Everycult: Superman di Richard Donner

L'Everycult della settimana è Superman di Richard Donner, film del 1978 con protagonisti Marlon Brando, Christopher Reeve e Gene Hackman.

Everycult: Superman di Richard Donner
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Se Batman di Tim Burton ha dato il là ai cinecomic della modernità, col Joker di Jack Nicholson in missione per rinnovare stile e gusti di Gotham City, Superman di Richard Donner ha inaugurato l'alba dei supereroi sul grande schermo.
Già a partire dal prologo, così efficace nella sua essenza meta-cinematografica tramite la quale il regista porta prima il fumetto dentro uno schermo e poi lo schermo verso lo spettatore (o viceversa), l'ambizione sembra chiarissima e ancora oggi è una delle poche cose ad aver superato la prova del tempo.
I supereroi al cinema sono uno spettacolo da gustarsi sul grande schermo, un'esuberante avventura di fantascienza in grado di trasportare il pubblico in un mondo incredibilmente simile al nostro eppure diverso in tutto e per tutto, un'escapismo da golden age fatto di azione e meraviglia.
L'occhiolino che Christopher Reeve rivolge al pubblico un attimo prima dei titoli di coda - che chiude il sottotesto meta-narrativo aperto dal prologo - è un punto alla fine di un discorso che continua ancora oggi.

Sense of wonder

Il sense of wonder che ci si aspetta oggi dai cinecomic nasce con il Superman del 1978: a un solo anno di distanza dal successo di Star Wars di George Lucas (al quale quest'opera deve tantissimo, non solo per John Williams in colonna sonora) e di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg, il film tratto dal fumetto di Jerry Siegel e Joe Shuster rappresenta la base, il punto di partenza di un genere così come il pubblico lo inquadra oggi.
Per la prima volta un importante studio cinematografico hollywoodiano, Warner Bros., è pronto a spendere grandi quantità di budget (55 milioni di dollari: i due cult della fantascienza sopracitati usciti nel 1977 costarono rispettivamente 11 milioni e 19 milioni) per gli avventurieri in calzamaglia, per ricostruire i loro pianeti alieni, per dare un covo ai loro supercriminali, per rappresentare le loro prodezze inumane.
Addirittura si coinvolgono gli attori più importanti in circolazione (mantra che decenni dopo avrebbe caratterizzato i Marvel Studios di Kevin Feige), e si inizia già a pensare in termini di produzioni orizzontali.
In un'epoca in cui i sequel venivano realizzati solo dopo il successo di pubblico di un dato film, la produzione iniziò a girare Superman II contemporaneamente al primo episodio.

All'alba della propria carriera nel mondo del cinema dopo anni di televisione e un solo successo (Il presagio) nel decennio dei '70 in fatto di lungometraggi, Richard Donner fonda inconsapevolmente il concetto di cinecomic.
Per un certo periodo Hollywood non gli avrebbe dato molto spago: Superman III e Superman IV non fecero altrettanto bene come i due capitoli precedenti, al punto che la saga venne ripresa solo nel 2006 con Superman Returns, oggi un po' un antesignano della corrente nostalgica lanciata da Super 8 e Stranger Things, ma il tempo gli avrebbe dato ragione.

Dura lex, sed Lex

Zack Snyder avrebbe fatto man bassa delle scene iniziali di Superman di Richard Donner, dando a Russell Crowe la parte di Marlon Brando (Jor-El) e a Michael Shannon quella di Terence Stamp (il generale Zod), ma il pessimismo che si sarebbe successivamente insidiato in questi blockbuster (non solo attraverso Snyder) nel 1978 era ancora lontano.
Le scrivanie del Daily Planet sembrano le stesse usate da Tutti gli uomini del presidente (1974) ma quel senso di paranoia e quelle atmosfere opprimenti non trovano spazio nelle scene di Richard Donner. C'è tanta rassegnazione (lo è il Jor-El dello strapagato Brando, addirittura piagnucoloso lo Zod di Stamp) ma c'è anche il desiderio di gioia ed entusiasmo di lasciarsi alle spalle un decennio molto cupo per scrivere un nuovo futuro, come farà lo stesso Superman di fronte alla morte di Lois Lane, altro elemento rivisitato da Snyder insieme al Lex Luthor squinternato di Gene Hackman.

Certo oltre 41 anni dopo è difficile che il film riesca a fare ancora colpo nel pubblico di più giovani, abituati a ben altri standard, e nella sua voglia di realismo - a differenza del barocchismo esasperato di Burton, che vive di estetica propria - Superman oggi mostra tutte le sue rughe. Eppure ha ancora tantissimi assi nella manica in grado di suscitare un interesse particolare negli amanti della fantascienza e del cinema tout court. In un certo senso quello di Richard Donner è un po' un crocevia per il blockbuster hollywoodiano: sorta di punto di incontro tra la galassia lontana lontana di George Lucas e quella terrestre terrestre di Spielberg, arriva in anticipo di cinque anni sugli Oscar ai migliori costumi di Tron ma allo stesso tempo ripropone per un altro pubblico alcune trovate del cinema kubrickiano. Il quadrato di vetro fluttuante che imprigiona Zod e i suoi accoliti nella Zona Negativa sembra fare il verso al rettangolare monolite alieno di 2001: Odissea nello Spazio, pellicola che torna prepotente anche nel viaggio attraverso le stelle del Clark bambino (il feto super essere che chiude il film di Kubrick) e soprattutto nelle astrazioni visionarie con le quali Jor-El, dalla Fortezza della Solitudine, insegna al figlio Kal-El tutta la conoscenza kryptoniana (una sequenza identica a quella che in Odissea nello Spazio conclude l'arco narrativo dell'astronauta David Bowman).

Impossibile non citare, infine, la più bella trovata visiva di Richard Donner, quella del primo volo di Superman: quando la cinepresa inizia a fluttuare, cullando il movimento di Christopher Reeve sui fili invisibili per imitare il liberarsi dalle leggi della gravità del primo dei supereroi, oggi a venirci in mente è subito l'inquadratura oscillante che Sam Raimi avrebbe inventato per il suo Spider-Man.

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