinematografico vero e proprio: erano già passati dieci anni dall'uscita del titolo col quale si fa tipicamente coincidere la sua "nascita" (X-Men di Bryan Singer) e se da una parte la Marvel stava provando a proporre qualcosa di completamente inedito con Iron Man (il concetto di Universo Condiviso che nei fumetti veniva usato praticamente da sempre ma che al cinema era ancora un oggetto misterioso), la DC voleva calcare la mano sulla componente matura che aveva fatto la fortuna del Batman di Nolan.

Si ripensò dunque a Watchmen, il più adulto dei fumetti editi dalla DC Comics: la major stava cercando di portarlo al cinema da oltre trent'anni, prima nel 1987 con Joel Silver in produzione, poi addirittura con Terry Gilliam, al quale negli anni '90 fu proposta una prima bozza di sceneggiatura. Dopo di loro l'idea passò sulle scrivanie di Tim Burton, Paul Greengrass, Darren Aronofsky (che ancora piagnucolava in un angolo per aver dovuto abbandonare il suo progetto su Batman) e perfino Michael Bay, fra gli altri: nessuno voleva impantanarsi in quell'impresa, da molti ritenuta impossibile perché evidentemente costretta a misurarsi con un capolavoro inarrivabile della letteratura americana.
La Warner però era decisa ad andare fino in fondo. Si doveva battere il chiodo supereroi finché era ancora caldo. Citando Bob Dylan, così genialmente accostato all'immortale sequenza iniziale del film, i tempi stavano cambiando e il cinema forse era finalmente pronto a un lungometraggio su Watchmen. Solo che non lo era davvero. Nessuno lo era.

Chi controlla i controllori?

Come Dottor Manhattan, continuiamo a muoverci liberamente avanti e indietro nel tempo.
Nel 2007, tre anni dopo l'esordio in grande stile con l'acclamato horror L'Alba Dei Morti Viventi (remake dell'omonimo classico di George Romero del 1978, ben sei anni prima della pubblicazione dell'opera a fumetti di Alan Moore), Zack Snyder aveva adattato per la Warner un'altra graphic novel di successo di casa DC, 300, arrivata nel 1998 grazie all'arte di Frank Miller e ambientata nella Grecia del 480 a.c.
Il film fissò nell'immaginario collettivo non solo la presenza di Gerard Butler (di punto in bianco reso a tutti gli effetti una star mondiale) ma anche e soprattutto lo stile visivo assolutamente inedito di Snyder, tra il pittorico e il cartoonesco, tanto particolare che in occasione dell'anteprima al Festival di Berlino del febbraio del 2007 l'opera venne definita da Richard Roeper del Chicago Sun Times "il Quarto Potere del fumetto cinematografico".
Non tutta la critica fu d'accordo con tale affermazione (da qui in avanti, tutti i film di Snyder sarebbero stati definiti "divisori", Watchmen incluso) ma la quantità spropositata di denaro che finì nelle tasche della Warner Bros. (oltre 450 milioni di dollari a fronte di un budget di 65 milioni) convinse la major che forse era proprio lui, Zack Snyder, l'uomo giusto cui affidare un progetto come Watchmen: del resto che fosse impossibile trasporre fedelmente al 100% una graphic novel sullo schermo cinematografico si era detto anche a proposito del film su Leonida e i suoi spartani, quindi perché no.

Così, tra il settembre 2007 e il febbraio 2008, nei canadesi Vancouver Film Studios, Snyder portò in vita la seminale opera di Moore (che prese la notizia della realizzazione del film con "diplomazia" e ribadì la volontà di non vedere mai e poi mai il proprio nome associato all'adattamento cinematografico), estremizzando a livello sia grafico che contenutistico l'anima dark del cinecomic.

L'opera, così apertamente schierata a livello politico nella sua oscura distopia, superava senza troppa fatica le riflessioni sulle differenze fra ordine e anarchia de Il Cavaliere Oscuro, e rilanciava con temi filosofici, meta-narrativi e psicanalitici che cercavano di esaminare il senso del supereroe e del genere cinematografico che ruotava intorno alla sua figura, ovvero il cinecomic: se la Marvel con Iron Man aveva gettato le basi per un tipo di approccio al genere più smaccatamente scanzonato, nel quale l'azione doveva essere sempre coreografata e leggera, a livello visivo (ovvero: le leggi della fisica si piegano al racconto cinematografico), Snyder con Watchmen spoglia il cinecomic di quelle neonate regole e lo rifonda, calandolo in una realtà fisica, muscolare, palpabile, utile a enfatizzare i pochi (ma sostanziali) elementi fantascientifici.
Così come un pugno in un film di David Cronenberg o di Takeshi Kitano è differente, ha un altro tipo di peso e impatto rispetto a un calcio tirato in una commedia con Jackie Chan, in Watchmen sentiamo (e vediamo anche) le ossa che si spezzano, i costumi che si impregnano di pioggia e sangue, il respiro affannoso al termine di una lotta vinta, le mandibole che partono e le pareti che si frantumano con l'impatto dei corpi.

I supereroi, poi, fatta eccezione per uno (per l'appunto definito Dio e non eroe) non hanno praticamente nulla di super: è il concetto stesso di supereroe a essere ridimensionato, morto insieme a quello del Sogno Americano, anzi forse addirittura nessuno dei due potrebbe mai essere esistito, sono entrambi bugie ("una splendida bugia") che l'umanità ha raccontato a se stessa.
Gli eroi diventano l'esaltazione dei difetti dell'umanità e non dei pregi, l'indossare una maschera non ha niente a che fare con l'eroismo, si indossa la maschera per combattere la propria disfunzione erettile così come si va in Vietnam per conquistarlo, e non per impartire la democrazia. Prima di tornare a casa inoltre si spara nella pancia di una donna che abbiamo accidentalmente messo incinta, perché una gravidanza accidentale l'abbiamo già vissuta e le cose la prima volta non sono andate troppo bene.

Diario di Rorshach, 12 ottobre, 1985

In attesa di poter raggiungere il futuro prossimo e leggere il diario di Damon Lindelof, che di Watchmen sta realizzando il sequel grazie al network statunitense HBO (la serie TV arriva quest'anno e vanta nel cast Regina King, Don Johnson e Jeremy Irons nei panni di Adrian Veidt/Ozymandias), in occasione del decimo anniversario del film di Snyder è impossibile non fermarsi a guardare indietro per notare ciò che il film ha significato e quale sia stato il suo impatto.
Eccezion fatta per Il Cavaliere Oscuro, che come nessun altro cinecomic, anzi come pochissime altre opere cinematografiche in generale, ha saputo parlare dei tempi che raccontava (l'era del terrorismo post-11 settembre), Watchmen è il solo esempio del genere di riferimento a essere riuscito a trasmettere il clima degli anni in cui è ambientato: James Gunn, con la musica, ha portato gli anni '80 nel futuro (e nello spazio), ma Zack Snyder creando i suoi '80 fasulli, rivisitati, estremizzati, distopici, ha davvero restituito il senso di inadeguatezza e pericolo incombente che si respirava ai tempi della Guerra Fredda, anche se quella che il suo film ci racconta è una Guerra Fredda inventata, con degli Stati Uniti che sfoggiano una bandiera con 51 stelle (il Vietnam è stato conquistato).

In Watchmen realtà e fantasia si amalgamano fino a creare qualcosa di plausibile, un commento alla storia americana attraverso una nuova storia riletta, revisionata, esagerata. Tra isterie di massa causate dalla possibilità di una guerra nucleare con l'Unione Sovietica, presidenti assassinati e stupri, bambini dati in pasto ai cani e palazzi di vetro su Marte, Zack Snyder si interroga sul mondo in cui viviamo e ce ne mostra tutti i difetti, tutte le devianze, tutte le aberrazioni e le storture.
La violenza, il sesso, la politica e la sporcizia generale dei fumetti potevano essere trasferiti sul grande schermo per creare qualcosa che piacesse ai fan maturi.
Eppure è la vita, il valore che assume il caos senza regole dell'Universo a emergere da questo pantano oscuro, da questa realtà sporca e disgraziata che è specchio della nostra: un'estetica cinematografica unica e inimitabile usata come contraltare di tematiche da massimi sistemi, per un prodotto pop che si è smarcato da tutto ciò che lo aveva preceduto segnando profondamente ciò che sarebbe venuto dopo. Un'idea di cinema chiara, una visione incontrovertibile e priva di compromessi. Nemmeno di fronte all'Apocalisse.

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