Everycult: Super 8 di J.J. Abrams

L'Everycult della settimana è dedicato a Super 8, film di fantascienza del 2011 scritto, diretto e prodotto da J.J. Abrams.

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Naturalmente J.J. Abrams ci era arrivato prima di tutti. Nel 2011, dopo aver firmato le regie di Mission: Impossible 3 e Star Trek, rilanciando entrambi i franchise e dandogli nuova linfa prima di fare lo stesso - e all'ennesima potenza - con Star Wars, con Steven Spielberg in produzione l'autore realizzò la prima grande opera contemporanea in grado di celebrare gli anni '80, rievocandone il mito.
Nel suo terzo lungometraggio Super 8 c'è già tutta la 80s mania basata sul fattore nostalgia che negli anni successivi sarebbe letteralmente esplosa nella cultura pop occidentale a suon di serie televisive e film, con Stranger Things e It di Andy Muschietti in pole position per prendersi un merito che in realtà spetta di diritto al co-creatore di Lost.
Non soltanto: sia il teen-sci-fi Netflix creato dai Duffer Brothers che il nuovo adattamento Warner Bros. del classico best-seller di Stephen King da Super 8 non avrebbero solo estrapolato il concetto fondante, ma ripreso esplicitamente intere sequenze, personaggi, trovate visive e spunti narrativi (perfino l'elemento della paura comunista, accennato nel film di Abrams ed espanso nella terza stagione di Stranger Things).
Questo perché il lungimirante regista-sceneggiatore-produttore del prossimo Star Wars: Episodio IX - L'Ascesa di Skywalker, con Super 8 aveva eretto un monumento celebrativo del cinema più famoso e indispensabile del secolo scorso, costringendo tutti quelli venuti dopo di lui ad agire oscurati dalla sua ombra.

Incontri ravvicinati di un nuovo tipo

C'è un alieno che assomiglia a un cane a otto zampe o a un mostro uscito dal Cloverfield-Verse, che viene mostrato quel poco che serve per aumentare la suspense e farlo desiderare ancora di più, sottostando alla lezione imposta da Steven Spielberg ne Lo Squalo e da Ridley Scott in Alien (leggi: Everycult su Lo Squalo e Everycult su Alien) che avrebbe poi seguito anche Gareth Edwards in Godzilla: può sembrare un remake di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo ante-litteram rispetto ad Arrival di Denis Villeneuve, ma qui il mostro non collabora con gli umani per illuminarli e mostrargli nuove possibilità, vuole solo levarsi di torno e andare per la sua strada, probabilmente perché consapevole di quello che altrimenti gli succederebbe nel caso in cui rimanesse (District 9 era uscito solo due anni prima).
È un visitatore dallo spazio né buono come quello spielberghiano né cattivo e sadico come quello di John Carpenter in La Cosa (leggi: Everycult su La Cosa), al contrario è un ibrido di entrambe le correnti che serve a forgiare un tipo di mostro che sa quel che vuole e come ottenerlo, anche se bisogna scatenare la violenza. Fa paura, ma alla fine tutti faranno il tifo per lui.

Intorno, immersi nella verdeggiante, tranquilla provincia statunitense, il cui anonimato al cinema è stato tante volte la copertura di grandi edincredibili avventure, si muovono dei ragazzini figli del cinema che idolatrano (le loro camerette sono piene di poster che citano espressamente alcune fra le migliori opere cinematografiche dell'epoca), che nella loro realtà si comportano come farebbero i protagonisti di quel tipo di cinema.
Di notte si parlano di nascosto con i loro walkie-talkie, si muovono solo ed esclusivamente a cavallo delle loro biciclette come i piccoli eroi della letteratura kinghiana, rubano macchine ai loro genitori come gesto di ribellione nei confronti di un rapporto ovviamente tutt'altro che idilliaco. E durante una sonnolenta estate si ritrovano, proprio come gli eroi dei film che vedrebbero al cinema, a vivere la più grande avventura della loro vita.

Pellicole e trucco

La riverenza con la quale Abrams guarda a quel periodo - dalle scenografie ai costumi, dalle citazioni cinefile alle musiche - procede di pari passo al feticismo del set cinematografico: naturalmente la banda di incontrollabili giovani protagonisti (tra i quali una piccola ma già talentuosa Elle Fanning, per la quale Abrams accarezza il lato gotico truccandola da zombie nello stesso anno, il 2011, in cui Francis Ford Coppola lo enfatizzava nel bellissimo horror Twixt) vuole realizzare un film per partecipare a un concorso di cortometraggi, e naturalmente è proprio davanti all'occhio della camera che la trama viene innescata. La riflessione meta-cinematografica è intima e dolce, una lettera d'amore per il cinema la cui punteggiatura viene delineata dalle musiche vibranti di Michael Giacchino: la missione dell'alieno di fuggire si lega a quella del protagonista del dover lasciare andare il ricordo della madre defunta, e a loro volta entrambe le trame si infiocchettano sotto il pensiero dell'autore, che non vuole evadere come il mostro né dimenticare come il giovane Joe Lamb, piuttosto imprimere su pellicola i propri sogni, le proprie ispirazioni e le proprie influenze.

Non a caso il film che i protagonisti tentano di realizzare, ispirato alla cinematografia di George Romero (ora ripresa anche da Stranger Things 3) ci viene mostrato nella sua interezza alla fine: mentre i Marvel Studios lanciavano la moda delle scene post-credit, Abrams mostrava un'intera sequenza intra-credit, riproducendo il corto firmato Charles Kaznyk che a sua volta mostra una divertente scena post-credit, quasi a voler dichiarare che, nonostante le avversità della vita, siano esse quotidiane o straordinarie come un'invasione aliena, i desideri si possono avverare, basta desiderarli davvero.
Ma il grande merito che bisogna riconoscere ad Abrams è il modo in cui con Super 8 è stato in grado di decodificare il linguaggio del cinema degli anni '80 e per riplasmarlo in chiave moderna, prendendone i canoni e trasformandoli in dogmi. Come tutte le grandi opere, la sua influenza si è estesa a macchia d'olio grazie allo scorrere del tempo e oggi risulta, più che evidente, innegabile.

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