Everycult: Shining di Stanley Kubrick

L'Everycult della settimana è dedicato a Shining, pellicola horror del 1980 co-sceneggiata e diretta da Stanley Kubrick.

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Una distesa infinita di alberi, un mare verde scuro sotto il pallido cielo di una mattina di primo inverno, col sole freddo che fissa in silenzio una singola auto diretta verso un destino incerto.
Non è il finale di Blade Runner di Ridley Scott ma l'inizio di Shining di Stanley Kubrick: per via della sua ossessiva ricerca della perfezione, nel girare quel prologo coi Torrance in macchina nel 1980 l'autore aveva usato talmente tanta pellicola (circa tre ore di girato!) che due anni dopo (nel 1982) ne ha regalato un po' a Scott, che aveva il fiato dei produttori sul collo e doveva necessariamente aggiungere un lieto fine al suo film di fantascienza. Ironico che i primi fotogrammi di uno dei più inquietanti film della storia del cinema siano serviti per stemperare le atmosfere cupe della buia e piovosa Los Angeles retrofuturista in cui si aggirava il Rick Deckard di Harrison Ford.
Il rapporto fra i due registi era sempre stato ottimo, fin da quando Scott nel '77 aveva esordito con I Duellanti citando candidamente Barry Lyndon (1975) come ispirazione principale; dal canto suo Kubrick due anni dopo, nel 1979, aveva lodato pubblicamente e ripetutamente la fattura filmica dello slasher-horror-fantascientifico Alien. Il cerchio ha iniziato a chiudersi quando anche Kubrick è passato all'horror, nel 1980 per l'appunto, finché il giro è diventato completo come detto nell'82, quando in maniera indiretta un prologo e un epilogo sono diventati la stessa cosa.
Del resto c'è sempre stata un'attrazione particolare per la circolarità nei film di Stanley Kubrick (2001: Odissea nello Spazio è un cerchio che va dall'alba dell'uomo a Giove e poi ricomincia) e Shining non ne è affatto esente, anzi: l'opera sembra finire solo per ricominciare dall'inizio, e quando parte sembra già cominciata da parecchio, come se il tempo e Shining fossero due cose separate.
Forse è davvero così, a pensarci bene: per il film gli anni non sembrano passare, non scorrono neanche per i personaggi (almeno fino all'arrivo del Doctor Sleep di Mike Flanagan, quando ritroveremo un Danny adulto interpretato non da Danny Lloyd ma da Ewan McGregor), nello specifico il Jack Torrence di Jack Nicholson probabilmente è già stato all'Overlook molti anni prima di arrivarci, forse non l'ha neanche mai lasciato.

"Jack Torrence ...?"

Per caso (o per destino), poco dopo l'uscita di Barry Lyndon sulla scrivania di Kubrick era capitata una copia di The Shining, un romanzetto dell'orrore di circa 400 pagine scritto da un quasi esordiente autore americano, tale Stephen King, che veniva dal Maine e aveva scritto un paio di romanzi di successo, Carrie e Le Notti di Salem.
Dal primo, uscito nel 1974, Brian De Palma aveva tratto Carrie - Lo Sguardo di Satana (1976), mentre Tobe Hooper nel 1979 aveva adattato il secondo nella miniserie tv Gli Ultimi Giorni di Salem.
Entrambi i colleghi erano stati molto fedeli alle rispettive opere originali, ma per quanto il soggetto di The Shining fosse già di per sé adatto per il cinema, Kubrick fece ciò che ogni regista deve fare in simili circostanze, vale a dire distruggere il romanzo. La trama semplice e lineare del libro grazie alla sceneggiatura di Kubrick e Diane Johnson rifiorisce di simbolismo: i luoghi dell'hotel (i suoi corridoi tortuosi, le sue stanze proibite, i bar, i bagni, la hall e il labirinto) diventano rappresentazioni architettoniche della follia e del male, come se all'interno dell'Overlook questi concetti ancestrali riuscissero a ottenere una forma fisica, una loro struttura all'interno della quale ingabbiare il protagonista, ingurgitarlo e digerirlo.

È con estrema sottigliezza che Kubrick insinua nello spettatore il dubbio dell'origine del male, che forse origine non ha: è l'hotel a scatenare la pazzia di Jack, o è Jack a riempire di pazzia l'hotel? Da quanti anni quell'uomo, quell'artista infelice e incompiuto, sta dando la caccia a sua moglie? Quante volte l'ha uccisa, quante ha cercato di ucciderla? Forse Jack Torrence è la rappresentazione antropomorfa di tutti i femminicidi della storia dell'umanità, tentati o compiuti che siano, di tutte le violenze ai danni dei bambini: "Volevo dire, io le mani addosso non gliel'ho mai messe ..." dirà Jack Torrance al barista Lloyd (interpretato, guarda caso, dal Joe Turkel che in Blade Runner dava il volto a Eldon Tyrell) riferendosi a un incidente domestico accaduto tre anni prima.
Ma quando, esattamente, non è dato sapere. Il cerchio che è Shining non contempla quel fatto, perché slegato dall'Overlook Hotel e quindi irrilevante. Anzi forse addirittura contraddittorio, almeno stando alle parole del signor Gredy (Philip Stone), che dirà a un trasognato e ormai irrimediabilmente compromesso Jack: "Mi spiace doverla contraddire, ma è lei il custode dell'albergo. È sempre stato lei il custode. Io lo so perché... io sono qui da sempre."
E viene anche da credergli, non tanto per l'enigmatica fotografia finale quanto per l'inattendibilità del protagonista: è un film di dubbi, Shining, di interrogativi e domande senza risposta, in cui tutto è incerto tranne, ironicamente, lo squilibrio mentale del personaggio principale.
Kubrick ci mette in guardia già dalla scena del colloquio di lavoro, con Jack Nicholson che fa parlare il suo Jack Torrance con una strana inflessione della voce: "Jack Torrance ..,?", dirà al momento di doversi presentare, quasi a voler mettere in dubbio la sua stessa identità al di fuori dell'Overlook.

Inaffidabile

Kubrick, nella sua fredda e spaventosa interpretazione del romanzo di King, ci sfida a decidere: cosa c'è di affidabile in quello che ci viene mostrato?
Jack Torrance non ha idea di chi egli sia, è il custode invernale di un hotel che pretende di diventare uno scrittore o uno scrittore fallito che si rimedia custode invernale di un hotel, è un padre violento e un marito egoista, un bevitore di bourbon e un omicida, un visionario o la metafora di tutti i difetti dell'uomo comune.
Sua moglie Wendy (Shelley Duvall) è una donna amorevole e ingenua che non si accorge dei numerosi e lampanti segnali di instabilità mostrati dal marito e continua a fingere che vada tutto bene, addirittura creando nei corridoi dell'hotel una versione claustrofobica della vita di tutti i giorni con tanto di cereali per la colazione, giocattoli per il figlio, passeggiate nella neve e tanta tv.
Il piccolo Danny ha un amico immaginario di nome Tony, che parla con lui attraverso il suo dito indice e che vive nella sua bocca. Ha il dono della luccicanza, che gli permette di leggere le menti degli altri e vedere scorci di passato e di futuro, due gemelle prima vive e poi morte (massacrate a colpi d'ascia) e un torrente di sangue che fuoriesce dal vano di un ascensore (di chi è quel sangue?, quello versato in tutti gli omicidi del mondo, da tutte le persone morte nell'hotel, dai nativi americani, dai giocatori di Oasis che hanno tentato di trovare l'easter egg di Ready Player One?).

L'unico personaggio di cui possiamo fidarci in ogni momento è Dick Hallorann (Scatman Crothers), la sola persona che sembra stranamente esente dai disturbi psicologici che l'Overlook sembra arrecare ai Torrance, e ovviamente l'hotel se ne sbarazza alla prima occasione utile. Per il resto abbiamo tre individui che vengono ottenebrati da differenti versioni di follia, e nessuna di loro ci offre una visione obiettiva dei fatti che si susseguono davanti ai nostri occhi.
Non c'è modo, all'interno del film, di avere la certezza esatta di ciò che accade, di come accade o del perché. I fantasmi esistono davvero o gli orrori che vediamo sono solo una rappresentazione dei traumi dei personaggi? Il fiume di sangue e le bambine morte potrebbero essere la manifestazione dei traumi subiti da Danny. Quando Jack dialoga con gli ospiti defunti dell'hotel, c'è sempre uno specchio nell'inquadratura, come a voler suggerire che la sua pazzia lo sta spingendo a parlare da solo; ma se quel barista non è effettivamente lì con lui, allora come può Jack sembrare così ubriaco?
È questa sfuggente e laconica ambiguità a rendere il film di Kubrick così subdolamente inquietante: come un cerchio non ha un inizio né una fine, semplicemente accade e si ripete in maniera elegante e perfetta. Per sempre, non verso Giove e Oltre l'Infinito, ma lungo i corridoi dell'Overlook hotel.

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