Everycult: Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson

L'Everycult della settimana è dedicato a Vizio di Forma, capolavoro noir scritto e diretto da Paul Thomas Anderson.

rubrica Everycult: Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson
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Paul Thomas Anderson esegue un lavoro quasi mistico in Vizio di Forma, pellicola mastodontica di un autore che vizi di forma, nel suo curriculum, proprio non ha ma che forse proprio col film del 2014, spesso il più sottovalutato nel contesto di una carriera contraddistinta dall'alternanza fra capolavori e film "solo" magnifici, potrebbe aver realizzato la sua opera migliore.
In un flusso di coscienza alla James Joyce riletto in chiave Il Lungo Addio/Chinatown, a loro volta rivisti nell'ottica del fattone inseguendo le atmosfere dello stoner movie, Anderson dilata il tempo e lo infonde di paranoia e sesso, praticamente mai mostrato graficamente ma talmente costante da dare l'impressione di essere ovunque, in un mondo malizioso e sexy che non è né malizioso né sexy ma lo sembra sempre, perché visto soltanto attraverso uno sguardo scoppiato a cui non è rimasto nulla se non un senso di represso desiderio che il flusso spietato del tempo si sta portando via.

È un sortilegio Vizio di Forma e Paul Thomas Anderson ce lo dichiara neanche tanto sottilmente affidando a una ragazza di nome Sortilège il ruolo della narratrice - praticamente immancabile nel genere noir, anzi sua stessa definizione - una ragazza che è sia un po' immaginaria che reale, che potrebbe aver fatto parte del passato del protagonista Doc Sportello o che forse quel passato addirittura lo personifica: e in un'opera che è tutta votata all'inseguimento del passato, con un 1970 che la colonna sonora di violini di Johnny Greenwood cerca continuamente di retrodatare ai '50, ovvero l'epoca d'oro del Noir, è un dettaglio che diventa fondamentale.


Un noir senza nero

Il cineasta di Magnolia e Boogie Nights prende il romanzo omonimo di Thomas Pynchon datato 2009 e ne sfrutta la trama come un orpello aggiuntivo che serve solo per i suoi scopi cinefili, ovvero scavare nel corpo del cinema di genere per arrivare ad ammirare in presa diretta il cuore pulsante del noir.
Personaggi a frotte, nomi che rischiano di confondersi l'uno con l'altro se si distoglie l'attenzione per un secondo, scene infinite di dialoghi lunghi e complessi, storie e misteri che si inerpicano uno sopra l'altro sostituendosi a vicenda come le carte di un gioco di prestigio che però non contano niente in confronto all'unica cosa che ha davvero un significato, ovvero il premio che la risoluzione di quel mistero potrebbe garantire: un amore perduto riesumato dal passato con un senso di malinconia di fondo che è l'essenza principale del noir.

Ma se nel 2002 aveva reso brioso il dramedy di Ubriaco d'Amore, con Vizio di Forma Anderson droga letteralmente il noir distorcendone la metrica con un'iniezione dell'elemento stoner, col risultato che la nebbia di intrighi con cui hanno a che fare i protagonisti dei classici del genere come Il Grande Sonno e Un Bacio e una Pistola qui si raddoppia, anzi si materializza, come il fumo che a spirale si innalza dalle canne che il detective privato hippie Doc Sportello arrotola e accende una dietro l'altra e che finisce per avvolgere tutto.
Forse è tutto vero o forse è tutto inventato, un sogno che parte quando inizia il film o un film che parte a cavallo di un sogno: Anderson non vuole darci una risposta e si accontenta di seguire Sportello - la cinepresa è sempre e soltanto con lui, Joaquin Phoenix è praticamente in tutte le scene - nella sua avventura, vera o onirica che sia, di certo però profanata da cose che non esistono ma che lui crede di vedere perché costantemente sull'orlo di una crisi psicotica da paranoia; il colpo di genio è filmare il reale esattamente allo stesso modo con cui si riprende l'irreale, annullando la barriera filmica che tipicamente separa i due elementi narrativi, e così un plotone di soldati che si acquatta nel deserto mentre segue goffamente gli spostamenti di Sportello sembra concreto come le coincidenze, mentre donne del passato che compaiono nel soggiorno da un'inquadratura all'altra potrebbero avere la stessa consistenza del fumo nonostante siano fatte di nuda e sensualissima carne.


L'angolazione più infausta che esiste

Per la bella Sortilège - che potrebbe esistere come no - la peggiore angolazione è quella dei novanta gradi, che lega Nettuno (il pianeta dei tossici) a Urano (il pianeta delle sorprese) e che PT Anderson implicita nell'uso spasmodico del campo fisso, anch'esso a novanta gradi se consideriamo il posizionamento della camera rispetto agli attori: è mostruoso come in Vizio di Forma l'autore lavori sulla staticità dell'immagine per impostare l'ossatura della sua narrazione, illuminando con colori accesissimi che nulla hanno a che fare con le sequenze di dialogo che invece del noir hanno tutto, sia per ciò che viene detto sia per come viene detto.

Vizio di Forma estremizza la peculiarità che ha il cinema di PT Anderson di mettere in scena qualcosa solo per significare tutt'altro, e così mentre la perdita dell'innocenza personale viene associata a quella collettiva (siamo nel 1970 e le conseguenze dell'omicidio di Sharon Tate, avvenuto a opera della famiglia Manson pochi mesi prima sul finire dell'estate del '69, ancora riempiono l'atmosfera del loro marciume) abbiamo a che fare con:

un poliziotto (un grande Josh Brolin, che in quello stesso 2014 usciva al cinema con un noir diversissimo da questo intitolato Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere) che nega con tutto se stesso le proprie tendenze omoerotiche e l'attrazione che prova per Sportello, traducendola in scatti d'ira e violenza gratuita e per questo divertentissima; organizzazioni segrete/sette che vendono droga ai tossici ma forniscono pure un ciclo dantesco di riabilitazione in santuari filo-buddisti e ricostruzioni odontoiatriche d'avanguardia perché "l'eroina ti succhia via il calcio come un vampiro"; nazisti con svastiche che però non sono svastiche sul serio e barche notturne dalle quali smerciare eroina e sulle quali prendere letteralmente il largo.
In mezzo a tutto questo oceano del grottesco in cui tutto, come nei migliori noir di sempre, si scopre essere in qualche modo collegato e dove niente è fuori posto, Anderson dà a Phoenix un look degno di un nuovo Wolverine, citando Watchmen (leggi: Everycult su Watchmen), nel deridere Nixon con la celebre frase di Giovenale "chi sorveglia i sorveglianti?", e persino Taxi Driver (leggi: Everycult su Taxi Driver), con una colluttazione a tre su una scalinata strettissima che però, a differenza del film di Scorsese, è priva di quel senso di inevitabile scoppio di violenza repressa ma sembra addirittura quasi comica (l'attore avrebbe praticamente rifatto Taxi Driver col bellissimo You Were Never Really Here di Lynne Ramsay).

La sensazione è che il film potrebbe andare avanti all'infinito e Sportello continuerebbe sempre a trovare altri misteri, a porsi altre domande, a riesumare altre verità, anche se l'unica che PT Anderson vuole comunicarci arriva attraverso due movimenti di macchina simili ma non identici che caratterizzano una doppia scena magnifica che riassume il senso del capolavoro che è Vizio di Forma: legando passato e presente ma tenendoli separati sia nella forma (le inquadrature si assomigliano tantissimo, ma sono diverse) che nella sostanza (quello che vediamo nella scena passata è completamente opposto a ciò che ci mostra quella presente), l'autore afferma che il tempo cambia ogni cosa, dalle persone ai loro ricordi e perfino i generi cinematografici, e tornare indietro è impossibile.

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